Lo spread dei senza lavoro

giovane-disoccupatoSecondo l’ultimo rapporto dell’associazione Trentin, 9 milioni e mezzo di lavoratori sono in sofferenza. Fammoni a Radioarticolo1: “Le condizioni strutturali del mercato del lavoro peggiorano trimestre dopo trimestre”

Nove milioni e mezzo di lavoratori sono in sofferenza e in disagio occupazionale, per mancanza di lavoro, per la precarietà di una posizione lavorativa non scelta e non subita: si tratta del dato più alto dal 2007. È quanto si ricava dall’ultimo rapporto dell’associazione Bruno Trentin, il cui presidente, Fulvio Fammoni, è stato intervistato stamattina da Radioarticolo1, nell’ambito della rubrica ‘Italia parla’ (ascolta il podcast).

“Lo spread dei senza lavoro continua a crescere in modo strutturale – ha esordito il dirigente sindacale –, siamo di fronte a un peggioramento della quantità e della qualità del lavoro in Italia. In tale caso, è preso a riferimento il terzo trimestre 2014, il periodo delle attività stagionali, di turismo e vacanza, tradizionalmente favorevole alla quantità di occupazione. Crescono disoccupazione e cassa integrazione, e nel contempo aumentano il numero degli scoraggiati e le forme di lavoro che le persone sono costrette a non scegliere, ma a subire”.

“Le condizioni strutturali del mercato del lavoro peggiorano di trimestre in trimestre – ha detto ancora Fammoni –, anche sotto il profilo della qualità del lavoro e del non lavoro: è in costante crescita la disoccupazione di lunga durata, quella di più di dodici mesi, e in questo caso siamo ai primi posti in Europa. Il che significa che molte persone finiscono gli ammortizzatori sociali e rimangono senza alcuna tutela, e ci si riferisce naturalmente alla quantità di lavoro o di non lavoro giovanile, dove l’unica forma in crescita è un part time involontario, preso dalle persone perché non trovano altro tipo di attività, con un numero di ore molto basso, che è del tutto assimilabile a un lavoro di carattere precario”.

“Questo, il quadro della situazione – secondo l’esponente Cgil –, ma le ricette adottate finora dal Governo non vanno nella giusta direzione, a  partire dal Jobs act: monetizzare i diritti è un incentivo alle imprese, ma non darà frutti sull’occupazione. Trovo incredibile che si continui a pensare che cambiando le regole del lavoro si possano creare nuovi posti di lavoro. Intervenire sull’occupazione significa far ripartire la produzione, significa sviluppo, significa investimenti, pubblici e privati, legati a un piano per il lavoro che preveda l’immediata candidabilità di queste attività. Agendo come fa Renzi, c’è piuttosto il rischio che qualche imprenditore si faccia accecare dalla possibilità di licenziare e così si perderanno competenze e professionalità lavorative, ma anche competitività da parte delle stesse imprese. La permanenza in modo stabile dei lavoratori porta qualità e quindi anche profitto alle aziende”.

“Per il 2015, si può prefigurare una posizione di attesa delle aziende – ha ipotizzato Fammoni –, dopo che il Governo ha annunciato per loro forti sgravi fiscali. È possibile che nei primi mesi dell’anno, quando partiranno le nuove forme occupazionali, forme di lavoro a tempo determinato cambino nel nuovo contratto a cosiddette tutele crescenti, o, come dice la Cgil, a monetizzazioni crescenti, ma non si tratterà di un aumento della quantità di lavoro, ma semplicemente di un cambio di modalità di lavoro fra persone e persone. Peraltro, questa nuova modalità prevede delle forme di licenziamento così facili e a costi così inferiori allo stesso sconto fiscale che naturalmente le aziende potranno sentirsi tutelate. Alla fine, si licenzieranno persone che hanno un costo del lavoro più alto e saranno sostituite da persone che hanno un costo del lavoro più basso e di cui sarà più facile liberarsi”.

Sempre nel report, c’è un capitolo riservato all’area del lavoro povero e precario. “È un mondo in costante epansione – ha ricordato inoltre Fammoni –, che non trae alcun beneficio dalla nuova legge sul mercato del lavoro. Quantità e qualità del lavoro sono legate al fatto che ci sia una richiesta di lavoro da parte delle aziende, ma in questo momento c’è sfiducia per ciò che riguarda le aspettative per l’anno corrente, sia per quanto riguarda la crescita del Pil che per la disoccupazione. Dunque, dobbiamo attenderci un altro anno molto difficile. Se davvero si vogliono creare situazioni favorevoli per il Paese, bisogna insistere su alcuni parametri di carattere fondamentale: ad esempio, il calo del petrolio può facilitare ancora le esportazioni, ma la produzione italiana è per il 70% legata al mercato interno. Quindi, o si fanno ripartire i consumi, dando in tal modo risorse e fiducia alle persone, o la produzione resterà ferma”.

L’associazione Trentin ha in preparazione nuovi studi sulla realtà occupazionale italiana, “caratterizzata – ha sottolineato il sindacalista – da un tasso di occupazione così basso che neanche il – 13,4% di disoccupazione lo può spiegare. La realtà del lavoro è peggiore di quella che dicono i dati ufficiali: stiamo passando al setaccio l’area dell’inattività, un mondo vastissimo, per dimostrare quante persone possono essere assimilate ai disoccupati e arrivare così a dire la verità sulla condizione del lavoro in Italia. Stiamo poi preparando un dossier sullo stato dei salari dei lavoratori e dei redditi delle persone e delle famiglie. Tutti elementi statistici che possono servire a sostenere le proposte della Cgil, soprattutto in direzione della crescita e della creazione di lavoro”.

“Guardando alle scelte di Draghi e alla vittoria di Tsipras in Grecia – ha concluso Fammoni –, possiamo sperare che l’Europa cominci a cambiare verso, superando la stretta recessiva, che ha soffocato a lungo l’eurozona. Nel primo caso, la Bce ha fatto un intervento importante, in cui l’unico limite è la quantità di condivisione del rischio d’intervento fra i paesi europei. Però, Draghi ha creato le condizioni per poter operare in maniera più positiva nei confronti delle persone. Il problema è che a questo, non ha fatto seguito un’eguale iniziativa della Commissione europea, perchè il piano Juncker non è altro che una leva finanziaria, che nessuno sa che tipo di risultato potrà dare, e non a caso nessuno ne parla più. Ma è evidente che alcuni paradigmi devono essere cambiati. In tal senso, il voto in Grecia dimostra che l’unica possibilità di cambiamento non è solo quella dei populismi, che dicono basta euro e basta Europa, ma quella di poter lavorare all’interno di una prospettiva europea per cambiare le cose. Nel corso di quest’anno, ci sono appuntamenti altrettanto importanti, come le elezioni in Gran Bretagna e in Spagna. Un messaggio deve essere dato forte e chiaro: l’Ue deve cambiare, ritornando alle sue caratteristiche fondamentali, a quell’Europa sociale che ha dato quei grandi frutti nel suo percorso iniziale”.

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