FILOSOFIA DELLE COSE ULTIME da Walter Benjamin a Wall-E

FILOSOFIA DELLE COSE ULTIME

sottotitolo: da Walter Benjamin a Wall-E (Gianluca Cuozzo Moretti & Vitali, 2013).

Invito alla lettura scheda – di Elvio Balboni

Quali sono le cose ultime?

Nella ricerca filosofica classica si allude alla realtà celata dalla forma fenomenica, l’essenza divina della cosa, il percorso che la coscienza compie, attraversando l’angoscia, nella ricerca di sé e del mondo, virando di volta in volta, dallo scetticismo dell’intelletto, alla potenza della volontà.

Il punto di partenza di Cuozzo, docente di filosofia teoretica all’università di Torino, è inusuale, il suo sguardo parte dalla concretezza delle cose che rimangono dopo il nostro passaggio, sono tutto ciò che lasciamo alle nostre spalle, dopo aver prodotto, consumato e gettato, è uno sguardo su noi stessi nella società dei consumi (Baudrillard 1976).

resizeNon si tratta neppure della concezione della storia, espressa da Walter Benjamin a commento del dipinto dell’angelo di Paul Klee: “con occhi spalancati e lo sguardo rivolto indietro, vede le macerie accumulate dallo scorrere della storia umana, vorrebbe fermarsi e ricomporre l’infranto, ma ciò gli è impedito, perché la bufera che si scatena dal paradiso lo sospinge continuamente in avanti e non gli permette di ripiegare le ali, può solo constatare che quel immane cumulo di rovine è ciò che chiamiamo progresso” (tesi sulla concetto di storia 1940).

Lo sguardo dell’angelo della storia proviene da una considerevole distanza, adatta per una riflessione capace di pensare il senso di una epoca, qui l’osservatore scende sul pianeta e lo percorre, è il tentativo di ricostruire una filosofia dell’accadere nel mondo e del senso dell’esistenza, mettendo difronte ai nostri occhi ciò che tutti i giorni guardiamo ma non vediamo, quel che resta, dopo aver attraversato i Passages delle moderne metropoli nelle quali ormai si concentra oltre la metà della popolazione mondiale.

È una narrazione che attraversa tutto il globo terraqueo, piena di riferimenti a saggi di filosofia, sociologia ed economia, con continui rimandi ai possibili esiti latenti la realtà stessa e raffigurati nelle forme distopiche espresse nella letteratura fantascientifica.

L’attenzione è posta sui dettagli, gli scarti, gli oggetti vecchi, “obsoleti” e gettati, che sempre più trasformano, appena oltre la parte visibile delle nostre città, il paesaggio urbano, ai bordi dei centri abitati si accumulano i resti di ciò che produciamo e consumiamo: i rifiuti!

Si tratta di Leonia la città invisibile di Italo Calvino metafora della contraddizione della società opulenta, la società nella quale noi viviamo, ormai non più solo nel mondo occidentale.

Questo stravolgimento del territorio urbano ebbe inizio nel XIX secolo in Europa ed oggi ha assunto una dimensione globale, pensiamo alle metropoli di paesi emergenti come Città del Messico, Saigon, Shanghai, San Paolo, ecc. Ormai oltre la metà della popolazione mondiale vive nelle metropoli.

Crescono ai bordi delle città montagne di rifiuti o nascono crateri profondi anche un centinaio di metri, (come denuncia Saviano in Gomorra) e “mentre la città rinnova se stessa ogni mattina con un nuovo messaggio pubblicitario più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate, vendute, comprate, l’opulenza di Leonia, si misura da quelle che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove”. ( Leonia, la città invisibile, Italo Calvino 1971).

Il progresso sembra potersi misurare dalla quantità dei rifiuti accumulati, Guido Viale nel mondo usa e gettta (1994) ironizza sul nuovo “happy end” a cui dobbiamo sottostare “e vissero felici e contenti tra le proprie scorie metifiche”.

Ne l’isola di cemento (Ballard 1974, conosciuto per il romanzo Crash dell’anno prima, poi nel 1996  film di Cronemberg, tratta dell’inquietante perversione delle vittime degli incidenti stradali) un moderno Robinson Crusoe cerca di salvarsi dalla tempesta di traffico che lo sta sovrastando, in un mondo dove non vi è più un solo fazzoletto di terreno che non sia stato mappato si ritrova coinvolto in una piccola zona di terreno incolto, racchiusa nell’intersezione di tre autostrade, la sua auto è rimasta bloccata in un raccordo della grande arteria che immette a Londra, si scopre prigioniero in un isola deserta e cosparsa di rifiuti, reciso dal mondo, dalla velocità del traffico e dalla brezza pregna dei gas di scarico delle auto.

Il paesaggio descritto corrisponde ad una moderna distopia, (utopia negativa) il romanzo svela l’impossibilità per l’uomo contemporaneo di poter avere una vita felice, Maitland, il protagonista, è forse uno degli ultimi uomini  ad avere la possibilità di adattamento a questa nuova realtà, fatta di delirio tecnologico, che si manifesta nella velocità dei mezzi di trasporto e di aria maleodorante che fuoriesce anche dai cumuli di rifiuti che costellano le autostrade.

La reazione di Maitland assume i connotati della gelida euforia, stato allucinatorio tipico di chi è assuefatto di droga, droga disponibile in gran quantità nelle periferie urbane delle moderne metropoli “prigioniero in un labirinto di cemento fa segnali alle auto che gli guizzano davanti, trotterellando su e giù come un ubriaco” ma non c’é modo di comunicare, il mondo là fuori è protetto da un muro invalicabile, un muro immateriale fatto del rumore dei clacson e del ruggito gutturale del rombo dei potenti motori diesel privo della possibilità di usare la comunicazione digitale e telematica (ormai diventata la comunicazione usuale) in questo “mondo post-umano” a Mailtland non resta che  tornare sulle proprie gambe, per cercare una nuova sopravvivenza nella “giungla di rifiuti” che prefigura il destino della civiltà auto-distruggentesi: cumuli di pneumatici, latte vuote, carrozzerie contorte, mobili da ufficio sfondati, sacchi di cemento induriti, impalcature edili e materiali elettrici abbandonati, fili di metallo arrugginiti, scarti di veicoli, macerie di una casa vittoriana demolita, fagocitata dalle esigenze onnivore della viabilità … Maitland è un esploratore postmoderno della periferia metropolitana che senza essere dotato di una macchina del tempo compie un viaggio nel passato, un mondo morente, ma è un uomo del futuro che è sopravvissuto nel mondo che  sarà, a metà tra un flaneur post-umano e un archeologo del presente.

La pubblicità grosso modo ci propone due alternative: una auto-illusoria, sarà sempre possibile trovare un luogo dalla natura incontaminata, come quella rappresentata nelle pubblicità della auto euro 5, distante pochi minuti fuori città, eden protetto da qualsiasi pericolo di contaminazione, una realtà virtuale quotidianamente visibile con un click sul mouse, ed ecco che sul desktop ci appare una foto di un paesaggio meraviglioso, foto forse da noi stessi scattata; oppure in modo aggressivo e consumistico, acquistando, anche a rate, indebitandoci, un’automobile capace di affrontare in modo vincente la sfida del mondo che sarà, le auto più ambite non a caso sono i SUV, giganteschi fuori-strada sempre più simili a veicoli bellici, che non vengono per lo più usati per raggiungere i luoghi della natura selvaggia ma per spostarsi in città, portare i figli a scuola, ostruendo ingressi e vie urbane, però in grado di superare ostacoli inerpicandosi sulle montagne di rifiuti e detriti, rassicurando al nostro immaginario la possibilità di superare i percorsi di guerra della civiltà dello spreco e dei rifiuti.

Veicoli che presuppongono un paesaggio di paesi bombardati inquinati e potenzialmente pericolosi, da attraversare con vetri fumé, in modo da scoraggiare eventuali indesiderate richieste di aiuto e di elemosina.

Questo modello di auto rappresenta il disprezzo per il mondo “ fuori”, la possibilità di poterne fare a meno.

Nel paese delle ultime cose romanzo di Paul Auster parafrasato nel titolo, anche i rifiuti sono trattati in modo disuguale, quelli pericolosi e nocivi, scorie nucleari, diossine, 50.000 tonnellate annue di rifiuti elettronici, ecc. finiscono in Africa o sugli Urali, quelli indifferenziati nei pochi e contestati inceneritori o nelle discariche.

Da noi arrivano invece i rifiuti umani della globalizzazione, quelli che intraprendono i viaggi della disperazione, descritti da Bauman in vite di scarto.

Come dobbiamo reagire? Innanzitutto non distogliere lo sguardo!

“Esponete la spazzatura, fatela conoscere. Lasciate che la gente la veda e la rispetti. Non nascondete le vostre strutture. Create una architettura fatta di immondizia. Progettate fantastiche costruzioni per riciclare i rifiuti e invitate la gente a raccogliere la propria spazzatura e portatela alle presse e ai convogliatori. Così imparerà a conoscere la propria spazzatura. Il materiale a rischio, i rifiuti chimici, le scorie nucleari, tutto questo diventerà un remoto paesaggio all’insegna della nostalgia”. Così la fantasia critica dello scrittore statunitense DeLillo in Underworld.

O ancora proponendo semplici camminate sui bordi dei crateri dove li abbiamo buttati per sottrarli allo sguardo della nostra coscienza perturbata, ci suggerisce Saviano.

Le passeggiate del flaneur post-umano che fa esperienza estetica dello schock (Baudelaire/Benjamin) non avvengono più nella Parigi capitale del XIX secolo ma sui cumuli dei rifiuti della civiltà contemporanea.

Forse così smetteremo di considerarli inevitabili “effetti collaterali” delle magnifiche e progressive sorti.

Cuozzo ripercorre le analisi di chi invece negli ultimi decenni a portato il mito della crescita illimitata e della società dei consumi, davanti al tribunale della ragione, dai saggi di Latouche ai lavori di Baudrillard, dalla critica di una economia che non prende in considerazione nei suoi parametri l’erosione del capitale naturale del pianeta, di Geogescu Roegen, di Illich, alla radicale messa in discussione dell’economia come valore centrale della società, valore che distrugge la libertà, Castoriadis.

Eppure queste diagnosi non fanno breccia, alle crisi si risponde con il mito della crescita illimitata senza aggiungere alcun riferimento se non di maniera alla sostenibilità ambientale, prevale sempre e di nuovo la promessa di felicità contenuta nelle merci, esse sono a portata di mano, esposte sugli scaffali del super-market, in grado di assoggettare il consumatore, il nuovo imperativo categorico è produci, compera, consuma, getta, consumare senza limiti, a tutti i costi e comunque.

Lo slogan della nuova soggettività diventa: consumo dunque sono.

Rimanere fermi è sinonimo di stupidità, non c’è spazio per la memoria involontaria di un tempo perduto, è segno di inettitudine, è perdere tempo, il tempo attuale è quello omogeneo e vuoto della carta di credito, “un continuum” che non essendo cosa tra cose può essere ciascuna merce, è la forma merce-denaro perfetta nella sua immaterialità per rappresentare il valore di scambio, in grado tramite l’indebitamento di velocizzare a dismisura gli scambi commerciali, l’iper-consumo, si manifesta come il moderno miracolo: il paradiso dei desideri, lost in shopping.

Cambia il telefonino! Il computer! L’automobile! Il televisore! Lo stereo! Il lettore multimediale!

È uscito il nuovo modello, pesa ben 20 grammi di meno, dotato di un processore che ti consente di fare ciò che non ti serve risparmiando ben 4 secondi.

È la rivoluzione dei “folli” auspicata da Steve Jobs per i quali vengono prodotte ad arte “carestie artificiali” affrettatevi ad acquistare l’ultima novità, le scorte si esauriranno subito … ed i nuovi fedeli si mettono in fila ancor prima che il sole sorga, si dispongono per l’ennesima gara competitiva priva di fair play pur di “possedere” la felicità promessa, offerta a prezzi neppure scontati.

Il nuovo prodotto o la sua nuova versione, la quale contiene già la sua obsolescenza programmata, il consumatore è già predisposto alla sua prossima sostituzione.

La merce è la riduzione della realtà al marchio, label, griffe, la confezione, l’imballaggio, la seduzione dell’oggetto, la tentazione peccaminosa della mela morsicata, ad essa ci si inchina come al nuovo Dio Baal, è il sostituto della divinità ed il mercato è il luogo fisico della conversione dell’uomo consumatore di immagini.

L’uscita commerciale del nuovo prodotto viene preparata da una “carestia artificiale”, si annuncia che nei super-market le ultime versioni dell’I-Pad, I-phone, ecc. stanno già finendo, in modo tale da creare lunghe file di attesa dei nuovi devoti, fedeli pronti a ripetere  il peccato della caduta dall’eden originario, acquistano l’ultima versione della mela morsicata.

La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si manifesta fenomenicamente come un immane raccolta di merci (Incipit del Capitale libro I Karl Marx 1867).

Il maestro del materialismo storico, acutamente individuò l’elemento spirituale della merce nel suo  carattere di feticcio, “cosa sensibilmente sovrasensibile …. la merce è piena di sottigliezze metafisiche e capricci teologici”, in essa sembra racchiudersi ormai ogni rappresentazione utopica del desiderio umano, un desiderio eternamente rigenerato come un processo metempsicotico, rappresentato da Ubik (romanzo del 1969 di Philips Dick) lo spray che protegge dall’invecchiamento, un trattamento criogenico, tecniche biogenetiche evidenziate nel celeberrimo film di Ridley Scott Blade Runner 1982 (tratto dal romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philips Dick) a temperature molto basse per bloccare l’invecchiamento, è il sogno della vita eterna, il rifiuto delle rughe e della morte naturale “basta una spruzzata, è in vendita nei migliori negozi di articoli per la casa “Dio promette la vita eterna e noi la mettiamo in commercio”!

I tre pilastri del sistema consumistico sono: la pubblicità che crea continuamente il desiderio di consumare, il credito che fornisce i mezzi per consumare anche a chi non ha denaro “sovra-indebitamento” e l’obsolescenza programmata dei prodotti, che assicura il rinnovo obbligato della domanda. (Come si esce dalla società dei consumi Latouche).

La carta di credito incarna l’ideale di fluidità e irresponsabilità richiesto dalla società liquida Bauman quella in cui tutti i rapporti sono facilmente scindibili, da quelli affettivi-sessuali a quelli di lavoro, [che impaccio l’articolo 18] salvo poi accorgersi degli acquisti compulsivi sfogliando il lungo estratto conto ed accusando un fantomatico alter-ego, “qualcuno non io ha folleggiato con la mia carta di credito”.

Dove possiamo scorgere la speranza di scardinare questo ciclo perverso produzione-consumo-rifiuti?

Per Cuozzo proprio da questa filosofia del residuale: “Nel cuore stesso dei rifiuti, si può scorgere l’insorgere di una forma di contestazione, anarchica e messianica, capace di liberare l’uomo dalla schiavitù nei confronti di merci e di beni di consumo, piuttosto inconsistenti, segnati già in partenza dal loro precoce tramonto, dal loro repentino smaltimento e dalla loro pronta sostituzione con altri oggetti: le nuove stars alla moda che riempiono le vetrine e di grandi magazzini, così via fino alla notte dei tempi. Merci su merci abbandonate che mai potranno realmente offrire quella terra promessa suggerita di continuo all’uomo consumatore dalla pubblicità e costantemente frustrata.” (Cuozzo pag. 129)

Le possibili nuove figure per questa rivolta, [in realtà a me sembrano troppo deboli per un simile titanico compito, sicuramente prive di una proposta politica e di una forma di organizzazione collettiva] vengono individuate nel collezionista e nello straccivendolo figure estratte dagli aforismi della filosofia di Benjamin, essi raccolgono, collezionano, usano oggetti logori, dimenticati, resi inutilizzabili dalla folle corsa del progresso.

Come Wall-E, il robottino dei Pixar Animation Studios, che accumula l’immondizia in grattacieli vertiginosi, più alti di ogni edificio, in un mondo disabitato, riconoscibile solo più da una minuta piantina di color verde, rappresenta la versione post-moderna dell’angelo della storia di Benjamin, Wall-E non può intervenire per porre fine al mondo dei rifiuti, non è programmato per questo, non può fermarsi per ricomporre l’infranto, ma può fissare lo sguardo sul cumulo di macerie che scaraventato ai nostri piedi, cresce fino al cielo e riconoscere in questa bufera ciò che chiamiamo progresso.

Questi scarti, i rifiuti, i materiali, il residuale, gli stracci, l’oggetto antiquario … Possono rappresentare le nuove “schegge messianiche” in essi è contenuto il messaggio per la redenzione dal passato della storia,  per il riscatto del mondo dei vinti, degli oppressi, dei sommersi, nell’adesso (Jetztzeit) di una trasformazione del mondo (Benjamin).

La trasformazione del mondo però potrebbe improvvisamente assumere le vesti della incombente catastrofe, nelle estreme forme apocalittiche, trovandoci a vivere in un ambiente totalmente ostile, proprio in conseguenza di un potere tecnologico cresciuto a dismisura e fine a se stesso che si ritorce contro ogni progetto utopico di felicità raggiungibile.

Forse è proprio grazie alla mancanza di un progetto di cambiamento politico della società, nello stimolante libro di Cuozzo, che gli fa preferire la distopia contenuta nei romanzi di Philips Dick quale mezzo più efficace per provocare lo schock, la presa di coscienza, come il non distogliere lo sguardo dall’unico panorama vedibile ai bordi delle metropoli, le montagne di rifiuti, è “la speranza che scaturisce solo da chi non ha più speranza” (Benjamin).

Trovarsi a vivere in un mondo buio e freddo, fatto di terra livida e fanghiglia grigiastra, tra detriti e spazzatura, abitato solo da mendicanti e nuovi ciechi, uomini derelitti che paiono usciti da un campo di concentramento e disposti al cannibalismo pur di sopravvivere; montagne di rifiuti ovunque, nessuna traccia di animali viventi, “gli uccelli un giorno se ne andarono e le mucche si sono estinte” ritratto di un paesaggio apocalittico, una tomba spalancata nel giorno del giudizio.

Questo è vivere nel mondo di quel che resta in cui si ritrovano padre e figlio (entrambi senza nome) dopo l’avvenuta catastrofe, forse nucleare, forse ecologica, anteriore al rapido crollo dei progetti di crescita … [oggi tornati prepotentemente nell’agenda politica in contrasto all’austerità di bilancio e alla stagnazione economica, crescita più evocata e annunciata che perseguita con coerenti politiche per il lavoro e per l’occupazione, gli stessi programmi politici sono ormai così simili tra loro da scoraggiare la partecipazione al voto, toccando abissi negativi mai raggiunti prima, anch’essi, come i prodotti in vendita, sono ormai distinguibili per lo più dal solo confezionamento]… Cambiamenti climatici, inquinamento, collasso delle protezioni immunitarie, innalzamento dei mari … Il tentativo di vivere come rifugiati che vagano in questa terrificante desertificazione.

Così Cormac McCarthy in The Road (2006) raffigura la difficile e non scontata sopravvivenza degli ultimi esseri rimasti in vita sulla Terra, tra “le ceneri del mondo defunto trasportate qua è là nel nulla da lugubri venti terreni”.

Eppure anche in The road in soli tre episodi pare sprigionarsi una debole speranza messianica, in grado di squarciare lo spettrale scenario.

Il primo si svolge in un super-mercato abbandonato, scardinando un distributore automatico di bevande rotola per terra un freddo cilindro metallico tra cumuli di macerie: una lattina di Coca-Cola.

Il bambino non ha mai visto nulla di simile, incantato dall’oggetto inusuale, assapora l’effervescenza delle bollicine che fuoriesce dalla linguetta strappata, un atmosfera che pare ancora veicolare aspettative, tradite dalla società dei consumi e che invece alludono ad un più autentico desiderio di felicità.

L’oggetto di consumo forse più famoso al mondo, “nel mondo di ciò che è stato” si trasforma in oggetto antiquario, scheggia di quella speranza messianica, pur debole, che è al centro della filosofia di Benjamin, in grado di strappare a viva forza dal passato la volontà di redenzione e di rinascita per una umanità in estinzione.

Il secondo episodio, forse rappresenta l’ultima occasione di credere in qualcosa come attesta la risposta del figlio al padre, il bimbo è sgomento e attonito per la durezza con la quale il padre ha scacciato e condannato a morte un ladro e piange, allora per consolarlo il padre gli dice: non tocca a te preoccuparti di tutto, ma il figlio asciugandosi gli occhi dalle lacrime risponde: Si invece tocca a me!

È una assunzione di responsabilità, una volontà di agire, qui ed ora, che risuona in “un’oscurità che non aveva più né profondità né dimensioni, con un sole invisibile che non proiettava ombre” e che verrà ricompensata dal calore della solidarietà espresso da un piccolo gruppo di uomini e donne (ultimo episodio) i quali si prenderanno cura del fanciullo costretto a lasciare il padre morente.

Oppure almeno la volontà del voler tornare alle proprie radici “terrene” del pianeta Terra, come la volontà che anima Irma, “vecchietta avvizzita nata nello spazio e che prima di morire vorrebbe vedere la Terra, il pianeta leggendario da cui avrebbe tratto origine la specie umana e che nessuno  sa più individuare nelle mappe stellari”.

Quando vi giunge, a fronte di una cospicua remunerazione per il comandante Andrews, si trova di fronte ad “un pianeta morto, sfruttato fino all’osso, trivellato e privato brutalmente di ogni risorsa mineraria e vivente, le montagne frantumate, uccise le pianure” (Il pianeta impossibile Philips Dick).

Tutta la superficie terrestre è inaridita dallo sfruttamento commerciale, sferzata da un vento acido che solleva polveri radioattive, da un torbido oceano affiorano cumuli di sale e montagne di rifiuti, Irma a questa visione si ribella e mentre scorrono davanti ai suoi occhi immagini di una Terra, verde e viva, si inabissa in quel mare orribile, decisa a por fine al suo sogno caduto in frantumi.

Alla figura di Irma attenta ai dettagli, archeologa delle ultime tracce dell’umano che vede in queste scorie degli oggetti di consumo finalmente liberati dalla logica assolutista del profitto, forse allegorie di una condizione umana non più tiranneggiata dallo strapotere delle merci, una possibile per quanto debole speranza di salvezza, si contrappone la figura di Andrews, fatta di incomprensione cinica e cecità, il quale attratto dal luccichio di un minuscolo oggetto di metallo che “rifletteva il pallore malato della luna” lo raccoglie e vi legge: pluribus unum, la scritta stampata sulle monete statunitensi a ricordo dell’integrazione delle tredici colonie, “scrollò le spalle e lo butto nel vicino inceneritore di rifiuti” gli era stata data la possibilità di riconoscere la storia del suo pianeta originario proprio dai rifiuti, ma non seppe coglierla.

Nel paese delle ultime cose 1987 di Paul Auster, come in la possibilità di un isola 2005 di Houellebecq, si vive in un mondo ormai già finito, le cui scorie rappresentano solo più “l’ombra di mondo” e gli scenari spettrali dei cadaveri consentono agli ultimi superstiti di percepirsi cartesianamente come esistenti: se gli altri muoiono, ergo io esisto, re-sisto, ovvero esisto come resto!

Ultimi uomini che hanno smesso “di sperare nella possibilità di sperare” è tutto ciò che resta dell’uomo?

Daniel6 ha perso le emozioni, in la possibilità di un isola, non sa più né ridere, né piangere, risultato di una regressione antropologica del Daniel originario e a noi contemporaneo, Daniel24 è il risultato della clonazione umana, avverrà tra pochi secoli, come esito di una ulteriore accelerazione della modernità e del suo mito sempre più efficienti: saltare tutta la fase embrionale, dello svezzamento e della crescita e costruire subito un essere umano pronto per il lavoro.

Daniel24 vive in una casa-fortezza completamente isolato, può avere rapporti con pochi altri esseri post-umani solo virtuali, una vita monastica senza Dio e amore per il prossimo, ma “ciò che resta dell’uomo”, ad un tratto decide di uscire dalla sua stessa prigione e si avventura a scoprire quel che è rimasto del pianeta alla ricerca di altri suoi simili.

 

Rivoli Novembre 2014 Elvio Balboni.

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