Riccardo Barbero su “Il Capitale nel XXI Secolo” di Thomas Piketty (Bompiani 2014)

41yK93lWmVL._SY344_BO1,204,203,200_Il libro di Piketty, a dispetto della sua mole di oltre 900 pagine, è un testo sostanzialmente divulgativo: esso prospetta un ritorno alla “buona” economia politica degli anni 60, fondata sulla contabilità nazionale e sulle indagini statistiche.

In questo senso potrebbe essere – a meno della sua lunghezza – un buon libro di studio per gli studenti di economia, sia per i concetti fondamentali della contabilità nazionale, sia per gli aspetti di storia economica.

I semplici modelli matematici utilizzati nel testo hanno una funzione puramente descrittiva (come le tabelle statistiche e i grafici) e non hanno presunzione di prescrivere ricette di politica economica.

L’autore precisa, infatti,:” Per troppo tempo gli economisti hanno cercato di definire la propria identità a partire dai loro presunti metodi scientifici. In realtà, tali metodi sono soprattutto fondati su un uso smodato dei modelli matematici, i quali si risolvono spesso in un pretesto per farsi spazio e dissimulare la vacuità del ragionamento. (pag 924)

Per Piketty l’economia non è una scienza esatta, come la fisica, ma fa parte, accanto ad altre, delle scienze sociali, nelle quali la soggettività politica e sociale è il fattore determinante.

Scrive: “….non riesco a concepire l’economia se non come una sottodisciplina delle scienze sociali, da accostare alla storia, alla sociologia, all’antropologia, alle scienze politiche e a tante altre. Non mi piace molto l’espressione “scienza economica”. Mi sembra terribilmente arrogante. Mi dà l’impressione che postuli l’economia come una scienza superiore, specifica, distinta dalle altre scienze sociali. Preferisco di gran lunga l’espressione “economia politica”, che è forse un po’ vecchiotta ma ha il merito di mettere in luce quella che, secondo me, è l’unica peculiarità dell’economia accettabile nell’ambito delle scienze sociali: la prospettiva politica, normativa e morale.(pag. 923)

Per enfatizzare questa sua posizione, totalmente condivisibile, l’autore ricorre spesso a citazioni dei testi letterari di Honorè de Balzac, Jane Austen e Henry James per descrivere la condizione economica dei ceti più abbienti dei paesi europei della belle époque.

Il ricordo di quell’epoca è una costante del libro poiché l’autore, in base alle statistiche che produce, ritiene che la stratificazione economica e sociale del  momento attuale possa essere paragonata per alcuni aspetti a quella precedente la prima guerra mondiale.

Anzi, da questo punto di vista, il testo appare sostanzialmente ridondante perché questa sua tesi di fondo viene argomentata più e più volte lungo tutti i capitoli.

In fondo la “scoperta” di Piketty, ottenuta con un uso delle statistiche che non è dato verificare perché non viene chiarito nel testo, ma è probabilmente presente negli allegati tecnici (che non sono inseriti in questa edizione), è tutta in una rivisitazione storica dell’andamento delle principali economie capitalistiche nel corso dell’ultimo secolo e poco più.

Chi ricorda (o almeno ha letto) il dibattito politico interno alla sinistra degli anni 60, sa che in quel tempo si discuteva dello sviluppo neocapitalistico in termini di crescita delle forze produttive all’interno dei rapporti sociali di produzione e non in contraddizione con essi, di sostanziale modifica della divisione e dell’organizzazione del lavoro e di una possibile (oppure no) integrazione della classe operaia.

Le scelte riformiste o rivoluzionarie interne alla sinistra di allora avevano come base questa analisi dello sviluppo del capitalismo, in particolare del secondo dopoguerra, poiché tutti – riformisti o rivoluzionari – reputavamo che il “vero” capitalismo fosse quello che si stava affermando in quegli anni, attraverso la grande produzione di massa, la dilatazione dei consumi, lo sviluppo, almeno in Europa, dello stato sociale.

Ora Piketty, sulla base delle sue analisi statistiche della distribuzione dei redditi e dei patrimoni dei principali paesi capitalistici europei e degli USA, sostiene, invece, che i trenta anni gloriosi (1945-75) sono stati in realtà un’eccezione – e non la regola – nell’andamento dell’economia capitalistica: “Di fatto, se rimettiamo le cose nella giusta prospettiva storica, appare chiaro che, in realtà, è stato proprio il periodo dei Trente glorieuses a rappresentare un’eccezione, per il semplice fatto che l’Europa aveva accumulato nel corso degli anni 1914-45 un enorme ritardo nella crescita(pag 154).

Il periodo 1914-45 si caratterizza, infatti, per le due guerre mondiali particolarmente disastrose in Europa, la rivoluzione bolscevica, la crisi del ‘29 e la formazione del blocco sovietico: tutti eventi che hanno comportato una riduzione del capitale. La ricetta delle economie occidentali europee nel secondo dopoguerra sembrava basata su una ripartizione del reddito nazionale in due terzi al lavoro e il terzo residuo al capitale. Invece dagli anni ’80 in qua si è assistito alla “rivoluzione conservatrice” anglosassone, al crollo dell’URSS e del blocco sovietico, ai processi di globalizzazione produttiva e soprattutto finanziaria.

Oggi – scrive Piketty – il rapporto capitale/reddito oscilla tra 4-5 (in USA e Germania) e 6-7 (Spagna e Italia).

Questo rapporto “…è tanto più elevato quanto più è rilevante il tasso di risparmio e quanto più è basso il tasso di crescita [del PIL] (pag 93)

E’ noto come il tasso di crescita delle economie sviluppate sia oggi molto contenuto se non addirittura negativo (come nel nostro paese); scrive Piketty: “Tra il 1900 e il 1980 il 70-80% del prodotto mondiale di beni e servizi si è concentrato in Europa e in America…per scendere oggi al 50%..ovvero più o meno ai livelli del 1860. (…) dovrebbe continuare a scendere fino a un livello del 20-30% nel corso del XXI secolo…questo livello è già stato in vigore fino all’inizio del XIX secolo….sarebbe conforme al peso demografico(pag 100)

Il tasso di crescita dipende dalla crescita della produzione, ma anche dalla crescita della popolazione: “Secondo le migliori stime disponibili, il tasso di crescita del PIL mondiale è stato in media, tra il 1700 e il 2012, dell’1,6% annuo, di cui lo 0,8% annuo per la crescita della popolazione e lo 0,8% annuo per la crescita del prodotto pro capite.  (pag 121)

Gli economisti liberisti del giorno d’oggi ritengono poco interessante un tasso di crescita così limitato, ma, ci ricorda Piketty, “Nell’arco di un anno, una crescita dell’1% sembra molto debole, quasi impercettibile: di fatto le persone interessate possono non rendersene conto a prima vista e avere l’impressione di una completa stagnazione,…. Ma, nell’arco di una generazione, ossia trent’anni circa- misura che rappresenta per noi la scala temporale più significativa per valutare i cambiamenti operanti in una data società-, quella stessa crescita corrisponde a un progresso di più di un terzo, il che costituisce una trasformazione quanto mai sostanziale. È certo meno spettacolare di una crescita annua del 2-2,5%, che porterebbe a un raddoppio a ogni generazione [ e a dieci volte in un secolo, cioè a più di 50 miliardi di volte in 1000 anni!]“ (pag 124)

Le proiezioni statistiche di Piketty, dunque, hanno anche il pregio di farci toccare con mano quanto siano assurde certe proposte sviluppiste dei  profeti iperliberisti e quanto sia insostenibile il mito della crescita lineare.

Ad esempio, a proposito del debito pubblico e del suo rientro, l’autore ci ricorda che nel Regno Unito il debito pubblico ha raggiunto il 200% dopo le guerre napoleoniche e  che ci sono voluti oltre un secolo di bilanci in attivo per ridurre progressivamente l’indebitamento, all’inizio del XX secolo, a meno del 30%, salvo poi riportarlo di nuovo al 200% alla fine della seconda guerra mondiale.

 Ma torniamo al punto nodale dell’opera: “Il secolo scorso si caratterizza dunque per una spettacolare curva a U. Il rapporto capitale/reddito si è diviso di circa un terzo nel periodo 1914-1945, per poi moltiplicarsi per più di due tra il 1945 e il 2012.

Si tratta di variazioni di enorme ampiezza, contestuali ai violenti conflitti militari, politici ed economici che hanno segnato il XX secolo, in particolare in materia di capitale, proprietà privata e distribuzione mondiale delle ricchezze. Al confronto, i secoli XVIII e XIX appaiono oasi di pace.

Dopodiché, il rapporto capitale/reddito dal 2010 è praticamente ritornato sui livelli del periodo precedente la prima guerra mondiale.  “ (pag 181)

Il capitale ha cambiato natura -prima era terriero, ora è diventato immobiliare, industriale e finanziario -, ma non ha perduto nulla della sua importanza. “  (pag 184)

Attualmente, in Francia e nel Regno Unito, il reddito nazionale è dell’ordine di 30.000 euro annui pro capite, e il capitale nazionale si aggira in tutti e due i casi attorno alle sei annualità di reddito, ossia attorno ai 180.000 euro per abitante. In entrambi i paesi, i terreni agricoli non valgono quasi più nulla (poche migliaia di euro pro capite al massimo), e il capitale nazionale si divide grosso modo in due metà quasi esattamente uguali: nel senso che ciascun abitante possiede in media circa 90.000 euro di patrimonio immobiliare (che utilizza per uso proprio o affitta ad altri) e circa 90.000 euro di altri capitali interni (soprattutto capitali investiti in imprese, attraverso titoli finanziari).  “  (pag 188)

A parità di reddito, come sarebbe stata in questi due paesi la ripartizione del capitale nel 1700? I terreni agricoli avrebbero avuto la fetta maggiore (120 000 euro) e i restanti 60 000 euro sarebbero stati divisi a metà tra immobili e altri capitali.

E subito prima della prima guerra mondiale?  I terreni agricoli sarebbero scesi moltissimo ( 10 000 euro nel Regno Unito e 30 000 in Francia), mentre sarebbero saliti gli immobili (50 000 euro) e gli altri capitali (60 000 euro); inoltre avrebbero avuto un peso rilevante gli investimenti esteri nelle colonie ( 60 000 euro per il Regno Unito e 40 000 per la Francia).

E il capitale pubblico quanto pesa oggi in questi due paesi europei ?

Oggi, nel Regno Unito, il valore globale degli attivi pubblici (non finanziari e finanziari) equivale circa a un’annualità di reddito nazionale, e in Francia a poco meno di un’annualità e mezza. Tenendo conto del fatto che, in entrambi i paesi, il debito pubblico corrisponde a un’annualità circa del reddito nazionale, vuol dire che il patrimonio pubblico netto, o capitale pubblico, è in entrambi i paesi vicinissimo allo zero. Secondo le ultime stime ufficiali, calcolate dagli istituti statistici e dalle banche centrali di ciascun paese, il capitale pubblico netto nel Regno Unito è praticamente nullo e in Francia equivale ad appena il 30% del reddito nazionale  “  (pag 191)

Il centro dell’analisi delle prime due parti del libro è, dunque, il rapporto capitale/reddito e il suo ritornare, dopo il trentennio glorioso, ai valori della belle époque.

Ma le analisi storico-statistiche di Piketty permettono anche di riflettere sulle differenti visioni di cultura economica dei diversi paesi.

Ad esempio, perché in Germania c’è tanta idiosincrasia verso l’inflazione? Perché in USA il capitalismo sembra assumere spesso una faccia più democratica che in Europa ?

Scrive Piketty: “Oggi l’attivo estero della Germania è vicino al 50% del reddito nazionale (più della metà del quale accumulato dopo l’anno 2000), più o meno equivalente ai livelli del 1913. “ (pag. 217)

Nella storia economica della Germania si può notare che ben due volte essa ha annullato l’alto debito pubblico per mezzo dell’inflazione: nel 1930 e nel 1950, infatti, il debito pubblico è stato riportato ad appena il 20% del PIL.

Con ciò, il ricorso all’inflazione è stato talmente elevato, e ha destabilizzato l’economia e la società tedesca in modo talmente violento, soprattutto con la superinflazione degli anni venti, che l’opinione pubblica tedesca ha maturato, dopo episodi così significativi, una mentalità fortemente antin- flazionistica. Per cui, oggi, ci troviamo in una situazione paradossale: il paese che nel XX secolo ha più massicciamente utilizzato l’inflazione per liberarsi dei debiti, vale a dire la Germania, non vuole sentir parlare di un rialzo dei prezzi superiore al 2% annuo; il paese che nel XX secolo ha sempre rimborsato il proprio debito pubblico, anche al di là del ragionevole, vale a dire il Regno Unito, ha invece un atteggiamento più flessibile e non vede niente di male nel fatto che la sua banca centrale acquisti una buona parte del debito e lasci salire leggermente l’inflazione.“ ( pag. 218-9)

Oggi in Germania il capitale pubblico è all’incirca azzerato e quello privato è pari a circa quattro annualità di reddito nazionale: nettamente più basso che negli altri principali paesi europei.

E’ molto più basso in Germania il valore dello stock di immobili dovuto ad una maggiore regolazione del mercato delle abitazioni e degli affitti ed è più bassa soprattutto la capitalizzazione a valori di mercato delle imprese (borsa).

Se, per calcolare il totale dei patrimoni privati utilizziamo non il valore di mercato delle società e gli attivi finanziari corrispondenti, ma il loro valore di bilancio (vale a dire il valore contabile ottenuto cumulando gli investimenti iscritti a bilancio e deducendone i debiti), ecco che il paradosso tedesco non esiste più: i patrimoni privati tedeschi passerebbero immediatamete ai medesimi livelli della Francia e del Regno Unito (tra cinque e sei annualità di reddito nazionale, anziché quattro). “ (pag 222-3)

In buona sostanza il capitalismo tedesco (il modello renano) è più industriale, meno immobiliarista e meno finanziario, anche se le banche tedesche sono state le più esposte a livello europeo verso la “mala finanza”, come ci ha spiegato approfonditamente Gallino ne “Il colpo di stato di banche e governi”.

O ancora da dove nasce una pretesa maggiore democraticità del capitalismo americano delle origini?

Il punto essenziale è che l’America del Nord [nel XVIII sec.] ha evidentemente molti più ettari di terra pro capite della vecchia Europa. E complessivamente è molto più alto il capitale pro capite. Per l’esattezza, ne ha un livello talmente alto che il valore di mercato dei terreni finisce per fissarsi su livelli bassissimi: tutti possono possedere enormi quantità di terra, per cui la terra non vale un granché.  (…..)

Non dobbiamo quindi farci trarre in inganno: il basso rapporto capitale/reddito in America riflette una differenza di fondo nella struttura delle disuguaglianze sociali rispetto all’Europa. Il fatto che [nel XVIII secolo] in America la totalità dei patrimoni rappresenti solo tre annualità di reddito nazionale contro più di sette in Europa, significa in concreto che nel Nuovo Mondo il peso dei proprietari e delle posizioni acquisite nel passato è meno importante. Con pochi anni di lavoro e di produzione è possibile colmare il divario patrimoniale iniziale tra i vari gruppi sociali – o quantomeno è possibile colmarlo più in fretta che in Europa.

Nel 1840 Tocqueville scrive molto giustamente che “negli Stati Uniti la quantità delle grandi ricchezze è molto piccola, e i capitali sono ancora rari”, vedendo in ciò una delle origini più evidenti di quello spirito democratico che secondo lui pervade l’America. Tocqueville aggiunge che tutto dipende, stando a quanto ha osservato, dal basso prezzo dei terreni agricoli: “In America la terra costa poco, e tutti possono diventare proprietari” È l’ideale jeffersoniano di una società di piccoli proprietari terrieri, liberi e uguali. “ (pag. 232-4)

E tuttavia non bisogna dimenticare che “…Negli Stati Uniti, tra la fine del XVIII secolo e la prima metà del XIX, il valore totale degli schiavi equivaleva a circa un anno e mezzo del reddito nazionale, vale a dire al valore approssimativo di tutti i terreni agricoli. Se tra le altre componenti del patrimonio includiamo gli schiavi, rileviamo che il totale dei patrimoni americani è tutto sommato, dall’età coloniale ai giorni nostri, relativamente stabile, attorno alle quattro-cinque annualità di reddito nazionale.   (…)Nel Sud degli Stati Uniti, il valore totale degli schiavi è compreso tra due annualità e mezza e tre annualità di reddito nazionale, per cui il valore combinato dei terreni agricoli e degli schiavi supera le quattro annualità di reddito nazionale. In sostanza, i proprietari nel Sud del Nuovo Mondo controllano più ricchezze dei proprietari terrieri della vecchia Europa. I loro terreni agricoli non valgono molto, ma siccome gli schiavisti hanno avuto la buona idea di detenere come proprietà anche la forza lavoro che lavora quei terreni, il loro patrimonio totale è ancora più elevato.

Negli Stati Uniti del Sud, se si somma il valore di mercato degli schiavi alle altre componenti del patrimonio, si superano le sei annualità di reddito nazionale, un valore quasi pari a quello del capitale totale nel Regno Unito e in Francia. In quelli del Nord, invece, la presenza degli schiavi è quasi inesistente, e il totale del patrimonio è in effetti molto basso: appena tre annualità di reddito nazionale, ossia due volte meno rispetto agli Stati Uniti del Sud o all’Europa.

Come si vede, gli Stati Uniti prima della guerra di secessione sono ben lontani dall’essere quel mondo senza capitale…ll Nuovo Mondo coniuga infatti due realtà totalmente opposte: da un lato, al Nord, un mondo relativamente ugualitario in cui il capitale non vale davvero molto – perché le terre sono talmente abbondanti che tutti possono diventarne proprietari a poco prezzo, e anche perché i nuovi immigrati non hanno ancora avuto il tempo di accumulare abbastanza capitale; dall’altro, al Sud, un mondo in cui le disuguaglianze in merito alla proprietà assumono invece forme estreme ed estremamente violente  “ (pag 243-45)

In conclusione “il complesso, contraddittorio rapporto degli Stati Uniti con il problema della disuguaglianza rimane di fatto invariato fino ai giorni nostri: da un lato, un’aspettativa ugualitaria, e un’altissima fiducia riposta in quella terra delle grandi opportunità che continuano ad apparire gli Stati Uniti agli occhi di milioni di immigrati di modeste condizioni; dall’altro, forme quanto mai brutali di disuguaglianza, legate a una questione razziale ancora oggi irrisolta “ (pag 246)

Analizzando il rapporto capitale/reddito sul lungo periodo, Piketty constata che dal 1970 ad oggi  in tutti i paesi più ricchi (G8) il capitale privato  è cresciuto in rapporto al reddito nazionale: in Italia, come si è già detto, c’è il rapporto più alto (quasi 7) che si è formato negli ultimi quarant’anni  partendo nel 1970 da un valore molto più basso (circa 2,5).

Quali sono stati, secondo l’autore, i fattori che hanno determinato questo aumento ? In primo luogo il rallentamento della crescita, soprattutto demografica; poi i processi di privatizzazione del capitale pubblico e, infine, l’aumento degli attivi immobiliari e azionari ottenuto grazie al contesto politico favorevole.

Nel G8 l’Italia ha oggi il tasso di risparmio più elevato (15%), superiore anche a quello giapponese (14,6%) e ha anche la percentuale più elevata di risparmio delle famiglie (pari al 97% del risparmio totale).

Scrive Piketty: “Anziché pagare le tasse per equilibrare i bilanci pubblici, gli italiani – o quantomeno la media degli italiani – hanno prestato denaro al governo acquistando buoni del Tesoro o attivi pubblici, accrescendo così il loro patrimonio privato senza accrescere il patrimonio nazionale.

Di fatto, in Italia, nel periodo 1970-2010, malgrado un notevolissimo risparmio privato (circa il 15% del reddito nazionale), il risparmio nazionale è stato inferiore al 10% del reddito nazionale. In altri termini, più di un terzo del risparmio privato è stato assorbito dal deficit pubblico. “ (pag 282)

Nel concludere la seconda parte del libro, l’autore riprende le considerazioni sull’aumento del rapporto capitale/reddito e analizza le possibili contraddizioni di questo andamento confrontandosi con il tema marxista del calo tendenziale del saggio di profitto: “Nel caso in cui non esista alcuna crescita strutturale, e in cui il tasso g [tasso di sviluppo] sia rigorosamente nullo, si arriva a una contraddizione logica molto vicina a quella descritta da Marx. A partire dal momento in cui il tasso di risparmio netto s è positivo – nel senso che i capitalisti con tenacia si dedicano ad accumulare ogni anno sempre più capitale, per volontà di potenza e di perpetuazione del potere, oppure semplicemente perché il loro livello di vita è già abbastanza elevato e come tale va mantenuto – il rapporto capitale/reddito aumenta indefinitamente. Più in generale, se il tasso g è basso e vicino allo zero, il rapporto capitale/reddito di lungo termine β = s/g tende all’infinito. E con un rapporto capitale/reddito  β infinitamente elevato, il rendimento da capitale r deve necessariamente ridursi sempre più e arrivare alla fine vicino allo zero, altrimenti la quota di capitale α = r x β  finirà per divorare la totalità del reddito nazionale.

La contraddizione dinamica segnalata da Marx corrisponde dunque a una vera difficoltà, la cui sola soluzione logica è la crescita strutturale, l’unica a consentire di equilibrare- in qualche misura – il processo di accumulazione del capitale. “ (pag 350)

La crescita strutturale di cui parla Piketty  è la crescita della produttività, ma anche quella della popolazione: è assente, dunque, tra le argomentazioni dell’autore ogni riferimento ai limiti fisici della crescita sia della produzione che della popolazione, così come in Marx e nella grossa parte dei principali economisti di oggi. E’ sicuramente uno tra i punti più discutibili ( e non convincenti) del libro.

Nella terza parte del testo, Piketty approfondisce l’analisi della concentrazione delle ricchezze e dell’aumento delle diseguaglianze: si tratta di una sorta di “analisi di classe”  fatta attraverso il reddito e il patrimonio e non fondata marxisticamente sui rapporti sociali di produzione.

Al punto che l’autore può affermare che “ Il problema è che qualsiasi rappresentazione della disuguaglianza fondata su un piccolo numero di categorie non può che essere schematica e parziale, poiché la realtà sociale soggiacente è comunque quella di una ripartizione continua. A tutti i livelli di reddito e di patrimonio, esiste pur sempre quel certo numero di persone in carne e ossa le cui caratteristiche e la cui importanza numerica variano lentamente e gradualmente con il variare del tipo di distribuzione presente nella società considerata. Non c’è mai una frattura netta, una discontinuità, tra le diverse classi sociali, tra il mondo del “popolo” e quello delle “élite”.  “ (pag 383).

E tuttavia, pur con questi limiti d’impostazione, l’analisi di Piketty contiene molti aspetti interessanti.

Egli scrive: “Verso il 1900-10, in Francia come nel Regno Unito, in Svezia e in tutti i paesi per i quali disponiamo di dati validi, il 10% più ricco deteneva la quasi totalità del patrimonio nazionale: la quota del decile [10%]superiore  raggiungeva il 90%. L’1% più fortunato possedeva da solo più del 50% del totale dei patrimoni. La quota del centile [1%] superiore, in certi paesi a forte tasso di disuguaglianza, come il Regno Unito, superava anche il 60%. Viceversa, il 40% intermedio possedeva poco più del 5% del patrimonio nazionale (tra il 5% e il 10%, a seconda dei paesi), vale a dire poco più del 50% più povero, che ne deteneva, come oggi, meno del l5%.

In altri termini, all’epoca non esisteva una classe media, poiché il 40% intermedio era, a livello patrimoniale, quasi povero come il 50% più povero. (…) In fondo, la classe media è riuscita a strappare solo qualche briciola: non più di un terzo del patrimonio in Europa, appena un quarto negli Stati Uniti….  [Ma] Si sbaglierebbe se si sottovalutasse l’importante- anche se fragile- novità storica rappresentata dall’emergere di una “classe media patrimoniale“. “ (pag 398-99)

In Francia, in particolare, i redditi delle fasce più alte e quelli delle fasce più alte di stipendiati si sono molto avvicinati, mentre quelli delle fasce basse di salariati sono rimasti nella stessa posizione relativa.

La compressione delle disuguaglianze di reddito… si concentra…attorno …alle catastrofi del periodo 1914-45” (pag 418)

Siamo insomma passati in larga misura da una società di rentiers a una società di alti dirigenti…in Francia …sono i rentiers….a essere scesi al di sotto dei dirigenti, non sono i dirigenti ad avere sopravanzato i rentiers” (pag 423)

“…il decile  superiore postula sempre due mondi molto diversi; da una parte il “9%”,in cui prevalgono nettamente i redditi da lavoro [dirigenti, alti burocrati di stato, liberi professionisti, professori universitari], dall’altra 1′”1%”,in cui prendono via via il sopravvento i redditi da capitale…. i patrimoni elevati sono prevalentemente finanziari (in particolare azioni e partecipazioni a società).   “  (pag 428-29)

Andando ad esaminare la storia delle disuguaglianze nel periodo 1945-2010 in Francia, Piketty distingue tre fasi:

  • dal 1945 al 1967 le disuguaglianze  crescono con forza: la quota di reddito nazionale del primo decile passa da meno del 30% al 37%;
  • dal 1968 al 1983 le disuguaglianze diminuiscono con forza eguale e contraria: la quota di reddito nazionale del primo decile torna al 30%;
  • dopo il 1983 le disuguaglianze riprendono ad aumentare costantemente e la quota di reddito nazionale del primo decile ritorna al 33%.

Perché queste variazioni ?

Il forte aumento delle disuguaglianze in Francia tra il 1945 e il 1967 coniuga da un lato un sensibile aumento della quota di capitale nella composizione del reddito nazionale, e dall’altro sensibili disuguaglianze salariali, il tutto in un contesto di forte crescita economica. Anche il clima politico svolge un ruolo importante: il paese è completamente concentrato sulla ricostruzione, e la priorità non è certo la diminuzione delle disuguaglianze, anche perché ciascun cittadino si rende benissimo conto che le disuguaglianze sono assai diminuite in conseguenza delle guerre. Negli anni cinquanta-sessanta i salari dei dirigenti, degli ingegneri e di altro personale qualificato crescono in termini strutturali molto più in fretta dei salari bassi e medi, e in un primo tempo nessuno sembra farci troppo caso. Nel 1950 viene sì fissato un salario minimo nazionale, ma non viene quasi mai rivalutato nel decennio successivo, per cui il suo diva- rio rispetto all’aumento del salario medio cresce di continuo.

La vera crepa nel sistema si produce solo nel1968 .Il movimento del Maggio 1968, radicato nel mondo studentesco, intellettuale e sociale, ha evidentemente una portata che va molto oltre la questione dei salari (anche se vi svolge un ruolo considerevole il disagio nei confronti del modello di crescita produttivistica e disuguale degli anni cinquanta-sessanta). Eppure il suo sbocco politico più immediato è proprio di ordine salariale: per uscire dalla crisi, il governo del generale de Gaulle firma gli accordi di Grenelle, che prevedono in particolare un rialzo del 20% del salario minimo. Nel 1970 il salario minimo verrà ufficialmente indicizzato, anche se in misura parziale, sul salario medio, e – quel che più conta- tutti i successivi governi, dal1968 al1983, si sentiranno in dovere di varare ogni anno “ritocchi” anche molto forti, in un clima politico e sociale in piena ebollizione. Per cui il potere d’acquisto del salario minimo cresce in totale, tra il1968 e il1983, di oltre il130%, mentre negli stessi anni il salario medio cresce solo di circa il 50%: da qui, la forte compressione delle disuguaglianze salariali. Il distacco rispetto al periodo precedente è netto e massiccio: tra il1950 e il1968 il potere d’acquisto del salario minimo era cresciuto di appena il 25%, mentre il salario medio era più che raddoppiato. Trascinata dal forte rialzo dei salari bassi, negli anni 1968-83 la massa salariale nel suo insieme aumenta molto più in fretta del prodotto: da qui, il notevole calo della quota del capitale nella composizione del reddito nazionale studiata nella Parte seconda e la compressione assai forte delle disuguaglianze di reddito.

Nel1982-83 il ciclo torna di nuovo a rovesciarsi. Il nuovo governo socialista uscito vittorioso dalle elezioni del maggio 1981….decide, nel1982-83, di varare quella che all’epoca viene chiamata la “svolta del rigore”: i salari vengono bloccati e la politica dei massicci “ritocchi” al salario minimo viene definitivamente abbandonata. E i risultati non si fanno attendere: la quota dei profitti nel prodotto nazionale risale a razzo per tutti gli anni ottanta, le disuguaglianze salariali riprendono ad aumentare e ancor più le disuguaglianze di reddito.  Si tratta di un’altra frattura epocale, non meno netta di quella del1968, ma di segno opposto. “ (pag. 440-42)

Bisogna poi aggiungere che in Francia, a partire dalla fine degli anni novanta, si è inaugurato un fenomeno nuovo, cioè una forte tendenza alla crescita dei salari alti, in particolare degli stipendi dei quadri dirigenti delle grandi imprese e dei guadagni percepiti dall’alta finanza.Il fenomeno si rivela, per il momento, meno massiccio che negli Stati Uniti, ma si sbaglierebbe a sottovalutario. “ (pag 443)

L’attuale  società statunitense si caratterizza, secondo Piketty, come una società dei superdirigenti.

Tra il ’50 e il ’70 gli USA hanno vissuto “la fase più egualitaria della loro storia: il decile superiore della gerarchia dei redditi detiene circa il 30-35% del reddito nazionale americano, più o meno il medesimo livello della Francia di oggi. È “l’America che amiamo” di cui parla con nostalgia Paul Krugman, l’America della sua infanzia. (…)Dopodiché, a partire dagli anni settanta-ottanta, assistiamo, negli Stati Uniti, a un’esplosione senza precedenti delle disuguaglianze di reddito. La quota del decile superiore cresce in progressione da circa il 30-35% del reddito nazionale negli anni settanta a circa il 45-50% all’inizio del XXI secolo, con un rialzo di quasi 15 punti di reddito nazionale americano (pag 448)

In concreto, se si cumula la crescita totale dell’economia americana nel corso dei trent’anni che hanno preceduto la crisi, vale a dire tra il 1977 e il 2007, si rileva che il 10% più ricco si è appropriato dei tre quarti della crescita stessa; l”‘ 1%” più ricco in assoluto ha assorbito da solo quasi il 60% della crescita totale del reddito nazionale americano del periodo; per il restante 90%, il tasso di crescita del reddito medio si è ridotto a meno dello 0,5% annuo. Sono cifre incontestabili e impressionanti (…)È difficile immaginare che un’economia e una società possano continuare a funzionare come se nulla fosse, con uno squilibrio così profondo tra i gruppi sociali. “ (pag 455-6)

Secondo Piketty “… le nuove disuguaglianze americane hanno molto più a che fare con l’avvento dei “superdirigenti” che con un’élite di “superstar” “; infatti “ Ricerche recenti, fondate sul confronto tra i file delle dichiarazioni dei redditi e quelli della dichiarazione dei salari delle società, permettono di rilevare che la grande maggioranza degli appartenenti all’1% più ricco in termini di reddito- tra il 60% e il 70%, a seconda delle definizioni adottate- è composto nel XXI secolo da dirigenti di alto livello. Al confronto, campioni sportivi, attori e artisti tutti assieme rappresentano in totale meno del 5% dagli appartenenti al gruppo. “ ( pag 463)

Ma “All’interno di tali gruppi [del primo decile] si trovano rappresentati, per esempio,[anche] gli economisti universitari americani, i quali sono perlopiù propensi a giudicare che l’economia degli Stati Uniti vada piuttosto bene e che premi, in particolare, il talento e il merito con equità e rigore: insomma, una reazione più che umana e comprensibile.  (pag 453)

Per combattere le disuguaglianze all’interno dei redditi da lavoro l’autore sostiene che il modo migliore è investire nella formazione: “A lungo termine, investire nella formazione e nelle competenze è il modo migliore per aumentare i salari e ridurre le disuguaglianze salariali. Sul lungo periodo, non sono certo i salari minimi o le griglie salariali a far sì che i salari si moltiplichino per cinque o per dieci: per riuscire a raggiungere un progresso del genere, le forze determinanti sono la formazione e la tecnologia. “ (pag 480)

E’ evidente che la contrattazione sindacale non rientra nell’orizzonte politico e culturale di Piketty anche se poco oltre afferma: “se le persone meglio pagate arrivano a fissarsi da sole – almeno in parte- il salario, vuoi dire che le disuguaglianze diventeranno sempre più forti.  “ (pag 513)

Un altro fattore di innalzamento delle disguaglianze di reddito (anche da lavoro) è la politica fiscale: “il fortissimo calo del tasso marginale superiore, nei paesi anglosassoni, a partire dagli anni settanta-ottanta (giusto i paesi che, nei decenni precedenti, avevano inventato una politica fiscale quasi confiscatoria sui redditi giudicati sproporzionati), sembra aver del tutto modificato i parametri istitutivi dei compensi dei quadri dirigenti, i quali si sentono oggi molto più motivati che in passato a fare di tutto pur di ottenere aumenti cospicui. “ (pag 514)

Ma l’aumento continuo di queste già alte retribuzioni “…….a sua volta accresce l’influenza politica- in particolare attraverso il finanziamento dei partiti, delle lobby e dei think tanks- del gruppo sociale interessato a mantenere questo tasso su bassi livelli, o magari ad abbassarlo ulteriormente. “  (pag 515)

Affrontando le disuguaglianze nella distribuzione del patrimonio, Piketty mette in evidenza la funzione del sistema fiscale: “È importante insistere sul fatto che la fortissima concentrazione patrimoniale osservata nel1900-10 è frutto di un lungo periodo storico caratterizzato dall’assenza di guerre o di catastrofi gravi (perlomeno in rapporto a quelle così violente del XX secolo), nonché- forse soprattutto – di un mondo senza imposte o quasi. Fino alla prima guerra mondiale, nella maggior parte dei paesi non esiste alcuna imposta sui redditi da capitale o sui redditi delle società; (….) nel corso del XX secolo compaiono invece molte forme d’imposta, sui dividendi, sugli interessi, sui profitti e gli affitti, per cui il dato risulta radicalmente modificato.

Per semplificare, possiamo constatare che in un primo tempo, fino al 1900-10, il tasso medio d’imposta sul rendimento da capitale era molto vicino allo 0% (in ogni caso inferiore al 5%), e che solo a partire dagli anni cinquanta-ottanta del Novecento, e in una certa misura fino all’inizio del XXI secolo, si è attestato, nei paesi ricchi, attorno al30%, anche se la tendenza recente è quella di una compressione verso il basso, nel quadro della concorrenza fiscale tra Stati originata in particola- re dai paesi di minor spessore economico. Utilizzando i modelli teorici descritti prima, è possibile mostrare che un tasso d’imposta effettivo del 30% -se realmente applicato a tutte le forme di capitale -può bastare a spiegare da solo una deconcentrazione patrimoniale molto forte (corrispondente al calo della quota del centile superiore osservata storicamente (….) Il fatto di far salire il tasso d’imposta del capitale dallo 0% al 30% (e di far scendere il rendimento netto del capitale dal 5% al 3,5%) può benissimo non avere alcun effetto sullo stock totale di capitale a lungo termine, per la semplice ragione che il calo dei patrimoni del centile superiore è compensato dalla crescita della classe media patrimoniale. Che è poi quanto è accaduto nel XX secolo  “  (pag 575-6)

L’autore precisa che questo recente abbandono o ridimensionamento della leva fiscale sui patrimoni non può essere contrabbandato come un mezzo per raggiungere un ipotetico equilibrio naturale, anzi: “sarebbe illusorio pensare che esistano, nella struttura della crescita moderna o nelle leggi dell’economia di mercato, forze di convergenza capaci di portare naturalmente a una riduzione delle disuguaglianze patrimoniali o a una stabilizzazione in qualche misura armonica.  “ (pag 580)

 In questo quadro l’eredità torna oggi ad essere un fattore importante nel determinare le disuguaglianze dei patrimoni.

Scrive Piketty: “Quanto più il XXI secolo si caratterizzerà per una diminuzione della crescita (demografica ed economica) e per il rendimento elevato del capitale (in un contesto di spietata concorrenza tra paesi, onde attirare capitali), perlomeno nei paesi in cui si produrrà un tale sviluppo, tanto più l’eredità riacquisterà un’importanza analoga a quella che ha avuto nel XIX secolo.  “ (pag 582)

I flussi ereditari sono stati, infatti, in Francia e negli altri paesi europei molto importanti nella belle époque fino a raggiungere il 25% del reddito nazionale; sono poi crollati nel periodo 1914-45 e sono rimasti bassi fino agli anni ’80.

L’autore precisa ulteriormente la sua analisi storica dell’evoluzione delle situazioni ereditarie: “Negli anni cinquanta-sessanta, le successioni e le donazioni equivalgono a pochi punti percentuali di reddito annuo, per cui possiamo legittimamente pensare che l’eredità sia più o meno scomparsa e che il capitale, oltre a essere nel complesso meno importante che nel passato, sia ormai una sostanza che si accumula da sé, grazie al risparmio e all’impegno. [ E’ questa l’esperienza dei baby boomers nati negli anni 40 e 50]  (…) [ora invece] le generazioni più giovani, in particolare quelle nate a partire dagli anni settanta-ottanta, tornano a percepire- in una certa misura – l’importanza che l’eredità avrà nella loro vita e in quella dei loro figli. “ (pag  586-7)

I fenomeni demografici favoriscono ulteriormente questa trasformazione: “Quando però l’invecchiamento si accompagna, come in Francia, a una stabilizzazione del volume delle nascite o, peggio ancora, a un loro calo- fenomeno comune a  molti paesi ricchi -, tutti gli elementi congiurano tra loro per una forte crescita del flusso successorio.  (…)In concreto…… il tasso annuo di trasmissione del patrimonio (ossia il flusso successorio espresso in percentuale del patrimonio privato totale), ha nettamente ripreso a salire nel corso degli ultimi decenni, malgrado la continua discesa del tasso di mortalità “ (pag 598-600)

Al punto che oggi: “….in Francia, secondo gli ultimi dati disponibili, il capitale ereditario equivale nel  2010 a circa i due terzi del capitale privato, contro appena un terzo del capitale accumulato mediante il risparmio. (…) E’ altamente probabile che nei decenni futuri la quota dei patrimoni ereditati continui a crescere, ossia che da qui al 2020 superi il 70% e che negli anni trenta- quaranta del XXI secolo si avvicini all’80%.   “  (pag 620)

“…le diverse generazioni del XX secolo hanno [quindi] vissuto esperienze dissimili in materia di risparmio e di capitale: le schiere dei baby-boomers hanno dovuto insomma costruirsi da sé, quasi quanto le generazioni del periodo tra le due guerre e dei primi del secolo, schiacciate dal peso dei conflitti, mentre chi è nato nell’ultimo terzo del XX secolo può godersi i frutti dell’eredità quasi quanto le generazioni del XIX secolo e del XXI secolo.   “ (pag 626)

In conclusione di questa parte Piketty può quindi affermare: “La fine dell’eredità non c’è stata affatto: è cambiata solo la distribuzione del capitale, il che è diverso. (…) esistono molte più eredità medie e medio-grandi. (…) In altri termini, siamo passati da una società con un piccolo numero di grossi rentiers a una società con un numero molto più elevato di rentiers meno danarosi: una società di piccoli rentiers “ (pag 649-50)

La rendita ha quindi avuto un ruolo importante nella società capitalistica e torna in questa fase agli antichi fasti che, agli occhi di molti anche di sinistra, sembravano ormai relegati a un lontano passato.

Scrive l’autore: “La rendita non è un’imperfezione del mercato: è, al contrario, la conseguenza di un mercato del capitale “puro e perfetto”, nel senso che gli economisti danno all’espressione, ossia di un mercato del capitale che offre a ciascun detentore – anche al meno abile dei rentiers – il rendimento più alto e meglio diversificato che si possa trovare nell’economia nazionale o anche mondiale. (…) La rendita, in un’economia di mercato e di proprietà privata del capitale, è una realtà.  (…) Si pensa a volte che la logica dello sviluppo economico dovrebbe essere quella di rendere meno decisiva la distinzione tra lavoro e capitale. In verità, è proprio il contrario: la crescente manipolazione del mercato del capitale e la qualità ormai sofisticatissima dell’intermediazione finanziaria puntano a tenere sempre più distinte le identità di chi detiene il capitale e di chi lo gestisce, dunque a tenere sempre più distinti il reddito puro da capitale e il reddito da lavoro. “ (pag 654-5)

Ma come esiste una forte e crescente diversificazione dei redditi, esiste anche una consistente disuguaglianza nei patrimoni e nel loro accumulo.

Secondo Piketty questo accade per due ragioni sostanziali:

  1. gli intermediari finanziari finiscono per garantire automaticamente un rendimento medio più alto per i patrimoni più importanti;
  2. un patrimonio importante può assumere rischi maggiori e garantirsi un rendimento più

Se il rendimento medio attuale del capitale finanziario è circa il 4% annuo, il rendimento dei patrimoni maggiori sale mediamente al 6-7% con un incremento di circa il 40%

Quindi “…la disuguaglianza dei patrimoni tende per natura ad ampliarsi senza limiti” (p. 667)

“…a lungo termine – quando la crescita mondiale scenderà a livelli più bassi -, la disuguaglianza più preoccupante sarà quella derivante dalla disuguaglianza del rendimento da capitale, indipendentemente dal possibile allineamento dei paesi emergenti con i paesi ricchi. A lungo termine, il fattore più allarmante sarà proprio quello delle disuguaglianze patrimoniali all’interno di ciascuna nazione, ben più del fattore disuguaglianza tra nazione e nazione.       “ (pag 668)

Elaborando i dati, l’autore  costruisce una tabella (pag 672) nella quale mette in evidenza questo processo nell’arco di tempo intercorso tra il 1987 e il 2013: secondo Piketty il tasso di crescita medio annuo dei patrimoni più elevati (al netto dell’inflazione) sarebbe stato del 6,8% rispetto al 2,1% del patrimonio medio mondiale per adulto, al 1,4% del reddito medio mondiale per adulto, al 1,9% della crescita della popolazione mondiale, al 3,3% del PIL mondiale.

Per esemplificare maggiormente questa tendenza ad una crescita diversificata dei grandi patrimoni nel libro viene analizzato (pag 693-698) l’investimento finanziario delle università degli USA.

Emerge che :

  1. il rendimento è più elevato per le maggiori e più ricche università ( 8,2% annuo)
  2. c’è una forte differenza data dagli investimenti “alternativi” (come gli hedge funds);
  3. una maggiore componente di questi ultimi è presente tra gli investimenti delle università che hanno maggiori dotazioni di capitale.

E’ un esempio, quindi, che descrive bene la disuguaglianza crescente nelle dotazioni patrimoniali in quanto mette in evidenza che nel rendimento del capitale pesano le economie di scala.

 Piketty chiarisce bene anche l’effetto dell’inflazione sul rendimento del capitale: “A volte si pensa, a torto, che l’inflazione riduca il rendimento medio del capitale. Ebbene: è falso. Perché, in media, il prezzo del capitale, vale a dire il prezzo delle attività immobiliari e finanziarie, tende a crescere allo stesso ritmo dei prezzi al consumo.   “ (pag 703 e seguenti)

La cosiddetta “tassa inflazionistica” incide solo sul capitale immobilizzato (in cassaforte sotto forma di liquido); basta investirlo in immobili e/o in finanza per “pareggiare il conto” con l’inflazione.

Prima di analizzare le proposte di Piketty per modificare questa situazione di crescenti disuguaglianze, che costituiscono l’ultima parte del libro, occorre segnalare che qua e là nel testo l’autore non manca di sottolineare i rischi per la democrazia derivanti dagli squilibri economici e dalle disuguaglianze sociali.

Scrive , infatti, “A volte, la razionalità economica e tecnologica non ha nulla a che vedere con la razionalità democratica. Dopo che l’illuminismo ha dato alla luce la prima, si è pensato un po’ troppo spesso che la seconda fosse una semplice filiazione naturale, che nascesse come per incanto. Invece la democrazia reale e la giustizia sociale esigono, come si sa, istituzioni specifiche, che non sono soltanto quelle del mercato e non possono nemmeno ridursi alle istituzioni parlamentari e democratiche, che adempiono a funzioni perlopiù formali. “ (pag 655)

Secondo Piketty, la forte concentrazione diseguale dei patrimoni  presuppone “…un sistema repressivo particolarmente efficiente, oppure .. un apparato di persuasione altrettanto potente, oppure … tutte e due le eventualità. “ (pag 67

9-80)

Nella quarta ed ultima parte del testo, l’autore argomenta le sue proposte per “regolare il capitale del XXI secolo”.

Già nel titolo di questa sezione del libro si manifesta l’intenzione regolatrice di Piketty che si distingue quindi nettamente dagli economisti liberisti. La sua prima proposta è, infatti, un’imposta mondiale progressiva sul capitale che egli stesso definisce utopistica, ma della quale suggerisce una prima applicazione a livello continentale europeo.

Ma andiamo con ordine. Secondo l’autore la crisi 2008-14 è stata (ma è già finita? a me non sembra) meno grave di quella del ’29 che si è chiusa solo con la fine della seconda guerra mondiale.

La grande recessione di oggi non si è trasformata in grande depressione perché si sono attivati gli strumenti per intervenire sulla situazione finanziaria operando il salvataggio delle banche più esposte.

Nel ’29 Hoover era favorevole a liquidare le “anatre zoppe”; oggi, invece, si sono azzoppate una serie di anatre per salvare le banche: “La crisi del 2008 è davvero la prima crisi del capitalismo patrimoniale mondializzato del XXI secolo, ed è poco probabile che sia l’ultima.  “ (pag 732)

Numerosi osservatori denunciano e lamentano l’assenza di un vero “ritorno dello Stato” sulla scena economica, e fanno notare che la crisi degli anni trenta, nonostante la sua gravità, ha avuto almeno il merito di promuovere cambiamenti più radicali, soprattutto in termini di politica fiscale e di bilancio.   “   (ibidem)

Secondo Piketty “La questione del “ritorno dello Stato” non si pone nel primo decennio del XXI secolo come si poneva negli anni trenta. Per la semplice ragione che il peso dello Stato è oggi molto più forte di quanto non fosse allora, anzi, è più forte di quanto sia mai stato. Ecco perché la crisi attuale si traduce a volte in una messa in stato d’accusa dei mercati e in una chiamata in causa del peso e del ruolo del potere pubblico. Quest’ultima polemica non si è mai fermata a partire dagli anni settanta e ottanta, e non si placherà mai: dal momento in cui il potere pubblico è tornato a esercitare nella vita economica il ruolo cruciale che ha assunto nei decenni successi al dopoguerra, è normale e legittimo che il suo ruolo venga discusso e contestato di continuo. (…)Alcuni invocano a gran voce il ritorno dello Stato, in tutte le sue forme, facendo intendere che sarebbe scomparso; altri ne esigono lo smantellamento immediato, specie là dove è più assente, come negli Stati Uniti, dove i gruppi nati dai Tea Party arrivano addirittura ad augurarsi la soppressione della Federai Reserve e il ritorno alla base aurea. Mentre in Europa s’infiammano gli scontri in termini di “greci pigri” e “tedeschi nazisti”. ll tutto non facilita la soluzione dei problemi, anche se va detto che i due punti di vista, antimercato e antistatale, hanno entrambi una loro parte di verità.  “ (pag 733)

Lanciando la parola d’ordine “modernizzare lo stato sociale e non smantellarlo” l’autore sostiene che “…la redistribuzione moderna, in particolare lo Stato sociale fondato nel corso del XX secolo dai paesi più sviluppati, è stato costruito attorno a un complesso di diritti sociali fondamentali: il diritto all’istruzione, alla salute, alla pensione. Quali che siano le limitazioni e le sfide alle quali devono far fronte oggi questi sistemi di prelievo fiscale e di spesa, quel complesso di diritti rappresenta un immenso progresso storico. Al di là degli scontri elettorali e delle partigianerie politiche, si tratta di sistemi sociali salutati da un larghissimo consenso, in particolare in Europa, dove persiste un attaccamento molto forte a quello che è stato percepito come un “modello sociale europeo”.  “ (pag 747)

Piketty si augura “…lo sviluppo di nuovi modelli di organizzazione decentrati e partecipativi, l’in- venzione di forme innovative di governance, che permettano, in sostanza, di strutturare in maniera efficace un settore pubblico molto più vasto di quello che esiste oggi.”

E precisa:” La nozione stessa di “settore pubblico” è peraltro riduttiva: il fatto che esista un finanziamento pubblico non implica che alla produzione del servizio in questione concorrano persone direttamente impiegate dallo Stato o dalle amministrazioni pubbliche in senso stretto. Nei settori dell’istruzione o della sanità, esiste in tutti i paesi una grande varietà di strutture giuridiche, specie sotto forma di fondazioni e associazioni, che fungono di fatto da strutture intermedie tra le due forme giustapposte dello Stato e dell’impresa privata, e che partecipano in pari modo alla produzione di pubblici servizi.” (pag 750)

 Ma come finanziare questa spesa ? Secondo l’autore non esclusivamente e non principalmente con l’imposta sui redditi (come nel XX secolo), ma anche e prioritariamente con una tassa progressiva sul capitale.

Per regolamentare il capitalismo patrimoniale globalizzato del XXI    secolo non basta ripensare il modello fiscale e sociale del XX e adattarlo al mondo attuale. È certo indispensabile un’attualizzazione appropriata del programma socialdemocratico e fiscal-liberale del secolo scorso, come abbiamo cercato di dimostrare nei due capitoli precedenti, nel corso dei quali ci siamo concentrati sulle due istituzioni fondamentali inventate nel XX secolo e destinate secondo noi a continuare a svolgere un ruolo cruciale in futuro: lo Stato sociale e l’imposta progressiva sul reddito. Ma perché la democrazia possa riprendere il controllo del capitalismo finanziario globalizzato del nuovo secolo vanno creati strumenti altrettanto nuovi, adatti alle sfide attuali. Lo strumento ideale sarebbe un’imposta mondiale e progressiva sul capitale, accompagnata da un altissimo grado di trasparenza finanziaria internazionale. Un’istituzione del genere arresterebbe l’attuale spirale della disuguaglianza perpetua e regolamenterebbe in modo efficace l’inquietante dinamica della concentrazione mondiale dei patrimoni.  “ (pag 813)

Piketty non si nasconde le contraddizioni della situazione attuale – d’altra parte come potrebbe farlo dopo le considerazioni sviluppate nel corso di tutto il libro a proposito dell’involuzione del sistema capitalistico: non tace sul fatto che l’istruzione non è più uno strumento efficace per la mobilità sociale, che la meritocrazia è una parola d’ordine che nasconde realtà di tutt’altra natura fondate all’opposto proprio sulle disuguaglianze, che l’assistenza sanitaria non è fruibile da tutti allo stesso livello e che esistono situazioni molto diverse tra i differenti paesi (e all’interno di ognuno di esso, come in Italia), che per la pensioni il sistema a riparto è preferibile perché è l’unico a garantire in modo affidabile e prevedibile l’importo dell’assegno pensionistico, ma che è anche diventato più difficile da sostenere con gli attuali andamenti demografici e con gli aumenti troppo bassi di produttività.

Sa bene che il prelievo fiscale sugli alti redditi in Europa e negli USA è diventato regressivo e che le eredità sono tassate molto meno dei redditi; ci racconta che i livelli più alti di tassazione sugli alti redditi, patrimoni ed eredità si trovavano in USA e UK fino agli anni ’80, perché in quei paesi c’era una sorta di “sospetto” per i redditi “non guadagnati”, cioè da capitale, ma afferma che ora la situazione è totalmente opposta.

Infatti  dagli anni ’80 la tassazione in USA e UK sugli alti redditi è scesa dall’80-90% (1930-80) al 30-40% (1980-2010): questa detassazione correla perfettamente con l’aumento vertiginoso degli alti redditi senza che quest’ultimo possa essere riferito ad un aumento del PIL e/o della produttività.

Piketty scrive anche che le comunicazioni sui movimenti di capitale, più vincolanti in USA e per il momento ancora molto limitate in UE, non sono gestite efficacemente, non comportano sanzioni significative e non sono mirate a controllare il capitale finanziario. In UE inoltre ci sono parecchi paesi che fruiscono ancora di un regime di deroga (Lussemburgo, Austria, Svizzera, Liechtenstein, Monaco, isole del Canale, ecc): un loro immediato adeguamento comporterebbe una riduzione del loro reddito nazionale molto significativa (dal 10 al 20% per Svizzera, Lussemburgo e per la City di Londra, più elevata ancora per gli altri paradisi fiscali).

Eppure nonostante tutte queste osservazioni colloca le sue proposte all’interno di un ideale socialdemocratico che appare oggi – non nei trent’anni gloriosi – piuttosto irrealistico: “sia l’imposta sul capitale sia la proprietà pubblica può fare in modo che la quota di reddito nazionale che concorre a formare i redditi da capitale privato (al netto delle tasse) sia inferiore al tasso di risparmio, senza che sia necessario accumularne altrettanto. È l’ideale socialdemocratico del dopoguerra: i profitti finanziano l’investimento e non il tenore di vita degli azionisti. Per usare la famosa frase pronunciata dal cancelliere tedesco Helmut Schmidt: “I profitti di oggi sono gli investimenti di domani e l’occupazione di dopodomani.”Il capitale e il lavoro si danno la mano.   “ (pag 904)

In questa logica Piketty propone la tassazione sui patrimoni con una progressione che esenti quelli fino a 1 milione di euro, si attesti all’1% tra l’uno e i cinque milioni e salga al 2% oltre i 5 milioni (per arrivare eventualmente anche al 10% oltre il miliardo).

Il compito principale di tale imposta non sarebbe tanto quello di finanziare lo stato sociale, quanto piuttosto di regolare il capitalismo e come tale non eliminerebbe l’imposizione sul reddito.

Una tassa sul patrimonio avrebbe anche una logica incentivante perché spingerebbe i capitalisti possessori a ottenere il miglior rendimento possibile.

Il sistema fiscale ideale dovrà (..) essere il risultato di un compromesso tra una logica incentivante (che spinge piuttosto verso un’imposta sullo stock del capitale) e una logica assicurativa (che si muove più verso un’imposta sul flusso di redditi prodotti dal capitale) “ (pag 835)

L’aspetto imprevedibile del rendimento da capitale ci fa ritenere, tra l’altro, che sia più efficace sottoporre a imposizione gli eredi non una tantum, al momento della trasmissione dell’eredità (attraverso l’imposta di successione), ma in modo permanente, per tutta la vita, attraverso imposte basate sui redditi frutto del capitale ereditato e sul valore del capitale stesso. Ne consegue, come dicevamo, che le tre imposte – sull’eredità, sul reddito, sul capitale – rivestono ruoli utili e complementari    “ (pag 836)

All’interno di queste considerazioni, il governo Monti viene citato come esempio negativo per quanto riguarda la tassazione dei capitali: “Nel 2012, a fronte di un debito pubblico considerevole (il più alto d’Europa) e di un livello eccezionalmente elevato di patrimoni privati (anch’esso uno dei più alti d’Europa, assieme alla Spagna),” il governo italiano ha deciso di varare una nuova imposta sul patrimonio. Ma, temendo di vedere gli attivi finanziari prendere la fuga per rifugiarsi nelle banche svizzere, austriache o francesi, ha fissato un tasso dello 0,8% sui beni immobiliari e di appena lo 0,1% sui depositi bancari e altri attivi finanziari (con esenzioni totali per i titoli azionari), senza introdurre alcun elemento di progressività. A parte il fatto che è difficile immaginare un principio economico che spieghi perché certi attivi dovrebbero essere tassati otto volte meno degli altri, un sistema del genere ha prodotto una conseguenza singolare: si è trattato, di fatto, di un’imposta regressiva sul patrimonio, poiché i patrimoni più elevati sono in genere prevalentemente costituiti da attivi finanziari (e soprattutto azioni) “ (pag 840)

Per quanto riguarda il problema del debito pubblico che tanto assilla i nostri politici ed economisti, Piketty ricorda che nei paesi più ricchi esso è mediamente pari al 90% del PIL (in Italia oltre 130%), mentre in quelli cosiddetti emergenti si ferma al 30%; secondo l’autore delle tre soluzioni possibili – austerità, inflazione, imposta sul capitale – solo l’ultima può essere efficace.

Egli sostiene, infatti, che un prelievo una tantum del 15% azzererebbe il debito in Europa dove i patrimoni sono più consistenti.

La prima soluzione – la politica d’austerità – oggi largamente applicata nella UE non sta funzionando e non è in grado di arrestare il debito pubblico che in alcuni paesi continua, infatti, ad aumentare; la seconda appare addirittura irrealizzabile.

Scrive l’autore: “…le banche centrali hanno il potere di evitare il fallimento di una banca o di una società non finanziaria prestandole il denaro necessario per pagare salari e fornitori. Ma non possono obbligare le imprese a investire, le famiglie a consumare e l’economia a riprendere la crescita. Non hanno nemmeno il potere di decidere circa il tasso d’inflazione.   “  (pag 880)

Inoltre “La totalità degli attivi e dei passivi finanziari è passata da circa il 10% annuo a più del 20% del PIL per quanto riguarda la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra, e dal 15% circa al 30% circa del PIL per quanto riguarda la BCE. Si tratta certo di una crescita incredibile. Ma è altrettanto chiaro che gli importi rimangono abbastanza modesti in rapporto alla totalità dei patrimoni privati netti, i quali nella maggioranza dei paesi ricchi raggiungono il 500% o il 600% del PIL.    (pag 882)

Ma “le banche centrali operano nel quadro di uno stretto mandato, incentrato sulla stabilità del sistema finanziario “ e la BCE, in particolare, agisce, come sappiamo, in una situazione particolare che ha visto “..creare una moneta senza stato e una banca centrale senza governo” (pag 889)

Nell’UE “….l’obiettivo di mantenere bassa l’inflazione è stato prioritario rispetto a quello della piena occupazione e della crescita, il che rispecchia lo specifico contesto ideologico nel quale la BCE è stata concepita.  (pag 890)

Secondo logica, la contropartita alla perdita di sovranità monetaria dovrebbe essere l’accesso a un debito pubblico garantito, e a un tasso basso e prevedibile. [Quindi]Solo una messa in comune, o condivisione, dei debiti pubblici dell’eurozona, o quantomeno dei paesi che al suo interno lo desi- derino, aiuterebbe a uscire dalle contraddizioni    “ (pag 892)

Secondo Piketty, dunque, bisognerebbe costruire un vero parlamento dell’eurozona (diverso quindi dall’europarlamento) e occorrerebbe condividere nell’eurozona il debito, discutendone le dimensioni per ciascun componente, avere una stessa tassa progressiva sul capitale basata sulla residenza del capitale stesso e quindi un’effettiva trasparenza sui movimenti finanziari, avere, infine, una stessa imposta sul reddito d’impresa.

Scrive l’autore in conclusione delle sue proposte “…in Europa, il patrimonio nazionale non è mai stato cosi alto. Il patrimonio pubblico netto è quasi nullo, considerata l’ampiezza dei debiti pubblici, mentre il patrimonio privato netto è talmente elevato che la somma dei due non è mai stata cosi alta da un secolo a questa parte. Per cui l’idea secondo la quale staremmo per  lasciare ai nostri figli e nipoti un debito vergognoso e dovremmo ricoprirci il capo di cenere per farci perdonare è del tutto priva di senso. Dal punto di vista della vera regola aurea, quella che riguarda l’accumulazione totale del capitale nazionale, ci corre l’obbligo di dire che i paesi europei non sono mai stati così vicini al fatto di rispettarla. Al contrario, ciò che è più esatto, e anche abbastanza vergognoso, è che questo capitale nazionale risulta distribuito malissimo, con una ricchezza privata che grava sulla povertà pubblica, e la conseguenza che oggi stiamo pagando molti più interessi sul debito pubblico di quanto investiamo, per esempio, nell’istruzione superiore. Del resto è una realtà non nuova: considerata la crescita abbastanza lenta degli anni settanta e ottanta del Novecento, stiamo vivendo una fase storica in cui il debito costa globalmente molto caro alle finanze pubbliche. Ecco la ragione principale per cui occorre ridurre al più presto il debito: idealmente, mediante un prelievo progressivo ed eccezionale sul capitale privato, al riparo dall’inflazione. Anche se sono decisioni che devono essere prese da un parlamento sovrano, dopo un regolare dibattito democratico.    “ (pag 909-10)

Piketty auspica, in conclusione, la “trasparenza economica e il controllo democratico del capitale”, e sottolinea che “ …che uno dei grandi obiettivi del futuro è sicuramente lo sviluppo di nuove forme di proprietà e di controllo democratico del capitale. Il confine tra capitale pubblico e capitale privato è tutt’altro che netto: non così netto come si è stati inclini a pensare dopo la caduta del Muro. Come abbiamo notato, esistono già ora molti settori di attività – istruzione, sanità, cultura, media- in cui le forme prevalenti di organizzazione di proprietà non hanno nulla a che vedere con i due paradigmi, antitetici, del capitale puramente privato (con il modello della società per azioni, interamente nelle mani degli azionisti) o del capitale puramente pubblico (con una logica ugualmente top/down, secondo la quale l’amministrazione deciderebbe in piena sovranità l’investimento da realizzare). Esistono, infatti, molti organismi d’intermediazione che aiutano a impiegare utilmente le informazioni e le competenze di ciascuno. il mercato e il voto sono solo due modi, antitetici, per organizzare le decisioni collettive: altri modi, nuove forme di partecipazione e di governance, sono da inventare. “ (pag 914-5)

E aggiunge: “.l’imposta progressiva sul capitale, esige un altissimo grado di collaborazione internazionale e di integrazione politica regionale: non è insomma alla portata degli Stati-nazione artefici dei tanti compromessi sociali precedenti. E l’allarme di molti sta nel fatto che, procedendo in tal senso, per esempio all’interno dell’Unione Europea, non si faccia altro che rendere più fragili gli equilibri fin qui raggiunti (a cominciare dallo Stato sociale, pazientemente costruito nei paesi europei dopo le catastrofi del XX secolo), senza riuscire ad approdare ad altro se non a un grande mercato, segnato da una concorrenza sempre più pura e sempre più perfetta. (….) È vero, il rischio c’è. Ma, a mio avviso, se si vuole riprendere davvero il controllo del capitalismo, non esiste altra scelta se non quella di scommettere fino in fondo sulla democrazia, soprattutto su scala europea. Altre comunità politiche di maggiori dimensioni, come gli Stati Uniti o la Cina, si trovano di fronte a opzioni un po’ più diversificate. Ma nel caso dei piccoli paesi europei, che diventeranno sempre più piccoli con il progressivo sviluppo dell’economia-mondo, la via del protezionismo può comportare solo frustrazioni, e delusioni ancora più forti di quelle che potrebbero derivare dalla scelta europea. Lo Stato-nazione resta il campione ideale per modernizzare a fondo molte politiche sociali e fiscali e, in certa misura, per sviluppare nuove forme di governance e di proprietà condivisa, a metà tra proprietà pubblica e proprietà privata – il che resta uno dei grandi obiettivi dell’avvenire. Solo l’integrazione politica regionale ci dà però la possibilità di pensare a una regolamentazione efficace del capitalismo patrimoniale globalizzato del XXI secolo. “  (pag 922)

Fin qui la sintesi arbitraria e necessariamente lunga dei punti principali del testo.

Per analizzare criticamente le analisi e le proposte dell’autore occorrerebbe uno spazio altrettanto ampio: mi limito quindi solo ad alcune osservazioni fortemente schematiche per punti.

  1. Piketty sembra convincente quando ci spiega che i trenta anni gloriosi sono un’eccezione nella storia del capitalismo. Ma non ci dice come si sia determinata questa eccezione. L’enorme distruzione di capitale (e ancor più di vite umane) causata dalle due guerre mondiali e dalle rivoluzioni ha certamente avuto un ruolo dal punto di vista economico, ma sicuramente anche la paura del comunismo ha contato parecchio dal punto di vista politico. In questo spazio si è incuneata efficacemente la proposta socialdemocratica che ha permesso la costruzione del modello europeo di stato sociale.
  2. Che cosa ha riportato il capitalismo alla sua matrice classica precedente ai trenta gloriosi ? Sicuramente dal punto di vista economico ha contato lo sviluppo del capitalismo finanziario e produttivo globalizzato, come ci dice Piketty, e dal punto di vista sociale la globalizzazione nei suoi aspetti demografici e migratori. Ma dal punto di vista politico il crollo dell’URSS e dei partiti comunisti ha certamente contribuito alla realizzazione di questo processo. Con la fine del socialismo reale, però, anche la socialdemocrazia si è progressivamente svuotata di ruolo e di efficacia. Ora il modello europeo di stato sociale è sotto attacco anche nelle sue roccaforti del nord Europa, mentre crescono rapidamente le disuguaglianze sociali, di reddito, di patrimonio così come le descrive Piketty.
  3. Dal punto di vista sociale queste trasformazioni economiche comportano una forte polarizzazione. Il libro la tratteggia con efficacia pur restando su un piano di pura contabilità nazionale: il 10% più ricco si contrappone ad una metà (50%) che si impoverisce progressivamente. Il 40% intermedio – quella che Piketty chiama la classe media patrimoniale – che aveva sognato di fare un percorso analogo a quello dei nove decimi del decile superiore, con la crisi perdurante di questi anni incomincia a percepire un arretramento reale. Ma se questi dati di Piketty corrispondono alla realtà, allora viene da immaginare che si sgretoli la base sociale che ha sostenuto nei trenta gloriosi e oltre la proposta socialdemocratica e liberale dei diritti sociali e civili all’interno della economia capitalistica e della democrazia liberale.
  4. Piketty ci dice che il mercato e il voto (la democrazia liberale) non riescono più a regolare la società capitalistica e accenna qua e là sia ai pericoli di un autoritarismo di tipo nuovo, sia alla necessità di opporgli nuove forme di democrazia e di governance. Quando propone una forte regolazione del capitalismo (soprattutto finanziario) riconosce che i singoli stati nazionali non sono più in grado di agire in tale direzione. Egli ipotizza un’Europa politicamente più unita e una società ad economia mista di tipo nuovo che comprenda forme intermedie tra il mercato e lo stato. Sono spunti interessanti anche se ovviamente discutibili. Quello che Piketty non ci dice e che non avrebbe senso chiedergli, se non dimenticando che egli è un economista che già molto si differenzia dalla schiera di economisti omologati al main stream, è quale blocco sociale potrebbe sostenere la sua proposta di politica economica, quale tipo di forza politica potrebbe realizzarla.

Sono proprio queste le domande che dobbiamo farci noi e alle quali dovremmo trovare risposte convincenti  che vadano oltre la constatazione (tanto ovvia quanto banale) che si è aperto un enorme spazio politico “a sinistra”.

18.12.14

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