DA MORO A BERLINGUER di Valerio Calzolaio e Carlo Latini

95434f5a6cab5854c64c1353de451f86_LRecensione di Chicco Bayma –

La nostalgia dei tempi della mia gioventù, ha senz’altro pesato nella decisione di acquistare e leggere questo libro che parla della storia di un partito, il Partito di Unità Proletaria per il Comunismo (PDUP) ignoto alla gran parte dei cittadini. Un partito dal nome oggi improponibile, che ha avuto quale massimo risultato un magro 1,6% alle elezioni politiche del 1979.

Eppure questo partito, erede del gruppo de “il Manifesto” (ma non solo) ha avuto un ruolo importante nel dibattito politico della sinistra, soprattutto quella comunista, negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Non solo: da quell’esperienza politica si sono formati centinaia di persone che hanno maturato esperienze politiche (“di lotta” si diceva allora) poi trasfuse in altre esperienze nella società e nei movimenti.

Un partito che ha visto al suo interno, almeno per una fase, tutte insieme, personalità fortissime della sinistra italiana: Lucio Magri, Luciana Castellina, Luigi Pintor, Rossana Rossanda, valentino Parlato, per citarne solo alcuni.

Insomma, un’esperienza originale nel panorama di quella che era definita la “Nuova Sinistra” e caratterizzata da una curiosità intellettuale che, anche se un po’ snobistica ed aristocratica, ha prodotto analisi e lettura della società che ancora oggi impressionano per la loro profondità ed attualità (si vedano a tal proposito i bei siti della Fondazione Lucio Magri e della Fondazione Luigi Pintor che stanno pubblicando in formato elettronico buona parte del materiale prodotto in quegli anni, a cominciare dai quaderni de “Il Manifesto”).

Non è, dicevo, solo per nostalgia che ho letto il libro scritto da due dirigenti di quel Partito. Se così fosse, infatti, tale volume non potrebbe essere consigliato se non a chi ha vissuto quell’esperienza: è che il libro in questione ripercorre la storia di un periodo cruciale per capire dove siamo adesso, le ragioni di una sconfitta storica dalla quale la sinistra e il movimento operaio non si sono ancora ripresi.

Infine, come dice Luciana Castellina nella sua bella introduzione, leggere questo libro può essere utile per le giovani generazioni che non hanno vissuto quegli anni, per comprendere come la politica fosse bellissima e ragione di vita: non dichiarazioni giornalistiche, tweet, carriera, spocchia e incompetenza, ma passione, studio, senso di comunità, speranza e voglia di cambiare, davvero, il mondo.

Enrico Bayma – 02/2015

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Prefazione di: Luciana Castellina

Quando la politica era bellissima
Del secolo scorso ai miei nipoti, e a quelli della loro generazione, im-
porta poco. Lo considerano anzi un’epoca oscura, colma di errori e di
orrori: guerre, persecuzioni, sconfitte da tutte le parti. In dettaglio, di
quanto realmente accaduto durante il Novecento, non conoscono qua-
si niente. I sondaggi compiuti ogni tanto nelle università (non dunque
al mercato, ma fra quelli che hanno studiato) danno risultati agghiac-
cianti. Alla domanda: «Chi ha vinto la Seconda guerra mondiale?», una
maggioranza ha risposto: l’America e la Germania. Ancora peggio alla
domanda sul Pci: sapevano dire qualcosa di questo partito? Sì: che era
stato al governo negli ultimi cinquant’anni.
Io non credo ci sia mai stata una rottura generazionale così profonda
come quella oggi intervenuta, una rimozione così completa del passato.
Né penso, però, sia stata, se si è verificata, colpa del destino. Penso piut-
tosto si sia trattato del risultato di un’operazione voluta e non innocen-
te. Voluta per cancellare non solo un pezzo di storia, ma l’idea stessa del-
la storia, vale a dire di avvenimenti che via via cambiano il modo di esi-
stere dell’umanità, nel meglio e nel peggio, e dunque aprono anche la
prospettiva che tornino a trasformare lo stato di cose esistente. Il risulta-
to è che a essere cancellato finisce per essere anche il futuro, di cui non
si riesce più a cogliere le possibilità. Tutti, insomma, chiusi nella gabbia
del presente. Molto comodo per chi vuole tagliare persino la fantasia,
l’idea stessa che il mondo possa essere cambiato. Non solo: comodo an-
che per chi detiene il potere e vorrebbe conservarlo contro ogni muta-
mento e perciò cerca con ogni mezzo di rendere incomprensibile anche
il presente: come ha scritto un filosofo contemporaneo importante,
Giorgio Agamben, per conoscere l’oggi devi studiare archeologia.
Questo libro di Valerio Calzolaio e Carlo Latini è in qualche modo
un trattato archeologico, parla di un tempo remoto – gli anni che van-
no dal ’70 al ’90 – e in questo quadro di quell’evento fantastico che fu
il ’68, niente affatto «sesso droga e rock and roll» (e cioè solo un moto
libertario e antiautoritario), come è stato dipinto in occasione del suo
quarantesimo anniversario da quasi tutti i grandi media, ma un mo-
mento apicale, come ce ne sono ogni tanto, che ha innescato un decen-
nio di straordinari mutamenti. E in questo contesto del ruolo che vi ha
avuto un partito piccolo ma per nulla insignificante, nato dal Manife-
sto: il Pdup, Partito di unità proletaria (una dizione un po’ datata, ma
all’epoca normale, perché voleva dire che la liberazione della classe ope-
raia era il metro su cui misurare la libertà, un concetto ben più profon-
do di quello che si concentra solo sulla libertà individuale).
E tuttavia qualcosa molto recentemente è forse cambiato. E credo
che nello scrivere questo libro Calzolaio e Latini abbiano avuto il meri-
to di coglierlo: una nuovissima curiosità che torna ad affiorare. Ne è te-
stimonianza, per esempio, il «ritorno» di Enrico Berlinguer. Non solo il
film con la regia di Walter Veltroni, ma le tante celebrazioni quasi spon-
tanee promosse nel paese, una serie di nuovissime pubblicazioni, persi-
no un bel libro a fumetti che ne traccia la storia.
Ma non solo Berlinguer: se si va a guardare i cataloghi delle piccole
case editrici, quelle magari solo locali, si trovano cronache di vite vissu-
te, memorie, un mosaico costruito dal basso per ricomporre un pezzo
di storia generale. Quasi che il disastro del presente abbia finalmente
spinto a volgere l’attenzione a quello che c’è stato.
Il Pdup, dunque. Il merito di Calzolaio e Latini è di averne dato con-
to, grazie a un’accurata e minuta ricerca, per quel che è stato nella sua
materialità: persone, storie individuali, situazioni locali. Quel che col-
pisce sono, da questo punto di vista, le biografie di chi è passato attra-
verso questa esperienza: tutte persone che poi hanno continuato, quasi
sempre al di fuori dei partiti politici della nuova epoca, a giocare un
ruolo nella società. Dipende, credo si possa ben dirlo, perché a differen-
za di molte altre formazioni della nuova sinistra degli anni settanta, il
Pdup è stata un’organizzazione molto severa, che non ha nulla conces-
so all’approssimazione, ma ha costruito una propria collettiva cultura,
imponendo, innanzitutto a sé stessa, una riflessione critica costante sul
proprio fare. E che ha prodotto una ricchissima, anticipatrice analisi dei
mutamenti in corso, come risulta dagli scritti via via pubblicati nelle
numerosissime riviste e documenti tematici prodotti nel corso della sua
esistenza: il quotidiano «il manifesto», i settimanali «Pace e guerra» e
«Compagne e compagni», le monografie sul tema del partito, la rivista
«Unità proletaria», le tesi dei vari congressi, la raccolta degli interventi
dei numerosissimi seminari (su Palmiro Togliatti, sulla scuola, sulla
questione cattolica, sulla crisi dei paesi dell’Est, sulla crisi economica,
sul femminismo). Sono scritti importanti, in parte ripubblicati (quelli
di Lucio Magri in Alla ricerca di un nuovo comunismo , Il Saggiatore),
altri che sono in via di digitalizzazione raccolti dal sito dell’associazione
Lucio Magri, http://www.luciomagri.com. È a disposizione, a cura della Ca-
mera dei deputati, anche la raccolta dei discorsi pronunciati da Magri
in parlamento. Materiali su Manifesto e Pdup sono archiviati anche nel
sito dedicato a Luigi Pintor, fondazionepintor.net.
Da questi scritti, e dalla storia tracciata da Latini e Calzolaio, si capi-
sce perché il Pdup, nonostante la sua vicenda travagliata e breve, fu im-
portante: perché anticipammo la tematica relativa alle nuove contrad-
dizioni che si stavano profilando, quella ecologica innanzitutto, ben
prima che il partito verde emergesse (fummo presi in giro, ricordo, da
Lotta continua, che uscì in relazione alle nostre tesi con un titolo sfot-
tente: «Come era verde la vostra vallata»). I primi nuclei femministi sor-
sero all’interno della nostra organizzazione e i primi loro scritti furono
pubblicati sulle nostre pagine. Anche qui un po’ irrisi perché per molti
allora contava solo la contraddizione di classe, senza vedere che la clas-
se era a sua volta percorsa dalla contraddizione di genere e che la que-
stione ambientale metteva in discussione il modello industriale, e dun-
que imponeva di ripensare anche al lavoro.
Non solo: merito del Pdup fu anche sempre di rifuggire il minoritari-
smo. Famoso è rimasto il nostro motto, derivato nientemeno che da san-
ta Teresa di Lisieux: «Tu non conti niente, ma devi agire come se tutto di-
pendesse da te». Essere un piccolo partito ma sentir la stessa responsabi-
lità di una grande forza prima di lanciare un’iniziativa è stato il modo per
evitare le facilonerie estremiste e darci il senso della responsabilità.
Il libro di Calzolaio e Latini si concentra soprattutto sull’arco di anni
che va dal ’78 all’84, quelli – assai difficili – in cui la spinta propulsiva del
’68 era già venuta meno, dispersa da delusioni e abbandoni. Le formazio-
ni della nuova sinistra, percorse da lacerazioni nuove, avevano quasi tut-
te lasciato il campo, compresa Lotta continua, certamente la più grossa e
vitale. Il movimento del ’77, una breve insorgenza alla fine del ciclo, ave-
va espresso un libertarismo riduttivo rispetto all’assai più complessa e ric-
ca problematica del ’68. E il terrorismo stava inghiottendo i più dispera-
ti e i più sprovveduti, innescando un processo davvero pericoloso.
Il Pdup cercò di resistere a questa deriva e al tempo stesso a sottrarsi
alla spinta moderata, rinunciataria che aveva preso corpo, investendo
non solo il Pci, ma anche una buona parte di quella che era stata la nuo-
va sinistra. Non fu facile tentare di tenere la barra, salvaguardando il
proprio radicalismo, continuando ad animare i movimenti che dal
1980 ripresero a occupare la scena – quello pacifista, quello studente-
sco,quello delle Leghe dei disoccupati – a non appiattirsi sulla linea che
poi ha portato alla fine del Pci. Questo libro racconta proprio il passag-
gio difficilissimo fra la gloriosa stagione dei settanta e quella ormai as-
sai diversa che si andava innescando con gli anni ottanta. È un’analisi
coraggiosa, che molte altre formazioni della nuova sinistra dell’epoca sa-
rebbe stato bene avessero affrontato anche loro, invece di sciogliersi sen-
za un’adeguata riflessione.
Credo sia proprio per via della ricchezza culturale del Pdup, della sua
capacità di riflessione critica e autocritica, e dunque per la qualità dei
suoi militanti, che Berlinguer venne ad assistere al congresso tenuto nel
marzo del 1984 a Milano dal Pdup, per poi proporci di tornare – o per
moltissimi dei più giovani di entrare – nel Pci. I tempi erano cambiati
dal momento in cui il gruppo promotore del Manifesto era stato radia-
to dal partito: all’esperienza del compromesso storico e del governo di
unità nazionale – le prime «larghe intese» – era stato posto un termine,
perché non avevano dato quanto lo stesso Berlinguer aveva sperato; la
critica crescente all’Unione Sovietica era sfociata in una vera rottura; le
novità indotte dal ’68 finalmente riconosciute. Insomma: le ragioni del-
la rottura tra il partito e noi non c’erano più.
Si tratta di un momento particolarissimo della vita del Pci. Il ripen-
samento di Berlinguer fu chiamato la «seconda svolta di Salerno», per-
ché fu reso pubblico in quella fatidica città dove si era riunito, in via ec-
cezionale, il Comitato centrale, per via del terremoto dell’Irpinia che
era appena intervenuto. Ma quella svolta restò purtroppo poco seguita.
Il Pci era in difficoltà, diviso al suo interno nell’analisi della situazione
e sulle strategie da adottare. In molti non accolsero bene la svolta a si-
nistra che Enrico Berlinguer aveva operato e lui, sebbene segretario del
partito, era isolato. Il Pdup era un piccolo partito ma, per l’appunto,
dotato di qualche migliaio di quadri politici di valore. Un loro ingresso
avrebbe potuto rafforzare la svolta. Per questo ci chiese di entrare, e noi
accettammo quello che abbiamo chiamato «il reincontro».
Del resto, sin dall’inizio del Manifesto, e poi in seguito in tutte le te-
si del Pdup, avevamo continuato a dire che noi volevamo sentirci tran-
sitori, perché l’obiettivo era la rifondazione dell’organizzazione storica
del movimento operaio, non la crescita su noi stessi del nuovo partito
ideale. Un modo di essere, questo nostro, con la sua insistenza sulla no-
stra transitorietà, che aveva sempre sollevato l’ironia delle altre forma-
zioni della nuova sinistra e di cui invece noi andavamo molto fieri.
Come sappiamo le cose non andarono come avevamo sperato. L’im-
provvisa morte di Berlinguer ci portò in un partito che era già attraver-
sato dalla crisi che poi, qualche anno dopo, produsse lo scioglimento.
Proprio noi che eravamo stati radiati dal Pci, fummo nei due durissimi
anni che portarono alla fine del partito, i più strenui sostenitori della
sua sopravvivenza (del resto è proprio l’eretico «manifesto» che tuttora
– l’unico – reca la dizione di «quotidiano comunista»).
A un giovane lettore che non ha vissuto i dibattiti, le tensioni, le rot-
ture politiche, le grandi lotte che hanno animato quegli anni fantastici,
la storia delle peripezie dei vari gruppi della nuova sinistra, del Manife-
sto, dei tentativi di unificazione delle varie formazioni e poi delle scis-
sioni che così spesso sono seguite, possono sembrare antiquariato. Ma
sono, pur considerando tutti gli errori certamente commessi, la testi-
monianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta den-
tro la società e distanti dai centri di potere, colma di dedizione appas-
sionata e di disinteresse per la carriera, di grande affascinante interesse
perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli
umani. Vale la pena, in questo tempo, ricordarlo.
Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa
archeologia è importante.

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