La lunga “conversione” del Vescovo conservatore

bpromero2Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto per la beatificazione di mons. Oscar Arnulfo Romero, assassinato dagli squadroni della morte in Salvador il 24 marzo 1980.
Il Papa, ha informato il portavoce padre Federico Lombardi, ha ricevuto il prefetto della Congregazione per le cause dei santi, card. Angelo Amato, e lo ha autorizzato a promulgare il decreto riguardante “il martirio del servo di Dio Oscar Arnulfo Romero Galdamez, arcivescovo di San Salvador, nato il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios (El Salvador) e ucciso, in odio alla fede, il 24 marzo 1980, a San Salvador (El Salvador)”.

Si chiude così il lungo e tormentato iter per elevare agli altari l’arcivescovo di San Salvador, che a causa del suo impegno nel denunciare le violenze della dittatura militare, da strenuo paladino dei poveri e degli oppressi, fu assassinato sull’altare da un sicario di estrema destra mentre celebrava la messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza.

«In nome di Dio, di que­sto popolo sof­fe­rente… vi chiedo, vi prego, vi ordino in nome di Dio, cessi la repres­sione». L’ultima ome­lia di Mon­si­gnor Oscar Arnulfo Romero, arci­ve­scovo sal­va­do­re­gno, il 23 marzo del 1980. L’ultima denun­cia con­tro i cri­mini com­messi dall’esercito all’inizio della guerra civile che durerà fino al 1992. La sua defi­ni­tiva con­danna. Il giorno dopo verrà ucciso da un sica­rio degli squa­droni della morte, finan­ziati dalla Cia per com­bat­tere «il peri­colo comu­ni­sta» e agli ordini del colon­nello Roberto d’Aubuisson. Stava dicendo messa nella cap­pella dell’Ospedale La Divina Prov­vi­denza di San Salvador.

Romero era un con­ser­va­tore, ma negli ultimi anni il suo impe­gno aveva finito per coin­ci­dere con quello delle cor­renti più radi­cali della Teo­lo­gia della libe­ra­zione. Da tempo aveva aperto le porte della chiesa ai con­ta­dini per­se­gui­tati dalla repres­sione che orga­niz­za­vano la resi­stenza. Ave­va­scritto una let­tera all’allora pre­si­dente Usa, Jimmy Car­ter, per chie­der­gli di can­cel­lare gli aiuti mili­tari al governo del Sal­va­dor. Da allora, verrà ricor­dato come «la voce dei senza voce», capace di tener testa ai potenti. E, dal 1996, si è aperta a Roma la causa per la sua canonizzazione.

Nato il 15 ago­sto del 1917 in una fami­glia povera, era cre­sciuto nel Pon­ti­fi­cio col­le­gio Pio lati­noa­me­ri­cano — che ospita gli stu­denti del Lati­noa­me­rica — fino ai 24 anni, quando venne ordi­nato sacer­dote, il 4 aprile del 1942. Rien­trato in Sal­va­dor, eser­citò come par­roco e poi come segre­ta­rio del vescovo dio­ce­sano Miguel Angel Machado. Nel ’68 divenne segre­ta­rio della Con­fe­renza epi­sco­pale di El Sal­va­dor. Il 21 aprile del 1970, il papa Paolo VI lo nominò vescovo ausi­lia­rio di San Sal­va­dor. Della sua nomina, si ral­le­gra­rono soprat­tutto le com­po­nenti con­ser­va­trici del clero, ras­si­cu­rate dalle sue dichia­ra­zioni con­tro «i mar­xi­sti» della teo­lo­gia della libe­ra­zione. A feb­braio del 1970, disse in un’intervista: «Il governo non deve scam­biare il sacer­dote che si esprime a favore della giu­sti­zia sociale per un poli­tico o un ele­mento sov­ver­sivo, per­ché sta solo com­piendo la sua mis­sione nella poli­tica del bene comune». Pro­prio il giorno della sua nomina, assi­ste a un feroce mas­sa­cro di con­ta­dini da parte dell’esercito e alla morte di un cen­ti­naio di per­sone che si erano rifu­giate nella chiesa del Rosa­rio. E comin­cia a «vedere» con altri occhi le sof­fe­renze dei poveri e gli impe­di­menti al «bene comune».

Quella che lo stesso Romero rac­con­terà poi come la sua «con­ver­sione» avviene qual­che anno più tardi, quando viene ucciso il gesuita Ruti­lio Grande, il 12 marzo del 1977. Ruti­lio è mas­sa­crato dagli squa­droni della morte agli ordini dell’oligarchia che cer­cava di con­te­nere col ter­rore le pro­te­ste dei con­ta­dini. Da allora, Romero sce­glie il pro­prio campo: quello degli ultimi, e beve il suo calice fino alla fine.

«Sii patriot­tico, ammazza un prete», gri­dava allora l’estrema destra sal­va­do­re­gna. E faceva seguire alle minacce i fatti: 40 saranno i sacer­doti uccisi in quel periodo. Nel 1989, avviene il mas­sa­cro di Uca: sei gesuiti tru­ci­dati insieme alla cuoca e a sua figlia. La voce di Romero ha già il tim­bro forte e corag­gioso della denun­cia e risuona nel mondo. Nel 1979 è can­di­dato al Nobel. Ma la chiesa di que­gli anni sta sce­gliendo un altro campo.
A feb­braio del 1980, l’arcivescovo Romero com­pie un viag­gio in Europa per rice­vere la lau­rea Hono­ris Causa dall’università di Lova­nio. Ha por­tato con sé un volu­mi­noso fasci­colo in cui ha docu­men­tato i cri­mini degli squa­droni della morte e i pati­menti inflitti ai con­ta­dini sal­va­do­re­gni. Vuole con­se­gnarlo al nuovo papa Gio­vanni Paolo II. Dopo una lunga anti­ca­mera che pre­an­nun­cia il clima dell’incontro, Romero è rice­vuto da un Woj­tyla gelido che gli dà tutt’altro «con­si­glio»: quello di non occu­parsi degli oppressi, ma di tenere piut­to­sto in conto le buone rela­zioni con gli oppres­sori: «Lei, signor arci­ve­scovo, si deve sfor­zare di avere una migliore rela­zione con il governo del suo paese», lo ammo­ni­sce il papa, pronto alla cro­ciata con­tro «il comu­ni­smo» insieme al pre­si­dente Usa Ronald Rea­gan. Intanto, come risulta dagli archivi Cia, qual­cuno sta già ordi­nando l’omicidio dell’arcivescovo al colon­nello Roberto d’Aubuisson.

 (Il Manifesto 3 Febbraio 2015)

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