Lo schiaffo alla Sinistra PD

Democrack. Smentiti i pontieri dem. «Parlamento ignorato, c’è solo la fine dell’art.18». Il premier snobba tutti. Fassina: diritti da anni 50, la Troika ringrazia

29pol2f01_fassina_bersani_EIDON_363297_Come vole­vasi dimo­strare. Pur­troppo. I nuovi decreti sul jobs act non ono­rano le pro­messe che Renzi fatte al par­la­mento, e in par­ti­co­lare a quella parte della sini­stra dem che ha mediato fino alla resa pur di non votare no al prov­ve­di­mento. Rici­tando un atto di fede sul fatto che i futuri decreti avreb­bero miglio­rato il testo. Per que­sto al momento del voto sul prov­ve­di­mento, lo scorso 25 novem­bre, la mino­ranza Pd si era spac­cata in due: pon­tieri alli­neati da una parte, irri­du­ci­bili dall’altra. Di là il capo­gruppo alla camera Spe­ranza, l’ex segre­ta­rio Cgil Epi­fani, l’ex mini­stro del lavoro Cesare Damiano che si erano ado­pe­rati fino all’ultimo per emen­dare il testo ren­ziano. Di qua i 29 che erano poi usciti dall’aula giu­di­cando le modi­fi­che otte­nute quasi nulle: tra gli altri Ste­fano Fas­sina, Gianni Cuperlo, Rosy Bindi, l’ex mini­stro Mas­simo Bray, Fran­ce­sco Boc­cia, Alfredo D’Attorre, Bar­bara Pol­la­strini. In mezzo l’ex segre­ta­rio Ber­sani aveva espresso un sì «sof­fe­rente e per disciplina».

Negli uni e negli altri ieri si è fatta sen­tire la delu­sione e la rab­bia. Per i ’pon­tieri’ la figu­rac­cia è mon­diale: ’ci ave­vano messo la fac­cia’, per que­sto erano stati costretti a diser­tare le mani­fe­sta­zioni della Cgil. Innan­zi­tutto Renzi non can­cella la norma che rende pos­si­bili i licen­zia­menti col­let­tivi, nono­stante le richie­ste con­te­nute nei pareri delle com­mis­sioni lavoro di Camera e Senato. «Siamo di fronte a una scelta poli­tica sba­gliata e non rispet­tosa del dibat­tito par­la­men­tare», tuona Damiano. La diver­si­fi­ca­zione delle tutele tra vec­chi e nuovi assunti, «sarà fonte di innu­me­re­voli con­ten­ziosi». Damiano prova ancora q vedere il bic­chiere mezzo pieno, ma è un’impresa dispe­rata: va bene la netta distin­zione tra lavoro auto­nomo e subor­di­nato ma, dice, «è con­trad­dit­to­ria la coe­si­stenza del lavoro acces­so­rio con quello a chia­mata». Soprat­tutto il jobs act dimi­nui­sce le tutele in caso di licen­zia­mento «ma le risorse ade­guate per gli ammor­tiz­za­tori sociali per il momento non ci sono e cree­ranno forti pro­blemi di tutela nei casi cre­scenti di disoc­cu­pa­zione. Con il rischio di avere pro­te­zioni infe­riori a quelle attual­mente esistenti».

È quello che hanno soste­nuto i sin­da­cati dall’inizio. «Solo un otti­mi­smo spinto alla defor­ma­zione della realtà può vedere in que­sti decreti un passo in avanti signi­fi­ca­tivo nella lotta alla pre­ca­rietà», attacca D’Attorre. «Col­pi­sce la misura asso­lu­ta­mente limi­tata e par­ziale della ridu­zione di forme con­trat­tuali pre­ca­rie rispetto alle ambi­zioni ini­ziali di una riforma che avrebbe dovuto addi­rit­tura intro­durre il con­tratto unico di inse­ri­mento». Ancora più netto il giu­di­zio dell’ex vice­mi­ni­stro Fas­sina: «Straor­di­na­ria ope­ra­zione pro­pa­gan­di­stica del governo sul lavoro. Il diritto del lavoro torna agli anni 50. Oggi è il giorno atteso da anni… dalla Troika». I con­tratti pre­cari, ragiona, «riman­gono sostan­zial­mente tutti: la sban­die­rata rot­ta­ma­zione dei co​.co​.co è avve­nuta da anni, men­tre i co​.co​.pro di fatto restano. Ammor­tiz­za­tori sociali e l’indennità di mater­nità non ven­gono estese». Insomma i decreti del jobs act «dimo­strano come l’unico vero obiet­tivo dell’intervento fosse can­cel­lare la pos­si­bi­lità di rein­te­gro per i licen­zia­menti senza motivo». Sui licen­zia­menti col­let­tivi, con­ti­nua, viene «igno­rato il par­la­mento», sui licen­zia­menti disci­pli­nari «è igno­rato l’odg appro­vato dalla dire­zione nazio­nale del Pd». Con­clu­sione: «Non è una riforma: è una regres­sione». Ora la spe­ranza sarebbe una legge di ini­zia­tiva popo­lare «per un’innovazione pro­gres­siva della rego­la­zione del lavoro». Ma per que­sto i tempi sono biblici, e incerti anche gra­zie alla riforma costi­tu­zio­nale appena votata dalla maggioranza.

(Il Manifesto – Daniela Preziosi, 20.2.2015)

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