Cifre, numeri e Sinistra. Dati demografici di Torino

Esiste nella politica, anche di sinistra, la strana propensione ad immaginare che la costruzione di strategie e linee politiche, ed il collegato confronto e dibattito, sia questione esclusiva di idee, di valori, di idealità. I numeri, le cifre, i dati, sembrano rappresentare un accessorio freddo ed inerte, una dimensione a-politica con la quale non i sente più di tanto l’obbligo a confrontarsi. Strano atteggiamento per chi, guardando in casa nostra, vanta orgogliosamente la stretta parentela, in via diretta, con il marxismo scientifico. Se è difficile negare la freddezza di cifre e dati, se ad essi ci si accosta raramente e con diffidenza, è però sorprendente scoprire che la loro lettura, se viceversa ad essi ci si accosta con curiosità e sensibilità politica, può fornire preziose indicazioni. Gli scenari demografici rappresentano in questo senso un esempio illuminante. In un duplice senso. La popolazione cresce, diminuisce, si sposta, risentendo degli influssi di ciò che avviene in politica, in economia, nella società, negli stili di vita piuttosto che nella morale diffusa. Al tempo stesso i fenomeni demografici una volta innescati condizionano in misura importante politica, economia, società, e quant’altro. Se, in questo scenario, è disarmante la sottovalutazione, che di norma avviene nel dibattito politico, del quadro demografico mondiale (eppure qualche riflessione dovrebbero indurla i sette miliardi di abitanti che, anche se con un tasso di crescita in via di riduzione, continueranno a crescere di numero, ma non in modo omogeneamente distribuito: i paesi “ricchi” si stanno fermando ed invecchiando, quelli “poveri” crescono e hanno altissime percentuali di giovani), va forse concesso che è questo un errore in qualche modo “giustificato” dalla sensazione di impotenza a governare fenomeni così complessi e consistenti. Molte meno giustificazioni sembrano valere per la conoscenza ed il governo degli scenari demografici “locali”, passaggio indispensabile per la reale efficacia di molte scelte politiche ed al tempo stesso unico modo di contribuire ad incidere su quello mondiale. La domanda che ne consegue, rivolta a noi, alla sinistra che guarda al XXI secolo per riappropriarsi di un ruolo guida, è ovviamente: ma quanto ne sappiamo, nel dettaglio, dello scenario demografico “locale”, per noi quello torinese? E’ certamente diffusa la conoscenza di un’area, quella torinese “allargata”, che da tempo ha smesso di crescere, che sta invecchiando, che non solo fa meno figli (per un cumulo di ragioni sul cui intreccio, per restare in tema, poco si riflette) ma che, per ovvie ragioni, non riceve più flussi immigratori in grado di compensare. Ma è una conoscenza per sentito dire, di massima, è un dato, generico, di cui si prende atto senza collegarlo più di tanto alle tematiche in discussione. Eppure non ci sarebbe bisogno di Piketty, il cui lavoro guarda caso è tutto basato sull’analisi di cifre, dati, numeri, molti dei quali proprio legati alla demografia, per intuire che uno scenario del genere non può non avere una ricaduta molto significativa su ogni ipotesi di “crescita”, questa misteriosa entità di cui tutti parlano e molti straparlano. Sarebbe davvero il caso di recuperare questa conoscenza, non mancano studi specialistici in grado di fornire preziose indicazioni. A corredo di questo considerazione, a titolo esplicativo di quanto sin qui sostenuto, si guardi il diagramma che fotografa la distribuzione della popolazione torinese per fasce di età (il dato di Torino città è sostanzialmente spalmabile sull’intera area torinese) partendo dalla considerazione che il diagramma di un quadro demografico “ottimale” dovrebbe avere la forma di una piramide, ossia di una base ampia, quella dei giovani, che si restringe il più possibile verso l’alto, la fascia degli anziani (i numeri della colonna centrale indicano le fasce d’età, le righe sovrapposte evidenziano quanti torinesi, divisi fra donne ed uomini, stanno in ogni singola fascia d’età, più è larga la riga più torinesi la compongono):

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Cosa ci insegna questo diagramma?

  • che la piramide è sostituita da una forma a fungo con un consistente rigonfiamento centrale, una base stretta ed una testa più ampia della base
  • che se si proiettasse questo quadro nel prossimo futuro a vent’anni si avrebbe sì una piramide, ma rovesciata
  • che ciò succederà man mano che quel rigonfiamento centrale, che individua la fascia “produttiva” della popolazione torinese, salirà varcando la soglia dell’uscita dal lavoro
  • che, sempre guardando allo scenario dei prossimi vent’anni, un orizzonte vicino quando si parla di demografia, non sembra realisticamente ipotizzabile una inversione di tendenza, il leggerissimo dilatarsi delle fasce d’età da quella dei 16 anni, la più stretta, verso il basso è frutto della situazione contingente dell’arrivo dell’ultima immigrazione a cavallo della prima decade del 2000 (già finita ed in grave contrazione) di persone in genere più prolifiche (ma già si stanno adeguando ai nostri standard)
  • che affinché si realizzi un’inversione di tendenza sarebbe necessario che esplodesse il numero delle future nascite (si tenga conto che se anche ciò avvenisse oggi gli effetti positivi non si misurerebbero prima di venti/trent’anni e che tale situazione dovrebbe avere carattere di stabilità e durata nel tempo). E’ uno scenario ipotizzabile? Assolutamente no, per la semplice ragione che, anche solo guardando questo diagramma, appare evidente che manca e mancherà un numero adeguato di donne in età fertile e perché è ormai un dato medio assestato (sul quale è molto complesso e discutibile intervenire per svariate ragioni) quello di poco più di un figlio per donna

Immagine2

Se questo ci dice la freddezza delle cifre e dei numeri, sembra proprio che le problematiche connesse da affrontare, in campo economico, produttivo, sociale, assistenziale, urbanistico e via discorrendo, siano quanto mai calde.

Se la sinistra vuole candidarsi a governare questi fenomeni in modo coerente rispetto ai suoi valori ed alle sue idealità è urgente che metta da parte la diffidenza e la ritrosia verso le cifre ed i dati e che su di essi inizi a lavorare seriamente.

(Giancarlo Fagiano)

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