Per una «fusione calda» di società e partiti

«Ho aderito all’invito di Sel perché credo che un nuovo partito sia necessario e possibile. E perché non credo che un partito da solo possa bastare»

di Luciana Castellina (il Manifesto)

 

P1010132Nei giorni scorsi qual­che quo­ti­diano ha dato la sor­pren­dente noti­zia che «la Castel­lina torna in poli­tica». Io, per la verità, pen­savo di non esserne mai uscita, ma non sono stata sor­presa dell’annuncio: è ormai cor­rente l’idea che la poli­tica sia cosa solo dei par­titi e dei depu­tati, non dei cit­ta­dini. Per­ciò non fanno poli­tica movi­menti e asso­cia­zioni, né sin­go­lar­mente, né in coa­li­zione. E ovvia­mente nep­pure io che da 20 anni non ho più par­tito, e tanto meno man­dato par­la­men­tare, e sono “solo” par­te­cipe di quel che si muove a sini­stra nella società.

Se que­sta set­ti­mana vengo uffi­cial­mente riam­messa nella cate­go­ria dei «poli­tici» è per­ché avrei accet­tato di dia­lo­gare con un par­tito, Sel; col quale ho peral­tro dia­lo­gato sem­pre, sia pure in forme più casuali.

Tra­scorsa la Pasqua voglio dar conto delle ragioni che mi hanno indotto ad accet­tare il con­fronto più ser­rato e diretto che a me e a qual­che altro com­pa­gno è stato offerto da Sel, per — come ha detto il suo coor­di­na­tore nazio­nale Nicola Fra­to­ianni — «andare con Sel oltre Sel e dare così mag­gior forza alla nostra con­vinta volontà di apertura».

E’ ormai da tempo che siamo impe­gnati nella costru­zione di un nuovo sog­getto poli­tico che colmi la vora­gine che si è aperta a sini­stra. Sap­piamo che i ten­ta­tivi finora espe­riti sono andati a finire male e siamo tutti con­vinti che non dob­biamo riper­cor­rere le stesse strade per­ché erano sba­gliate: rite­nere cioè che basti una som­ma­to­ria di sigle.

Gli arco­ba­leni sono belli da vedere ma fin­ché i colori restano distinti e non si inne­stano l’uno nell’altro creando una cosa nuova non si tratta di un buon sim­bolo per rap­pre­sen­tare l’agognato sog­getto. Non solo: non basta nep­pure che si mesco­lino i colori dati, occorre anche aggiun­gerne di nuovi e diversi, quelli che affio­rano nella società e non sono ancora par­titi ma nem­meno gruppi orga­niz­zati, e sono la mag­gio­ranza delle forze che occorre aggregare.

Io sono abba­stanza otti­mi­sta per­ché penso che in que­sto ultimo anno abbiamo fatto qual­che passo avanti nella dire­zione giu­sta come prova l’esperienza dell’Altra Europa che, con tutti i suoi limiti e per­si­stenti non supe­rate dif­fe­renze di opi­nione su scelte non secon­da­rie, sta tut­ta­via pro­ce­dendo. Sono otti­mi­sta anche per­ché, a dif­fe­renza del pas­sato, i più con­si­stenti fra i par­titi veri e pro­pri, Sel e Rifon­da­zione comu­ni­sta, hanno accet­tato di aprirsi al pro­cesso costi­tuente. Senza scio­gliersi — sarebbe una fol­lia — ma offrendo la pro­pria dispo­ni­bi­lità ad impe­gnarsi in qual­cosa che non può che essere un lungo pro­cesso: nel corso del quale supe­rare posi­ti­va­mente le diver­sità, e, soprat­tutto, ritro­vare una capa­cità di rap­pre­sen­tanza sociale che a tutti manca. Per que­sto ritengo che la nascita della coa­li­zione messa in campo da Lan­dini sia un deci­sivo con­tri­buto in que­sto senso: ridà voce a chi da tempo non ce l’ha, e avvia, anche, un modo nuovo di essere del sin­da­cato. Ser­virà a tutti, par­titi esi­stenti e futuri.

In que­sto con­te­sto credo che Sel abbia com­piuto i passi più corag­giosi: non solo per­ché, essendo l’organizzazione più con­si­stente e dotata di un non pic­colo drap­pello di par­la­men­tari, è quella che avrebbe potuto esser più ten­tata dall’autosufficienza, ma per­ché ha dimo­strato in quest’ultimo anno di voler pro­ce­dere con­cre­ta­mente nel con­fronto con gli altri: ne sono la prova la bella espe­rienza di Human Fac­tor e la par­te­ci­pa­zione alle liste prima e poi ai comi­tati dell’Altra Europa. E ora con que­sta certo ano­mala pro­po­sta: l’apertura dei suoi orga­ni­smi diri­genti alla par­te­ci­pa­zione di non iscritti per ren­dere più solido, all’interno dello stesso par­tito, il ponte verso l’esterno. Per que­sto sono stata con­tenta che mi abbiano pro­po­sto di essere nel drap­pello che spe­ri­men­terà que­sto passaggio.

E’ evi­dente che ho accet­tato anche per due altre e con­si­stenti ragioni: per­ché seb­bene io non abbia mai ade­rito a Sel — per­ché tutt’ora cri­tica su molte cose — sono cer­ta­mente affine, per sto­ria e memo­ria, alla for­ma­zione politico-culturale di que­sta organizzazione.

In secondo luogo per­ché non mi piace la demo­niz­za­zione dei par­titi, anzi, dell’idea stessa di par­tito che è emersa in que­sto periodo, fino — come alcuni hanno pro­po­sto — a volerli esclu­dere dal pro­cesso costi­tuente in atto.
Guido Viale ha scritto il 1 aprile sul mani­fe­sto che i par­titi sareb­bero, tutti, ceto poli­tico, men­tre le orga­niz­za­zioni che ope­rano nella società civile sareb­bero tutte illi­bate e natu­ral­mente uni­ta­rie. Sento nella sua ipo­tesi di esclu­sione di ogni forma par­ti­tica l’eco dell’idea negriana della «mol­ti­tu­dine», come somma di tante pro­te­ste che nella loro imme­dia­tezza fini­rebbe per rove­sciare il sistema di potere domi­nante e di per sé dar vita ad una alter­na­tiva. In una società sem­pre più com­plessa come quella in cui viviamo è dif­fi­cile tro­vare in natura un corpo sociale omo­ge­neo e com­patto, perno dell’alternativa, come fu nel secolo scorso il movi­mento operaio.

Il capi­ta­li­smo avan­zato non uni­fica ma disar­ti­cola il corpo sociale in figure con­trap­po­ste e rende sem­pre più dif­fi­cile l’affermarsi di una coscienza alter­na­tiva, anche per­ché que­sta è sem­pre meno sem­plice sod­di­sfa­zione di biso­gni imme­diati ma richiede, per sod­di­sfarli, un pro­getto di tra­sfor­ma­zione del modo stesso di pro­durre, di con­su­mare, e dun­que degli stessi biso­gni e valori. La media­zione poli­tica e cul­tu­rale è dun­que sem­pre più, e non meno, neces­sa­ria; e va ope­rata ad un livello sem­pre più alto.
La dege­ne­ra­zione oli­gar­chica dei par­titi nasce dal fatto che da tempo gli stessi par­titi di massa non son stati in grado di rap­pre­sen­tare que­sta sog­get­ti­vità orga­niz­zata, que­sto — direbbe Gram­sci — «intel­let­tuale col­let­tivo», in grado di com­piere una simile media­zione. E que­sto è acca­duto per­ché a par­tire da un certo momento lo stesso Pci non è stato più capace (o non ha più voluto) spez­zare la sepa­ra­zione tra economico/sociale e politico.

Per que­sto non mi piace la pole­mica anti-partito che non si accom­pa­gna a una cri­tica anche molto più dra­stica dei par­titi esi­stenti, ma che anzi­ché gene­rica deve diven­tare cir­co­stan­ziata e deve accom­pa­gnarsi ad una rifles­sione seria su quanto ha nella nostra sto­ria por­tato a que­sta separazione.

Un disa­stro — su que­sto credo siamo tutti d’accordo — che non può certo esser supe­rato gra­zie a pic­cole avan­guar­die mino­ri­ta­rie, come fu in qual­che modo l’illusione di una parte della nuova sini­stra postsessantottesca.

Un nuovo par­tito come lo vogliamo non può affer­marsi senza che vi sia un grande movi­mento di massa, sociale e al tempo stesso poli­tico, nel senso di arri­vare ad eser­ci­tare, da subito — e ricor­rendo anche a forme di demo­cra­zia diretta ma orga­niz­zata — una fun­zione di con­creta assun­zione di respon­sa­bi­lità di gestione di pezzi della società, andando quindi al di là di una mera azione riven­di­ca­tiva. Non dun­que la sem­plice, imme­diata espres­sione della società civile, ma, per l’appunto, di una demo­cra­zia organizzata.

Per que­sto oggi ancor più che nel pas­sato con­trap­porre pole­mi­ca­mente il livello sociale a quello poli­tico non mi pare abbia senso, e per que­sto penso anche, però, che non basti l’accumulo della protesta.

Occorre, credo, recu­pe­rare fino in fondo il senso della poli­tica, e supe­rare l’idea della demo­cra­zia come sem­plice somma di garan­zie e diritti indi­vi­duali, per ricon­qui­stare quello spa­zio deli­be­ra­tivo che solo può venire se esi­stono sog­getti col­let­tivi dotati di un pro­getto di tra­sfor­ma­zione e capaci di col­le­gare società e isti­tu­zioni. Se si supera l’idea che la demo­cra­zia sia garan­tita da una mag­gio­ranza estratta da «un elenco di votanti».

Que­sta frase l’ha citata Zagre­bel­sky nella rela­zione tenuta nella bel­lis­sima seduta che alla Camera dei Depu­tati ha cele­brato i cento anni di Ingrao.

Così come quella di Leo­nardo Paggi, le due rela­zioni hanno sot­to­li­neato con forza come la nostra Costi­tu­zione ver­rebbe stra­volta se i sog­getti fos­sero sem­plici indi­vi­dui elet­tori e non, come era stato pre­vi­sto, rap­pre­sen­tanti di un pro­getto col­let­tivo come erano i par­titi poli­tici di massa.

«Nel nostro tempo — scri­veva Ingrao 30 anni fa — l’individuo, per essere indi­vi­duo, e per­sino per con­tare come elet­tore, ha dovuto costi­tuirsi in asso­cia­zione, ed è attra­verso que­sto asso­ciarsi che ha potuto affer­mare la sua indi­vi­dua­lità poli­tica». La crisi attuale della demo­cra­zia, in Ita­lia ma anche altrove, ha la sua radice prin­ci­pale pro­prio nel venir meno della dimen­sione col­let­tiva della poli­tica. Il crollo della cre­di­bi­lità dei par­titi è l’effetto diretto della scom­parsa della mili­tanza, del coin­vol­gi­mento, che ha a sua volta deter­mi­nato l’estremo impo­ve­ri­mento della democrazia..

«Il voto non basta», scri­veva Ingrao. E nep­pure la sola lotta riven­di­ca­tiva. Occorre una sog­get­ti­vità poli­tica che è sem­pre col­let­tiva ed ha la sua inso­sti­tui­bile forma orga­niz­zata nei partiti.

E’ certo vero che i par­titi neces­sari non potranno essere uguali a quelli che furono anche i migliori, bando alle nostal­gie. E però la ria­bi­li­ta­zione della poli­tica e l’impegno a pen­sare e a costruirne di nuovi e ade­guati è altret­tanto impor­tante di quello che anima chi pensa di dover ripen­sare le forme del sin­da­cato e dei movimenti.

O cer­che­remo di muo­verci tutti su tutti i livelli, senza con­trap­porre l’uno all’altro, senza reci­pro­ca­mente demo­niz­zarsi, o non credo che ce la faremo. La rifles­sione cui i 100 anni di Pie­tro Ingrao ci hanno sol­le­ci­tato può aiutarci.

Ecco per­ché mi inte­ressa discu­tere in forme più rav­vi­ci­nate con Sel, così come con­ti­nuare a farlo con L’altra Europa e tutti i sog­getti inte­res­sati a que­sto pro­cesso costi­tuente, com­presi quelli che oggi pati­scono la deriva ren­ziana del loro par­tito, il Pd.

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