Il Paese normale che ci aspetta

La pulsione suicida delle minoranze del Pd. Le responsabilità della sinistra radicale. Prenderne atto per ripartire daccapo

La sen­sa­zione è di non potere dire nulla che resti­tui­sca l’enormità di quanto sta avve­nendo. Men­tre la gente comune – disin­for­mata e gra­vata dalle cure quo­ti­diane – crede di vivere giorni qual­siasi, si sta dav­vero facendo la sto­ria d’Italia. Cam­biano lo Stato, la Costi­tu­zione mate­riale (quella for­male muore assas­si­nata), il sistema poli­tico. E viene spez­zato il fra­gile nesso demo­cra­tico tra gover­nati e gover­nanti. Noi, que­sto gior­nale, rima­niamo tra gli ultimi a lan­ciare l’allarme. Con l’impressione di una vanità dispe­rante e la ten­ta­zione di desi­stere. Invece biso­gna resi­stere, par­lare, fosse anche in un deserto.

Pro­viamo a descri­vere il più vero­si­mile degli sce­nari. L’Italicum (che la zelante subal­ter­nità di qual­cuno ha pron­ta­mente ribat­tez­zato sovie­ti­cum) diverrà pre­sto legge. Nel 2016 Renzi e la «grande stampa» daranno in pasto all’opinione pub­blica un pre­te­sto per andare al voto col nuovo por­cel­lum poten­ziato. Il par­tito per­so­nale del pre­mier andrà al bal­lot­tag­gio e vin­cerà. Eletto da una mino­ranza di illusi e di com­plici, Renzi coman­derà per un’intera legi­sla­tura, padrone incon­tra­stato di un par­la­mento ridotto a un guscio vuoto. E riscri­verà la Costi­tu­zione, anche per evi­tare che la Con­sulta can­celli una legge elet­to­rale ever­siva dell’ordinamento repubblicano.

Quali altre leggi nel pros­simo quin­quen­nio monar­chico saranno varate in campo eco­no­mico e sociale è facile imma­gi­nare, con­si­de­rando la logica padro­nale del jobs act e la ten­denza pre­va­lente in quest’Europa. Al ter­mine di una deva­stante fase costi­tuente l’Italia sarà dav­vero il «paese nor­male». Tutto e tutti saranno sul mer­cato, dispo­ni­bili a chi potrà com­prare. La sfera pub­blica, eva­po­rata, ces­serà final­mente di inter­fe­rire con la sacra libertà dei pri­vati. E la si smet­terà una volta per sem­pre con l’assurda pre­tesa di vio­lare la legge natu­rale e divina della tra­smis­sione ere­di­ta­ria dei patri­moni e delle posi­zioni sociali.

Que­sta è sol­tanto un’ipotesi. Ma è la più vero­si­mile e con­viene chie­dersi come siamo arri­vati a que­sto punto e come potremmo limi­tare il danno.

Gli sto­rici di domani rico­strui­ranno age­vol­mente un incubo lineare. Un gio­vane spre­giu­di­cato uomo poli­tico s’impadronisce prima del par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva, poi del governo. Nel giro di un anno e mezzo, pro­tetto da un pre­si­dente di stretta osser­vanza atlan­tica, estorce a un par­la­mento dele­git­ti­mato alcune leggi spe­ciali, dette «riforme», che, da una parte, gli val­gono l’appoggio incon­di­zio­nato delle éli­tes finan­zia­rie, impren­di­to­riali e buro­cra­ti­che; dall’altra, gli con­se­gnano pieni poteri. In tutto que­sto, l’opinione pub­blica è intos­si­cata da una pro­pa­ganda asfis­siante che, dopo aver costruito il mito del nuovo uomo prov­vi­den­ziale, ne avalla siste­ma­ti­ca­mente bufale e mano­vre populistiche.

A que­sto punto gli sto­rici non potranno esi­mersi dal chia­rire come que­sta bril­lante ope­ra­zione sia riu­scita a un gio­va­notto senza par­ti­co­lari doti, che dap­prin­ci­pio era sol­tanto uno sma­nioso spac­cone. E por­ranno in evi­denza le respon­sa­bi­lità di quanti nel suo par­tito avreb­bero dovuto sbar­rar­gli per tempo la strada. E invece, rispar­mian­dosi la «fatica inu­tile» di opporsi (Bindi), lo hanno sot­to­va­lu­tato, pro­mosso e asse­con­dato, fino alla distru­zione della Costi­tu­zione nata dalla Resi­stenza. Par­le­ranno, chissà, di inet­ti­tu­dine e di stu­pi­dità. Di oppor­tu­ni­smo, di cor­ru­zione o di ipo­cri­sia. E ricor­de­ranno come tanti pur navi­gati poli­ti­canti si siano fatti alle­gra­mente «asfal­tare» o sem­pli­ce­mente sedurre dal più clas­sico dei piatti di len­tic­chie, la pro­messa di essere rie­letti o tutt’al più piaz­zati in qual­che lucrosa sinecura.

logo_pd2Ma di que­sto scon­cio non vale più la pena di par­lare e del resto è, come sem­pre, una que­stione di punti di vista. Da quello oppo­sto al nostro la sedi­cente sini­stra del Pd ha com­piuto, in pochi mesi, un’impresa che ha del por­ten­toso. Mossa da una incoer­ci­bile pul­sione sui­ci­da­ria (o forse ispi­rata sol­tanto dal cini­smo), ha estir­pato ogni sco­ria cri­tica dal par­tito sorto dalle ceneri del Pci-Pds-Ds. Così coro­nando l’espianto radi­cale della sini­stra dal qua­dro della rap­pre­sen­tanza poli­tica: un pro­cesso già pros­simo al tra­guardo anche gra­zie alla scia­gu­rata gestione, dal 1998 a que­sta parte, di un non tra­scu­ra­bile patri­mo­nio di con­sensi da parte dei gruppi diri­genti di Rifon­da­zione e dei Comu­ni­sti Italiani.

Così veniamo infine al punto più com­pli­cato del discorso. Pos­siamo fare ancora qual­cosa per limi­tare il danno e ten­tare magari di inne­scare un’inversione di ten­denza? La pre­messa è la con­si­de­ra­zione da cui siamo par­titi. È deci­sivo rea­liz­zare che, dopo Ber­lu­sconi, Renzi e una crisi sociale di ine­dita por­tata, il paese è cam­biato in pro­fon­dità, e non certo in meglio. L’ultimo decen­nio ha segnato una cesura di por­tata sto­rica, che rende non sol­tanto indi­spen­sa­bile (lo è dai tempi dell’Unione a tra­zione pro­diana) ma anche ine­vi­ta­bile ripar­tire da capo, riflet­tendo seria­mente sulle scon­fitte subite (e in buona parte meri­tate) e cer­cando di met­tere a frutto le lezioni impar­tite dalla dura realtà. Con un unico obiet­tivo: dotare anche il nostro paese di una sog­get­ti­vità poli­tica (e sin­da­cale) in grado di dare con­sa­pe­vo­lezza e rap­pre­sen­tanza, anche sul piano euro­peo, al lavoro (e al non-lavoro) e ai set­tori mar­gi­na­liz­zati della società.

«Ripar­tire da capo» signi­fica due cose, le uni­che che ha senso dire quando il cam­mino è ancora da intra­pren­dere. Azze­rare tutte le posi­zioni acqui­site, evi­tando che il vis­suto operi come fat­tore di divi­sione. E lavo­rare sul ter­reno dell’elaborazione cul­tu­rale, anti­doto neces­sa­rio con­tro l’eteronomia e la dege­ne­ra­zione tra­sfor­mi­stica. Per mio­pia o insi­pienza o pre­sun­zione, que­sto ter­reno è stato diser­tato da chi ha diretto le orga­niz­za­zioni della sini­stra dopo la Bolo­gnina, e non è que­sta la meno pesante delle respon­sa­bi­lità. Oggi il primo dovere è fare tesoro dei tanti gravi errori commessi.

Alberto Burgio – il Manifesto

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