Democrazia e Sinistra

 

di Giancarlo Fagiano

Spunti per l’avvio di una discussione sul tema del rapporto sinistra e democrazia, e della sua attuale crisi (appunti vari a margine della lettura di “MicroMega 7/2015 – In debito di sinistra”)

 

democraziaInteressante l’ultimo numero di MicroMega da poco uscito. Già il titolo invita alla lettura, la quale poi non delude perché sono presenti alcuni articoli di sicuro spessore. Provo qui a fare una sintesi, ovviamente del tutto soggettiva, di quelli che di più mi hanno colpito, accompagnata da brevi commenti personali.

Si fa leggere l’editoriale introduttivo di Flores d’Arcais, il cui miglior contributo è però in un successivo articolo decisamente “critico” verso una certa tradizione marxista-leninista. Ci arriveremo. Si fa leggere, ma nulla di più. Come da tradizione MicroMega contiene l’ennesima lamentela sullo stato di salute della sinistra italiana e sulla persistente incapacità di dare vita ad un nuovo soggetto politico. E’, per chi lo segue da tempo, l’autentica ossessione di Flores d’Arcais, per molti versi sicuramente condivisibile, ma, a mio avviso, stona il persistere di accuse ai singoli protagonisti di questa incapacità nei diversi momenti. Una volta è Vendola che non capisce, un’altra Landini che non molla il sindacato, un’altra ancora gli scontenti del PD che non sanno decidersi, e così via. Ora se è vero (come si avrà modo di vedere in successivi articoli) che viviamo tempi in cui il peso della leadership è aspetto decisivo, forse più che rinfacciare colpe e limiti a chi più di tanto non può o non vuole varrebbe la pena di capire meglio le ragioni che hanno sinora impedito che emergesse anche qui da noi un Corbyn, piuttosto che un Tsipras o un Iglesias. Questione di italici geni? Solo limiti e incapacità personali? Penso proprio di no.

Decisamente più meritevole di attenzione il successivo articolo che raccoglie un’intervista a Pablo Iglesias, leader riconosciuto di Podemos. Confesso la mia scarsa conoscenza del recente quadro politico spagnolo. In qualche modo ero persuaso che Podemos fosse la naturale evoluzione elettorale del precedente movimento degli Indignados (15M è il nome spagnolo di questo movimento sociale). Così non è, così non è stato: Podemos è un’autentica “invenzione elettorale” di Iglesias e di altri giovani intellettuali (tutti rigorosamente marxisti). L’articolo consente di capire meglio l’intreccio che è avvenuto fra questi due momenti della recente storia spagnola che ha offerto, anche a noi, notevoli spunti di riflessione. Non mi avventuro nella sintesi di questo articolo (se lo ritenessimo utile, nulla osta a farlo in seguito, e questo vale anche per altri successivi a questo collegati) mi limito a riportarne l’introduzione che ne sintetizza bene il succo:

“Podemos-il nuovo movimento politico spagnolo guidato da Pablo Iglesias-nasce da una intuizione fondamentale: la politica del XXI secolo è comunicazione, i partiti sono diventati mezzi di comunicazione, la gente non milita più nei partiti, ma nelle radio, nelle tv, nei giornali, sul web. Piaccia o non piaccia chi vuole fare politica oggi deve fare i conti con questo scenario. E questo significa anche mettere in discussione l’idea che il consenso si costruisce esclusivamente “dal basso” e sul territorio. Non c’è alcun dubbio che i movimenti sociali degli ultimi anni (leggi iIndignados) abbiano rappresentato una novità fondamentale, ma per prendere il potere – unica condizione per cambiare davvero le cose, secondo Iglesias — è necessario soprattutto concentrarsi sulla scelta dei leader e sulle capacità comunicative.

Beh, niente da dire, un modo di vedere la politica “di sinistra” decisamente diverso. Che ne pensiamo? Sarà il tempo, a breve in Spagna si vota, a dire del successo di Podemos, personalmente ritengo che un conto sia la conquista sul breve di consenso elettorale, tutt’altro conto quello di creare un’adesione costante e motivata a politiche di reale trasformazione della società. Intendo dire che un buon leader e buone capacità comunicative possono far vincere una tornata elettorale, ma se attorno a quel leader non si consolida un movimento (partito?) fatto di programmi ed idee condivise in modo diffuso, di adesioni larghe di strati sociali su obiettivi chiari e a lungo termine, di una classe dirigente, politica e sociale, ampia e stratificata a più livelli, di forti relazioni internazionali con movimenti analoghi, mi pare difficile, oltre la reale capacità di governo, anche solo il mantenimento del consenso. Sarà che qui in Italia abbiamo già dato in materia di leader taumaturgici, o presunti tali. D’altronde su Podemos non mancano perplessità e dubbi nella stessa Spagna come testimonia il successivo articolo/dialogo fra Josep Ramoneda (filosofo e giornalista catalano) e Javier Cercas (scrittore e giornalista) dal titolo “Spagna in transito e Sinistra smarrita”. I quali non solo non danno per scontato il superamento del bipartitismo spagnolo (socialisti – centristi) ma diffidano apertamente del “populismo” di Podemos e sottolineano che i suoi migliori risultati elettorali sono stati ottenuti quando Podemos, giudicato un partito molto centralista, non si è presentato da solo ma si è alleato con candidati provenienti dai movimenti sociali. Ad esempio a Barcellona dove è stata eletta Ada Colau, candidata indipendente, non legata a partiti e leader del movimento contro gli sfratti (non stupisce che di recente Giorgio Airaudo, in vista delle elezioni amministrative torinesi, abbia compiuto un viaggio di studio proprio a Barcellona per meglio capire questa vincente esperienza).

Interessante è quindi un successiva articolo che riporta un’intervista alla stessa Ada Colau: emergono una figura di notevole spessore e capacità, un percorso politico tutto al di fuori dei partiti istituzionali, una costante diffidenza verso di essi, un’idea di democrazia fortemente legata al sociale ed alle espressioni, anche spontanee, dal basso. Sarà interessante capire come evolverà il suo governo della seconda città di Spagna ed il rapporto con Podemos. Allo stesso modo, in un altro articolo dal titolo “Che fine hanno fatto gli Indignados”  a firma Amados Fernandez-Savater emergono forti perplessità sul legame con Podemos, accusato di aver occupato in modo verticistico gli spazi aperti dall’esaurimento dell’esperienza spontanea del movimento degli Indignados, ma senza aver costruito legami consolidati con quanto restava dei movimenti di lotta che nel 2011-2012-2013 si impose in buona parte della Spagna. Resta il fatto, a mio modesto avviso, che quella spagnola per un verso e quella greca per un altro, rappresentano due esperienze che molto possono insegnarci sulla crisi della democrazia rappresentativa e sulle caratteristiche della Sinistra del XXI secolo.

Decisamente intrigante un successivo contributo di Chantal Mouffe (politologa belga, docente di Teoria Politica in numerose importanti Università europee e americane), questi mi sono parsi i punti salienti del suo articolo intitolato “la democrazia è conflitto”:

  • Viviamo una fase “post.democratica”, il neo-liberismo ha colonizzato Stati e istituzioni democratiche, nella quale si è conseguentemente determinata una diffusa “spoliticizzazione”
  • Un contributo decisivo in questo senso è venuto dallo spostamento verso il centro dei partiti socialdemocratici e socialisti europei, ideologicamente delineato da Anthony Giddens (teorico del blairismo) con lo slogan “andare oltre la destra e la sinistra verso un centro radicale”, la cosiddetta “terza via”
  • Questo spostamento al centro ha conseguenze molto negative sulla stessa democrazia
  • E’ proprio l’assenza di alternative chiaramente distinguibili alla base del crollo di interesse e partecipazione alla politica; anche nella fase attuale sarebbe infatti fondamentale mantenere, in termini democratici, la tensione, che da sempre ispira il confronto fra destra e sinistra, fra i due principi etici che li ispirano: quello della libertà e quello della uguaglianza
  • I partiti populisti di destra stanno raccogliendo consensi proprio perché riescono ad apparire come alternativi all’indistinguibilità fra centrosinistra e centrodestra
  • L’abbandono da parte della sinistra, quella della terza via, del principio dell’uguaglianza ha svuotato di significato il confronto democratico; senza un abbandono della politica di fatto consensuale al neo-liberismo non si può superare il senso diffuso, non solo a sinistra, di estraneità verso le istituzioni democratiche
  • Se il rifiuto del “consenso al centro” è venuto finora in prevalenza dal populismo di destra non sono mancati e non mancano movimenti di protesta sociale slegati da legami con partiti e istituzioni
  • Non mancano a sinistra teorici che invitano a mantenere questa separazione: ritenendo che il potere si crea al di fuori delle istituzioni, la “rappresentanza” viene vista come un problema e non una soluzione
  • Sarebbe al contrario indispensabile un coinvolgimento dei fermenti scoiali all’interno delle istituzioni per una loro profonda trasformazione, i processi di identificazione politica (l’acquisizione della consapevolezza del proprio potere di trasformazione della società) non possono non avvenire che all’interno ai processi di rappresentanza
  • Si delinea in questo quadro la prospettiva di coniugare movimenti di protesta ed i processi di rappresentanza nella forma di movimenti politici in grado di assumere la forma di “populismo di sinistra”, intendendo con questo l’opportunità che all’azione di un partito politico di sinistra si affianchi la mobilitazione di movimenti progressisti in seno alla società civile che, per loro natura, non possono esprimersi attraverso la forma partito
  • Si deve così formare una volontà collettiva che coniughi il “verticale” del partito e l’”orizzontale” dei movimenti. (Syriza e Podemos sono indiciati come due esempi in questo senso)
  • In cosa consiste la differenza fra il populismo di destra e quella di sinistra? Il modo in cui viene definito l’avversario: la matrice della rivendicazione può anche essere la stessa, ma ciò che cambia è il modo in cui essa viene formulata, l’identità che ne consegue: il “noi” dipende da quale “loro” gli si contrappone
  • La stessa rappresentanza ne viene strutturata, essa non è un processo a senso unico: dal rappresentato al rappresentante, occorre determinare l’identità del rappresentato
  • Inoltre per riportare a “sinistra” una giusta idea di “populismo” occorre che sia riconosciuto, cosa che i partiti tradizionali non fanno, il ruolo, il peso, dei sentimenti e delle passioni collettive, indispensabili proprio per la costruzione di una identità di popolo
  • L’Europa è il terreno ideale per la creazione di un populismo di sinistra, non solo per i limiti delle identità statali, in prevalenza ispirate dalla destra, ma per il rischio che la visione tecnocratica e neoliberista di Europa (una UE fatta di consumatori e non di cittadini) uccida lo stesso ideale di unità
  • Siamo, per usare un concetto gramsciano, in una fase di “crisi organica”, in cui il vecchio modello ha esaurito la sua forza propulsiva ma ancora non è nato uno nuovo; un compito che non può essere svolto dai partiti tradizionali di centrosinistra di fatto schiacciati sul vecchio modello
  • Tocca al populismo di sinistra farlo prima che quello di destra ci porti a qualcosa di molto peggio della post-democrazia (mentre sto buttando giù questi appunti sto sentendo alla radio del successo del Front National alle amministrative francesi)

Appare evidente il collegamento con le questioni proposte dalla esperienza spagnola di Podemos; sono temi, che qui pongo solo in termini problematici, che, a mio avviso, sono centrali nel percorso di ridefinizione della Sinistra e sui quali sarà opportuno discutere anche in questo blog.

Come anticipato questo numero di MicroMega si chiude con un polemico articolo di Flores d’Arcais a commento di uno precedente che, con una intervista a Bhaskar Sunkara suo direttore, analizza il crescente successo negli States di una rivista, Jacobin Magazine, apertamente, decisamente, rigorosamente marxista. Si intravede anche in una realtà, cime quella americana, storicamente impermeabile anche solo alla parola “socialismo”,  l’affermarsi di variegati movimenti che attorno a questa rivista si rifanno alla tradizione marxista nella sua accezione più “classica”. La candidatura di Bernie Sanders, che sta ottenendo lusinghiere attenzioni, che non teme di definirsi apertamente socialista, si spiega anche con questo fiorire di fermenti marxisti in ambiti non solamente intellettuali. Flores d’Arcais, pur apprezzando il successo di Jacobin, si chiede se un progetto di sinistra radicale debba ancora oggi rifarsi a Marx ed a Lenin. La sua risposta è negativa. Le motivazioni con le quali giustifica tale presa di posizione mi sembrano, al di là della loro condivisione, spunti importanti di riflessione. In estrema sintesi il ragionamento di Flores d’Arcais si articola su questi punti:

  • il rilancio di marxismo e leninismo, di cui si fa alfiere Jacobin, si colloca in un più ampio ripensamento (credo si riferisca anche all’analogo successo in Europa di riviste come New Left Review) che intende andare, per superarle, alla radice delle disuguaglianze
  • tale superamento non può non consistere che nella totale abrogazione del capitalismo, e quindi nella concezione rivoluzionaria marxista-leninista
  • concezione che, per quanto concerne il problema del potere e della democrazia, poneva la base del potere in istituzioni dal basso (la Comune per Marx, i Soviet per Lenin)
  • già nel 1921 a Kronstadt (città navale non lontana da Leningrado sede di una rivolta contro il potere centrale bolscevico e a favore di un autogoverno basato su coordinamenti dei lavoratori di tipo federale e libertario, rivolta soffocata nel sangue dalla armata Rossa) il comunismo leninista rivelava però il suo vero volto:
  • la contrapposizione che di fatto subito dopo il 1917 si presentò tra Partito e Soviet, e che vide Rosa Luxemburg schierarsi per questi ultimi, venne sciolta, tragicamente, da Lenin (e da Trockij) a favore del partito
  • perché il movimento comunista mondiale si schierò con Lenin e non con la Luxemburg? Perché questa in Germania perse, mentre Lenin in Russia vinse
  • la sintesi di questi passaggi storici fu che il capitalismo non venne abrogato con il trasferimento del potere ai Soviet, ma con la presa ed il controllo del potere da parte del Partito
  • l’abrogazione del capitalismo e l’eliminazione della proprietà privata vennero quindi realizzate mediante il trasferimento di tutto il potere al Partito (al Comitato Centrale e poi a Stalin)
  • Marx sarebbe stato dalla parte di Kronstadt? E’ possibile ma un punto cruciale della sua elaborazione consente il prevalere della concezione leninista: “il comunismo è il movimento reale che abolisce il presente stato delle cose”, ossia il capitalismo e la proprietà privata dei mezzi di produzione
  • nell’Unione Sovietica il “movimento reale” ha sì abolito la proprietà privata ma il risultato non è stato l’emancipazione dei lavoratori ma il trasferimento del loro sfruttamento al Partito, di fatto i mezzi di produzione sono stati statalizzati e non socializzati
  • lo stesso Marx aveva quindi torto: la negazione della proprietà privata non è gravida della realizzazione del socialismo: la forma di potere dal basso (Soviet) può implicare il socialismo, quella di tutto il potere al Partito null’altro che un nuova forma di sfruttamento
  • tutto ciò porta al cuore di ogni prospettiva di Sinistra: la questione del progetto, nel senso dei valori fondamentali su cui basare programmi e tattiche, fini e mezzi
  • la lezione della degenerazione leninista impone alla Sinistra un progetto che non sia solo le negazione del presente stato delle cose, ma da subito l’idea precisa di cosa può sostituirlo, anche per quanto concerne le istituzioni (democratiche) cui consegnare il potere
  • in questo quadro va ricollocata l’eterna questione del “riformismo”: l’abrogazione del capitalismo non può avvenire in un solo passaggio, essa è inevitabilmente la sommatoria di una complessa serie di azioni riformiste che specificano e concretizzano nella realtà quella stessa “abrogazione”
  • la radicalità di una odierna proposta di sinistra non può quindi tornare a contrapporre, come nella visione marxista-leninista, riforme o rivoluzione, ma molto più concretamente quale percorso di riforme, con quali tempi, con quale progressione, può incidere sulla società capitalistica
  • tra gli autori “marxisti” più citati compare sicuramente Gramsci con il suo “primato della prassi”, ma che altro è la prassi gramsciana se non una realizzazione continua e progressiva di riforme?
  • a maggior ragione ciò deve avvenire oggi in un situazione mondiale che vede il capitalismo fortemente differenziato nelle diverse aree del mondo, lo sfruttamento non è lo stesso ovunque, i diritti non sono uguali dappertutto, il capitalismo non ha la stessa faccia in ogni paese e area
  • l’esperienza leninista insegna infine che il “progetto” di abrogazione del capitalismo è strettamente collegato al problema del potere, della sovranità. L’esperienza russa insegna che l’abolizione della potere privata non è di per sé il trasferimento del potere effettivo di decidere al popolo
  • la questione della costruzione e mantenimento di una reale democrazia è quindi aspetto centrale per ogni “progetto” di Sinistra

Niente da dire: questioni complesse, dibattiti che da sempre agitano la sinistra senza mai giungere a soluzioni chiare e condivise. A Flores d’Arcais va sicuramente riconosciuta una grande capacità di sintesi teorica, è un contributo a discutere che a me pare operazione tutt’altro che “nostalgica”; sarebbe importante riprendere questi temi, cruciali e “vivi”, parlandone nel modo più corretto, ossia agganciandoli alle tante questioni della nostra quotidianità politica. Possono essere in questo senso sia una chiave di lettura sia un orizzonte di riferimento verso cui muoversi. Ci proviamo anche in questo Blog?

 

 

 

 

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