DOPO I FATTI DI PARIGI

Siamo “bombardati” sui giornali e sulla rete (non possiedo un televisore e quindi non so cosa accade sulle tv) da mille tentativi di interpretazione dei fatti di Parigi che spesso confondono e mescolano diversi piani: a parte le analisi più superficiali ed emotive (sicuramente quelle che hanno più presa sulla cosiddetta opinione pubblica), c’è chi ricorda la storia dell’area mediorientale e le responsabilità gravi dei paesi colonialisti (Francia e Regno Unito in primo luogo) nello spartirsi le spoglie dell’impero ottomano e nell’imporre stati nazionali a una realtà complessa e articolata di tribù, etnie, fedi e sette religiose che in quelle nazioni non si sono mai realmente riconosciute; c’è, invece, chi si concentra sulle responsabilità più recenti degli americani e dei francesi nell’aver armato e finanziato gruppi integralisti per mettere in difficoltà e abbattere i regimi nazionalisti che ruotavano in un tempo passato nell’area di influenza sovietica (Afghanistan, Iraq, Libia, Egitto, Tunisia e Siria); c’è chi sottolinea il ruolo per lo meno ambiguo delle potenze sunnite locali, da sempre legate agli Stati Uniti come la Turchia, L’Arabia Saudita  e gli Emirati arabi che sono i più immediati finanziatori e sostenitori dei gruppi integralisti; c’è infine, ma un po’ sottovoce, chi riflette sul fatto che i terroristi protagonisti degli attentati in Francia sono cittadini europei, spesso nati in Europa seppur da famiglie immigrate dai paesi islamici, che hanno studiato qui  e che si sono anche inseriti, pur con difficoltà, nel mercato del lavoro europeo, ma che sembrano aver trovato un’identità forte solo nell’integralismo religioso e nell’odio verso la civiltà europea.

E’ come se un secolo di storia – dalla prima guerra mondiale a oggi  attraverso il crollo dell’URSS e le guerre  americane  in Iraq e in Afghanistan– trovasse il suo sbocco nelle vicende drammatiche di questi giorni; e viceversa è come se i fantasmi di un passato secolare ritornassero attuali in una logica apparente di ricorsi storici che farebbe gongolare Gianbattista Vico.  Le analogie sono tante: i territori rivendicati dall’ISIS sono gli stessi su quali si espanse l’impero ottomano, il potente corpo dei giannizzeri di un tempo sembra simile agli attuali “foreign fighters” e la politica di Putin ricorda quella di Pietro il Grande; queste e altre analogie ci dimostrano come le radici storiche dei fatti siano più profonde di quanto non appaia a prima vista, ma esse sono pericolose e devianti se si vuole condurre un’analisi razionale e soprattutto se si vuole cercare e costruire una prospettiva futura.

Certamente fa riflettere che i primi segnali di un islamismo radicale si siano manifestati circa venticinque anni fa nel disfacimento dell’ex Jugoslavia e nella guerra civile tra   Bosniaci, Serbi, Kossovari, Croati e che quasi contemporaneamente si sia svolta la prima guerra del golfo contro l’Iraq di Saddam  Hussein.

La fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 è certamente, con il crollo dell’URSS e l’avvio dell’egemonia politica (e non solo più economica) del pensiero neoliberista, il punto di svolta che ci ha portato dopo 25 anni alla situazione attuale.

Le più recenti “primavere arabe” in Tunisia, Libia, Egitto, Siria avrebbero dovuto determinare, secondo il pensiero egemonico neoliberista, il pieno inserimento nel mercato internazionale di questi paesi, liberandoli dagli ultimi residui dei nazionalismi dittatoriali: l’uso diffuso della rete all’interno dei movimenti di protesta sembrava confermare all’inizio questa tendenza. Ma l’esito successivo è stato del tutto opposto: eliminati, almeno temporaneamente, i regimi autoritari quasi tutti questi paesi sono sprofondati nelle vecchie logiche tribali e/o hanno aderito almeno in alcune loro parti significative all’islamismo sunnita radicale.  Così in Egitto, per riprendere il controllo della situazione, si è riformato un regime militare autoritario che cerca di tenere il paese sotto controllo.

La stessa Turchia che, pur essendo totalmente inserita nella rete degli interessi globali produttivi e finanziari (o forse proprio per questo), è governata da un partito islamico “moderato”, sembrava sul punto di aprire contraddizioni democratiche all’interno del proprio regime: essa è, invece, tornata sui suoi passi, grazie ai risultati delle elezioni di novembre e al riconfermato appoggio americano ed europeo a Erdogan.

La situazione siriana  appare quella più incerta e non casualmente lì si concentrano tutte le contraddizioni: il regime autoritario di Assad vacilla, ma non cade perché è sostenuto dalla componente sciita del mondo islamico (Iran e suoi alleati iracheni e libanesi), dalla Russia di Putin e dagli stessi europei che  ora temono un dilagare del califfato islamico. Gli Usa appaiono più defilati e preoccupati che per contenere gli islamisti radicali si finisca per rafforzare il regime autoritario sciita: d’altra parte sono stati soprattutto loro a sostenere le primavere arabe per integrare i paesi arabi nel mercato globalizzato.

L’esito più evidente di queste forzature americane è stato l’enorme e incontrollato flusso di migranti che dalla Siria e dalla Turchia si è riversato sull’Europa.

E così l’Europa, già colpita dalla crisi e dalle politiche suicide di austerità, torna ad essere quella del disegno gaullista: un’Europa delle patrie. Sull’onda delle emozioni tutti cantano la marsigliese, senza rendersi conto che quell’inno contiene termini ed espressioni non dissimili da quelle usate dai terroristi islamici.

La politica miope dell’austerità si allenta solo per garantire maggiori spese per armi e interventi di polizia che riducono le libertà in nome della sicurezza.

Gli stati nazionali – a partire dal più tronfio, la Francia – torneranno davvero a essere i protagonisti della storia europea e mondiale? E lo faranno proprio con la loro faccia più truce, quella della forza militare e poliziesca?

O piuttosto non stiamo per assistere a una svolta che determinerà un ulteriore declino degli stati nazionali europei ?

Quello che appare evidente fin da ora è che nel breve periodo nel Medio Oriente gli stati nazionali inventati dai colonialisti anglo-francesi attraverso l’accordo segreto Sykes-Picot sono destinati a scomparire: lo smembramento della Siria appare l’esito più probabile dell’attuale guerra civile; esso, però potrebbe essere seguito da processi analoghi in Libia, Iraq e in Libano. In questo quadro anche le tendenze islamiche più integraliste potrebbero consolidare la loro presenza su parti dei territori contesi.

Solo regimi fortemente autoritari come quello della Turchia, dell’Egitto, dell’Iran e dei paesi della penisola araba possono reggere a questa deriva di disgregazione nell’immediato futuro; ma sul medio periodo essi potrebbero essere interessati da processi analoghi.

In tutta l’area mediorientale l’unica proposta progressista è quella del “confederalismo  democratico” avanzata dal PKK di Abdullah Ocalan: oggi essa appare debole e limitata ad alcune esperienze territoriali circoscritte (come il Rojava), ma in un quadro di possibile futura stabilizzazione della spartizione degli stati in territori potrebbe, invece, diventare un reale punto di riferimento nello scontro politico.

In Europa la guerra dichiarata dai francesi potrebbe risolversi in una sconfitta non tanto su un piano militare che appare fortemente indeterminato, ma soprattutto su quello economico e politico: questo possibile esito metterebbe in discussione la tradizionale saldezza nazionalista dei francesi all’interno di un’Europa che in diversi paesi (Spagna, Belgio, Regno Unito) è già ora interessata da importanti processi di disgregazione.

Il capitalismo finanziario globalizzato nella crisi  del 2007 ha incontrato i suoi limiti economici; il suo imperativo – crescere o morire – potrebbe trasformarsi nel suo opposto: crescere e morire. Ora la crisi internazionale che muove dal Medio Oriente può mettere in evidenza i limiti politici della globalizzazione: non saranno certamente i vecchi stati nazionali a risorgere da questa crisi, anche se il nazionalismo xenofobo torna a farsi sentire nello scontro politico.

All’interno di questo quadro drammatico ciò che più risalta è l’assoluta inadeguatezza della sinistra nell’elaborare e proporre una via di uscita anche sul piano teorico, oltre che sul terreno delle iniziative concrete e delle forme organizzative.

Riccardo Barbero

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