Sintesi di “I misteri della Sinistra Di Jean-Claude Michèa Dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto”

sintesi di un saggio appena uscito che, seppure strettamente legato alla storia ed alla situazione francese, contiene interessanti spunti di riflessione

di Giancarlo Fagiano

Come se non bastassero le tante difficoltà a riempirla di contenuti e ad adeguarla alle complessità attuali sembra che lo stesso appellarsi al nome “Sinistra” sia questione ambigua e controversa. Ricorda infatti Michèa (filosofo francese) che la nascita del binomio nominalistico destra-sinistra avviene all’indomani della Rivoluzione Francese quando nel Parlamento a destra sedevano i partiti filo-monarchici e a sinistra quelli più rivoluzionari; da lì in poi i due termini hanno progressivamente e confusamente inglobato opinioni e movimenti politici genericamente schierati gli uni per la conservazione, la restaurazione, e gli altri per il progresso, il rinnovamento. Nela campo della “sinistra” si sono così succeduti, nel corso dell’Ottocento, partiti e movimenti di varia ispirazione, portatori di concezioni politiche “progressiste”, ma estranei al nascente socialismo marxista. Non per nulla lo stessoUnknown Marx non ha mai fatto uso del binomio destra-sinistra se non per distinguere in campo filosofico gli hegeliani, non si è mai sognato di definire “di sinistra” il movimento che poneva al centro della sua teoria rivoluzionaria. Allo stesso modo, decenni dopo, Lenin non ha mai chiesto ai lavoratori di fondersi in una unione di sinistra, termine che per lui aveva un risvolto semplicemente filo-repubblicano. Nel corso del Novecento specifiche esigenze di unità necessaria a fronteggiare emergenze democratiche hanno in qualche modo implicato il confluire nel campo indistinto della “sinistra” europea dei partiti socialisti e comunisti, adattatisi, per un minimo distinguo, ad occupare uno spazio politico genericamente definito “estrema sinistra”. Michèa riconosce al termine, nella sua accezione di significante politico un importante ruolo di coagulo nel percorso storico di demolizione dei residui dell’Ancient Règime, di presidio e salvaguardia della democrazia, ma ritiene che sia progressivamente diventato “ambiguo”, se non “divisorio”, quando si è trattato di passare alla mobilitazione per una reale trasformazione della società capitalistica. Specie nella sua attuale, vincente, versione neo-liberista.

Solo una estemporanea questione nominalistica? Un eccesso di scrupolo terminologico? Secondo Michèa no, dietro al nome “sinistra”, nella sua accezione storicamente consolidatasi (fino a divenire per l’appunto una autodefinizione spesso inconsapevolmente scontata) stanno concezioni e percorsi politici non (più?) condivisibili. Ed i confluire nell’indistinto campo della “sinistra” da parte dei partiti di ispirazione marxista ha significato non solo una perdita di autonoma specificità, ma, aspetto ancor più grave, l’adesione a filosofie e concezioni politiche lontane e diverse. Se si considera l’attuale innegabile confluire della “sinistra” europea nella convinta adesione alle visioni neo-liberiste del mercato globale la domanda che Michèa si e ci pone è se questo approdo può ancora essere considerato soltanto un incidente di percorso, una “deviazione” imputabile a gruppi dirigenti deboli nei confronti delle lusinghe del mito del mercato, oppure se questa conversione all’ideologia dell’individuo come impresa non sia piuttosto la conclusione logica del percorso di annacquamento delle analisi e delle prospettive marxiste nell’indistinto campo della “sinistra” così come si è venuta storicamente a comporre.

Michèa propende per la seconda spiegazione ed individua la matrice di questo percorso: essa consiste nella “assimilazione” (inconsapevole?) che anche la componente marxista ha elaborato dell’idea (definita “maggior operatore filosofico”) alla base dell’indistinta “sinistra”: il mito del “PROGRESSO” e del senso della storia.

La “sinistra” originaria, quella nata nello spirito dell’Illuminismo, temprata dalla Rivoluzione Francese, consolidata dal Positivismo di fine Ottocento, organizzata nella Seconda Internazionale, si è fin dall’inizio costituita attorno a due temi fondamentali: 1)- l’idea che la società capitalistica fosse la tappa storicamente necessaria nel passaggio dall’Ancient Règime ad una futura società 2)- la convinzione che la “grande industria”, concretizzazione del mito del “progresso”, fosse il migliore, se non l’unico modo, di organizzare la produzione.

La somma dei due temi è per l’appunto consistita nel formarsi di una sorta di “credenza religiosa” nel senso della storia e nel progresso materiale illimitato (alla grande industria si è oggi sostituito il mito di Internet e delle nuove tecnologie, ma nulla cambia)

Questa fascinazione per il progresso, che in parte rientra anche nell’elaborazione del primo Marx, ha portato con sè, fra le altre, non poche conseguenze, una in particolare viene sottolineata da Michèa: la sottovalutazione del ruolo dei ceti medi (artigiani, commercianti, piccoli industriali, la piccola proprietà privata in genere) che li ha regalati, così facendo, alla destra impedendo alleanze sociali più ampie e una più giusta attenzione alla “gente comune”. Il Marx dell’ultimo periodo, prima della prematura morte, influenzato dalle opere di alcuni antropologi (Maurer, Morgan), aveva già del suo avviato attenzioni in questa direzione. Collegata a questa sottovalutazione è la rimozione, da parte dello schema progressista a partire da inizio Ottocento e protratta per ben buona parte del Novecento, di tutte le radici e vestigia del passato stupidamente giudicate un ingombrante residuo reazionario. Una di queste radici, quella che oggi stiamo faticosamente cercando di ricreare, consisteva nelle forme diffuse di vita in comune (villaggi, comunità di gestione esigenze e bisogni) distrutte dall’affermazione, strettamente collegata al Progresso, dell’individualismo (mito quindi non solo della destra). Basterebbe rileggersi per meglio capire questa errata rimozione, la visione di Marx dell’uomo come “animale politico” e quella di Engels della guerra di tutti contro tutti della società capitalistica, e di come, quindi, anche per loro il senso della “comunità” fosse tutt’altro che un zavorra di cui liberarsi.

Una seconda, non meno grave, conseguenza, secondo Michèa, è stata quella di abbandonare, una dopo l’altra, le analisi del “Capitale” sul metodo di produzione capitalistico, individuato da Marx (in una fase di mercato ben lontana dall’attuale consumismo di massa) nel predominio del valore di scambio sul valore d’uso, e nel risolversi della produzione capitalistica in un immenso accumulo di merci. Ciò vale sempre di più ai nostri giorni con una produzione che si regge unicamente sulla creazione continua di pseudo-bisogni……il che spiega come la “crescita”, vale a dire l’assurdo ideale (in un mondo dalle risorse limitate) di uno sviluppo infinito della produzione di merci e del consumo alienato che ne costituisce l’altra faccia, non sia che il prestanome mediatico dell’accumulazione illimitata del capitale…… (Michèa ribadisce che….basterebbe reinstallare il software filosofico di Marx – riconfigurandone alcuni parametri –  per capire che non sono in discussione soltanto le modalità del viaggio ma la stessa direzione del viaggio…..)

Questi fondamenti del socialismo sono stati progressivamente liquidati nel corso del processo di confluenza nel mito del Progresso e nel collegato campo della Sinistra indistinta.

Ed emerge peraltro lungo questo percorso di annacquamento della visione marxista il paradosso dialettico dello stesso socialismo scientifico nato sulla base di una doppia impronta filosofica: da una parte riprende gli ideali egualitari e di emancipazione dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese, dall’altra però, in netta antitesi, opera la critica più radicale e più fondata al mondo industriale e liberista sorto nel terreno, sociale e politico, reso fertile proprio dall’Illuminismo. Non ha sciolto questo paradosso, questa contraddizione dialettica, l’idea che la sintesi sarebbe venuta dallo stesso sviluppo capitalistico e dalla sua inevitabile, quasi automatica, risoluzione in una società migliore. Anzi: la storia del Novecento e l’adesione di fatto della “sinistra” al neo-liberismo testimoniano l’esatto contrario. Tornando al paradosso di partenza, e concordando che la causa di questo fallimento risieda principalmente nella “adozione” che la Sinistra ha fatto del mito del Progresso, è tempo di pensare……con gli Illuministi contro gli Illuministi o, se si preferisce, con la Sinistra contro la Sinistra. Ancora una volta è negli scritti di Marx che possono trovare importanti intuizioni in questo senso: scrive infatti in una lettera ad Engels del 1868 che esistono due reazioni alla Rivoluzione Francese (e quindi all’Illuminismo): una è certamente quella della Restaurazione, l’altra, che rientra pienamente nell’orientamento socialista, è quella di……studiare il periodo primitivo di ogni popolo per trovare in ciò che è più antico ciò che è più moderno…..

Cosa possono implicare queste considerazioni nella pratica di una realtà che vede alternanze elettorali fra una destra, falsamente schierata a difesa dei “valori tradizionali” ma al pieno servizio del capitale, ed una sinistra, ormai convinta che l’uscita dal capitalismo sia cosa impossibile e nemmeno auspicabile, che applicano a turno il programma imposto dai centri di potere economico internazionali? Non mancano in questo quadro, secondo Michèa, rischi di derive autoritarie, ma non rappresentano il pericolo più grande (a suo avviso anche l’elettorato del Front National è più motivato dalle paure della modernità non governata che da suggestioni fasciste nel senso classico del termine). Il rischio più grande è quello di non vedere che in molti casi, in tanti voti popolari ai partiti populisti ed in tante scelte astensioniste, si manifesta un sentimento naturale di appartenenza a comunità” che sono per definizione alternative all’individualismo neo-liberista. Si tratta nevvero di una nebulosa che contiene sentimenti e punti di vista diffusi spesso contrastanti, ma all’interno della quale stanno sensibilità che non sono automaticamente reazionarie (possono semmai essere strumentalizzate in senso reazionario) ma che al contrario possono e debbono essere uno dei riferimenti per una diversa proposta di una diversa sinistra. La quale deve porsi l’obiettivo di allargare i suoi confini elettorali aiutando gli strati sociali portatori di queste sensibilità a rivolgere rabbia ed esasperazione contro la causa prima e vera dell’attuale disfacimento sociale e morale, ossia contro il sistema neo-liberista globalizzato.

Per fare ciò occorre una sinistra che sappia tornare a capire l’aspetto onnicomprensivo dell’attuale capitalismo, che non consiste solo nello sfruttamento economico (non è solo un sistema economico che ripartisce in modo non egualitario la ricchezza che la società produce), ma è anche, se non soprattutto, asservimento politico e culturale. Occorre in sostanza riprendere il cuore dell’analisi marxista, ritrovando….le intuizioni emancipatrici del socialismo delle origini…..Occorre, conclude Michèa, una critica della logica capitalistica che sia…..filosoficamente coerente…., una critica che abbia un senso per tutte le classi popolari, per la ”gente comune”. Il primo passo consiste nel ritrovare le parole capaci di parlare a questo insieme, che nella vita si occupa e preoccupa di cose diverse dalla “politica”, nell’accezione di quella sorta di autoreclusione che sembra essere la ragione di vita dei militanti “di professione”, della “sinistra” così come si è involutamente determinata.

Consiglio di lettura= Il saggio consiste in una prima parte (quella qui sintetizzata) e di una seconda che racchiude consistenti note esplicative; conviene leggere di seguito la prima parte e successivamente rileggerla assieme alle note.

Giancarlo Fagiano

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