Lacan: Désir la passione dell’inconscio

di Elvio Balboni

Lacan: Désir la passione dell’inconscio

 

Lacan_introduzione a fumetti Ed L_Ancora 2012“Lacan a fumettidi Darian Leader (psicanalista) e Judy Groves (pittrice) edito da Ancora del Mediterraneo 2012  titolo originale del libro introduzione a Lacan.

Non solo è una scelta originale per esporre sinteticamente il pensiero di Lacan nella forma del libro-fumetto, cioè con figure e immagini per poter meglio afferrare i tratti fondamentali del suo pensiero come: desiderio, domanda, linguaggio sintomale con il nesso parlarepensarevedereIl nome del padre, l’immaginario e il simbolico, l’alienazione, il processo di soggettivazione; è anche coerente con l’importanza che l’autore attribuisce all’immagine nel linguaggio.

Jacques Lacan desiderio, godimento e soggettivazione” di Massimo Recalcati, Raffaello Cortina Editore 2012 in due volumi, è un saggio di un professionista che si cala nella profondità della ricerca compiuta dal famoso psicanalista cogliendone i nessi con il pensiero dei principali filosofi e letterati del novecento.

Jaques Marie Émile LACAN 13/04/1901 Paris 9/09/1981 Paris.

Si formò al collège Stanislas (istituto cattolico) passione forte per la filosofia, appese nella sua stanza lo schema della struttura dell’etica di Spinoza, testo citato nella tesi di dottorato di medicina psichiatrica sulla paranoia 1932.

Durante la seconda guerra mondiale avviò la relazione con Sylvia Maklès, già sposata Bataille, il  filosofo francese che ebbe il merito di sdoganare l’interpretazione del super uomo di Nietzsche dalla fuorviante esaltazione nazista, attrice in film di Jean Renoir, poi divenne sua moglie.

Ascolta la prima lettura dell’Ulisse di Joyce nella mitica libreria Shakespeare, frequenta il movimento surrealista, i principali filosofi e letterati come Sartre, Gide, Aron, Kojève, Klossowski, l’antropologo Lévi-Strauss, il linguista De Daussure diventerà medico di Picasso.

Lacan pensa la psicoanalisi in grande confrontandosi con il pensiero dei grandi filosofi dell’epoca moderna, questo gli permette di non contrapporre le “scienze esatte” con la conoscenza filosofica, unica pecca non aver esplicitato il suo debito di riconoscenza nei confronti di Nietzsche,[1] forse in soggezione nei confronti di Freud, il quale dichiarò di non aver studiato il filosofo del nichilismo, anche se consapevole di aver da lui mutuato il termine Es (Lacan usa ça parle).

La riflessione di Lacan, inoltre, fa i conti fino in fondo con le contraddizioni della storia e della realtà quotidiana in cui vive; non affronta solo la dimensione clinica della paranoia, si interroga sull’origine del male, della violenza, dell’aggressività, la sua interpretazione della figura di Caino avviene sullo scenario  del dramma epocale della seconda guerra mondiale e sulla spaventosa scoperta della Shoah, così per la successiva ricerca, come la contestazione del sessantotto e “il discorso del capitalista degli anni settanta costituiscono lo sfondo di ulteriori elaborazioni delle categorie di desiderio e godimento.

Premessa

Domanda preliminare: perché un absolute beginner in psicologia e non solo, come il sottoscritto,  intraprende una lettura e prova ad esporre una sintesi per invitare a conoscere, in modo letterario, quella disciplina che studia la Psiche dell’uomo? Quale desiderio mi spinge in tale direzione oltre la conoscenza personale? Non certo una pretesa di auto-analisi, pretesa impossibile e stupida, piuttosto cercare di colmare una delle tante lacune per costruire in maniera collettiva un pensiero capace di leggere le contraddizioni della società, un pensiero critico in grado di mobilitare l’agire per cambiare la società, che a mio modo di vedere continua ad essere profondamente ingiusta e gli individui poco liberi e sottomessi.

[1] “I filosofi antichi combattevano tutto ciò che inebria, che pregiudica l’assoluta freddezza e neutralità della coscienza. Essi erano coerenti in base al loro falso presupposto che la coscienza fosse lo stato più alto, altissimo, il presupposto della perfezione, mentre è vero il contrario.” F. Nietzsche, Frammenti postumi, 1988. Sull’influenza di Nietzsche in Lacan, U. Galimberti, La casa di Psiche, 2005 Feltrinelli.

Sono sempre più convinto che sia necessario comprendere le dinamiche sociali da più punti di vista, tramite l’interagire tra loro di differenti discipline, pertanto non possiamo accontentarci dell’affermazione: “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è il loro essere sociale che determina la loro coscienza”[1] perché anche se non riducibile ad un rapporto deterministico tra struttura e sovrastruttura e tantomeno all’unico movente economico, il materialismo storico di Karl Marx non coglie pienamente  quel composto umano fatto al tempo stesso di coscienza e di inconscio.

Alla base dei sintomi di malessere e di infelicità che caratterizzano la condizione della più parte degli esseri umani nel nostro pianeta, vi sono ancora miseria e disoccupazione, condizioni di sfruttamento e alienazione del lavoro e l’oppressone politica anche nelle forme razziali e sessiste; inoltre per quella parte minoritaria dell’umanità che dispone di più ricchezze e risorse, la permanente insoddisfazione di passioni e desideri cerca di placarsi mediante la ricerca ossessiva dei beni materiali, un impulso acquisitivo di prodotti e di merci, un consumo smodato di Odradek, (termine inventato da Kafka per definire un oggetto inutile) senza fine.

Queste condizioni materiali e fattuali vengono subite e affrontate da dei soggetti individuali e collettivi che con esse si formano, da esse condizionati, pratiche di disciplinamento delle varie istituzioni e che a queste pratiche si adattano e reagiscono in mille modi diversi, soggetti pertanto destrutturati e affettati da molteplici pulsioni difficilmente controllabili, assillati dalla loro condizione di esseri fragili, cagionevoli e mortali e che però continuano a porsi la domanda sul senso dell’esistenza.

Per tutti la condizione umana si caratterizza come insicura ed avversa, il secolo appena trascorso delle guerre totali e dei genocidi di massa e il permanere in questo secolo, da poco iniziato, di conflitti locali potenzialmente globali, hanno legato insieme modernità e barbarie facendo crollare il mito del progresso.

In questa situazione dove la vita quotidiana di molti, continua a dipendere dal caso e da passioni generate dall’odio e dall’invidia (la passione triste)[2] i richiami al “siate più razionali” appaiono inutili e retorici, la vita insicura rende refrattari alla razionalità, non bastano gli appelli volontaristici, gli esseri umani rimangono affetti da quelle pulsioni e passioni che producono nuove forme di superstizione e piuttosto che orientarsi alla irrequieta scelta della libertà, e della responsabilità delle proprie azioni, preferiscono continuare a sottomettersi al miracolo, al mistero e all’autorità per usare la formula del “Grande Inquisitore” che si oppone al inatteso e inopportuno ritorno di Cristo, nel famoso capitolo de “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij.[3]

E’ il tema della “Servitù volontaria”[4] affrontato nel cinquecento dallo scrittore francese Etienne De La Boètie, amico di Montaigne.

Perché gli uomini obbediscono? La risposta del filosofo olandese di origine ebraica, Baruch Spinoza, il cui pensiero ha influenzato sia la formazione intellettuale di Marx, sia quella di Lacan, è che tale atteggiamento è dovuto alla figura dell’aquila bicipite della religione e della politica, esse agendo insieme, opprimono gli uomini e anziché emanciparli li infantilizza, fino a costringerli a servirne uno solo, un essere che li sovrasta Dio, Allah e che la storia ci ha riproposto in varie figure: si sono chiamate Cesare, il Grande Inquisitore, Duce, Fuhrer, o il leader carismatico e demagogo dei regimi democratici.

L’intersezione tra ragione e passione del singolo e l’azione e la psicologia delle masse è sempre imprevedibile, dalla rivolta contro l’oppressione e la schiavitù, all’idolatria fanatica per il Capo, con la conseguenti dure repliche della storia.

[1] K. Marx, Prefazione a Per la critica dell’economia politica, 1859 Editori  Riuniti.

[2] Etimologicamente invidia significa “non poter vedere”, “non sopportare la vista”, passione triste perché è l’unico dei sette vizi capitali che non comporta piacere.

[3] Freud trarrà spunto dai capolavori dello scrittore russo per il suo scritto “Dostoevskij e il parricidio” in I fratelli Karamazov Einaudi.

[4] Etienne de la Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, 1553,  Chiarelettere. “L’abitudine non ha in nessun altro campo una forza così grande che nell’insegnarci la servitù … l’abitudine ci plasma sempre a suo modo, malgrado l’inclinazione naturale.

Occorre allora immaginare un’azione duplice e contestuale se da un lato “ciò che conta è trasformare la società e non solo interpretarla come hanno finora fatto i filosofi” per rendere la vita più felice, sicura e non asservita; dall’altro lato è altrettanto necessario tradurre le passioni in affetti, cioè trasformare ciò che ci fa soffrire, da qualcosa che subiamo (patos) a qualcosa che comprendiamo, questa è la strada della rivalutazione delle passioni intrapresa dalla filosofia moderna fino a giungere alla scoperta dell’inconscio nella psicologia di Freud.

La sola azione politica razionale non è in grado di mobilitare quelle energie inconsce che possono far uscire dalla passività gli esseri umani: sopravalutazione della razionalità illuministica.

La sola terapia psicoanaltica non può canalizzare quella energie individuali in una azione collettiva, in un progetto di liberazione per tutti, qui ed ora; illusione di poter superare la condizione alienante senza cambiare la società.

Demande e Dèsir

La Demande è al centro di tutta la storia della filosofia e rimane al centro della ricerca della psicoanalisi di Lacan. La filosofia occidentale nasce dalle domande sui princìpi che informano la conoscenza e la vita,  l’arché originario del Detto di Anassimandro (primo pensiero filosofico in forma scritta di cui siamo a conoscenza) al conosci te stesso socratico, alla domanda fondamentale per Leibniz: “perché l’essere e non piuttosto il nulla?” Se la filosofia è amore (curiosità, feeling) per il sapere, che porta “stupore”, la Domanda è anche sempre desiderio! La Demande è anche il nome dato alla prima via di arrampicata  aperta  nelle gole del Verdon (Nord della Provenza) uno dei Canyon più suggestivi di tutta Europa,  valutazione delle difficoltà poco oltre il sesto grado, via da non sottovalutare, roccia ormai patinata e liscia, personalmente non ancora scalata …una mancanza … Un désir! Lacan scriverà sempre Demande con la maiuscola e désir con la minuscola.

Desiderio di essere e desiderio dell’Altro

Con il termine dèsir non intende il desiderio degli oggetti nella vita quotidiana, ai quali ci rivolgiamo per soddisfare un bisogno, un desiderio manifesto, che per Freud si manifesta anche nel sogno (traü) il sogno stesso diventa l’appagamento di un desiderio (wunscherfüllung letteralmente un desiderio riempitivo).

Lacan invece con désir sottolinea il desiderio in generale, cioè il moto inconscio che lo sottende!

Il desiderio è il perno attorno al quale ruota il pensiero di Lacan e il suo originale contributo alla psicanalisi, la radice di questo suo approdo credo sia proprio da ricercare nella filosofia di Spinoza. Nel trattato sull’etica, le passioni sebbene sotto il controllo della ragione, diventano un fattore di liberazione dell’uomo, vengono rivalutate dalla secolare condanna a cui furono sottoposte dalla filosofia antica (intese come a-logos) e stoica in particolare (anti-logos) cioè percepite come fattore perturbativo dello stato d’animo che annebbia il logos, perdita del lume della ragione, “accecati dalla passione” “la passione come cancro della ragione”.

Il riconoscimento più esplicito del potere delle passioni sulla ragione verrà fatto dalla filosofia empirista di Hume: “sono le passioni che fanno danzare la ragione”, il pensiero moderno non porrà più in contrapposizione passione e ragione, anzi finiranno per colorare e riscaldare la “fredda ragione” la rivoluzione francese ne sarà emblema.

Si noti che la definizione di “cancro della ragione” è di Kant, il filosofo dell’illuminismo come “uscita dallo stato di minorità che l’uomo deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro, … mancanza di coraggio non difetto di intelligenza …”.[1]

Un coraggio anti-passionale? un ossimoro! Forse non è un caso che l’etica kantiana sia rigorista, l’imperativo categorico, il dovere per il dovere.

[1] Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? 1874 in scritti politici, UTET.

Le passioni con il tempo cambiano, subiscono il ritmo e le condizioni storiche, al posto della gloria medioevale subentreranno passioni meno guerresche ma più competitive e si estenderanno “per il maggior numero”.

Emblematica è l’immagine della corsa negli Elements di Hobbes “forzarsi è appetito, guardare gli altri che stanno dietro è gloria, sforzarsi di superare chi sta davanti emulazione, l’essere in fiato speranza, l’essere affaticato disperazione, superare chi ti sta davanti felicità, abbandonare la pista è morire”[1] espressioni anticipatrici  dell’utilitarismo dell’economia borghese e successivamente a seguito degli esiti della rivoluzione industriale, con “il manifestarsi della ricchezza come una immane raccolta di merci”[2] verranno ridotte a mera “pulsione acquisitiva” così che la dimensione del homo oeconomicus, tenderà a caratterizzarsi come un’unica passione: l’interesse economico.[3]

Per Lacan inconsciamente il desiderio non è mai soltanto desiderio di avere, ma è sempre desiderio di essere, non potrà mai venire placcato con il godimento tramite il possesso della cosa, anche di quella perduta, se ce ne riappropriassimo non placherebbe il rimpianto o lo struggimento nostalgico, perché è sempre desiderio d’altro, desiderio dell’Altro.

Il canto nostalgico per l’oggetto perduto (l’amata/o, il paradiso) però è indice dell’impossibile separazione tra desiderio d’amore, il desiderio si essere è sempre infinito e il godimento è appagabile con il possesso dell’oggetto; essi si mescolano, si gode nell’atto stesso del desiderare, il desiderio va al di là del principio di piacere, diventa sovversivo, fino al desiderio di perdersi,  fino alla pulsione di morte (Todestrieb).

Lacan vede simboleggiato questo percorso nel dipinto “la colonna dei ciechi” del fiammingo Bruegel, guidati da un cieco bendato essi sbandano vagando senza meta.

Da cosa trae origine il désir? Il désir scaturisce dalla mancanza di essere. È il fondo abissale dell’essere umano descritto da Lucrezio come un vaso poroso, è “l’io cavo” di Montaigne, costitutivamente insaziabile chiede di essere continuamente riempito, tramite il ripetersi del godimento dell’oggetto, in altre parole è la descrizione del “l’uomo come Dio mancato” fatta da Sartre in L’essere e il nulla non è semplice soggetto già costituito e desiderante, ma semmai è “désir d’être” desiderio d’essere, agito, padroneggiato, spossessato, ciò che istituisce il soggetto.

La forza del desiderio finisce per assoggettare lo stesso soggetto desiderante, l’essere dell’uomo viene agito dal desiderio, aspirato, in un processo di continua disintegrazione, una pulsione a perdersi, “si perde in quanto uomo perché Dio nasca” per Sartre è l’inverso della passione di Cristo.

Il desiderio si rivela come passione inutile, opposta alla logica utilitarista, così si configura anche la passione dell’alpinismo, uno sforzo intenso e pericoloso, in fondo assurdo perché non approda mai a nulla di definitivo; raggiunta la vetta si scende per compiere un’altra ascensione,  gesto destinato a ripetersi nella sua inutilità infinite volte, proprio come lo sforzo di Sisifo nel portare nuovamente il macigno in cima alla montagna.

Albert Camus, definisce Sisifo[4] l’eroe assurdo, sconfitto, condannato all’eterno supplizio perché tentò con ogni mezzo di sfuggire alla mortale condizione umana.

Questo continuo ed inutile tentativo di sfuggire alla finitudine dell’esistenza costituisce la radice dell’esistenza di Dio, “non è Dio che crea l’uomo è l’uomo che crea Dio”[5] è il fondamento del “ens causa sui” che le religioni chiamano Dio e che l’individuo moderno, nel momento in cui il desiderio assume la forma patologica della volontà delirante, pensa se stesso come ens causa sui e non come una com-possibilità della vita nell’universo e dotato di potenza divina.

 

[1] Thomas Hobbes, Elementi di legge naturale e politica, 1640 La Nuova Italia.

[2] K.Marx, Il Capitale libro I, 1867, Editori Riuniti, celebre incipit.

[3] Molteplici e interessanti sono gli studi a tal proposito, tra i quali A.O. Hirschman  Le passioni e gli interessi, argomenti politici a favore del capitalismo prima del suo trionfo, 1977, Feltrinelli e E.Pulcini, L’individuo senza passioni, individualismo moderno e perdita del legame sociale, 2001, Boringhieri.

[4] A. Camus, Il mito di Sisifo, 1942, Bompiani.

[5] L.A. Feuerbach, L’essenza del cristianesimo, 1841, Laterza.

 L’Inconscio è un Linguaggio Sintomale, sostanza e feticcio.

 

È l’ens causa sui della sostanza di Spinoza. Spinoza è anche il primo filosofo che esplicita l’opacità dell’immediato, dello scrivere, del leggere, opacità che Freud e Lacan estendono al parlare, al l’atteggiamento posturale e gestuale.

L’inconscio per Lacan è strutturato come un linguaggio, questo approdo è il risultato delle sue ricerche e rielaborazioni critiche del pensiero espresso da Freud sopratutto nelle grandi opere.

La verità dell’inconscio è un oscuro parlare, si situa tra le righe, Lacan usa la metafore dei due manoscritti, il primo può venire intravisto solo attraverso le falle del secondo, i buchi di senso.

L’uomo non parla, l’uomo è parlato, la razionalità cartesiana viene rovesciata, “penso dove non sono, dunque sono dove non penso”.

L’individuo è abitato da un incognita profonda  plurale, che è stata chiamata Es, l’Io è sintomo umano per eccellenza, il soggetto è creduto, voluto, corrisponde al bisogno dell’uomo a rappresentarsi come soggetto, al fine di impadronirsi della realtà, per evitare la sua imprevedibilità (Nietzsche) dobbiamo unificare il mondo che è frantumato, caotico, privo di centro in “una volontà di dominio, in una immagine del mondo” (Heidegger) per Lacan al centro della conoscenza, sottolinea Recalcati, vi è una violenza originaria: la riduzione del mondo all’immagine dell’Io.

Il filosofo francese Althusser[1] proprio grazie all’incontro con l’interpretazione dell’inconscio di Lacan, proporrà una lettura del Capitale di Marx, il Marx maturo, lenta, con esplicito invito a leggerlo più volte, individuando tra le righe il detto e il non detto, una lettura sintomale insomma, in assonanza con il pensiero del Lacan.

Althusser rifiuterà la dialettica hegeliana e gli scritti del giovane Marx, a suo giudizio troppo inficiati da essa e troppo legati all’umanesimo di Fuerbach.

C’è da chiedersi se Marx senza la dialettica del riconoscimento di Hegel, pur criticata e rovesciata, avrebbe mai potuto scrivere pagine così profonde sul feticcio della merce,[2] sull’aspetto misterioso che essa assume di Cosa imbrogliatissima piena di sottigliezza metafisica e capricci teologici, quando si presenta con la veste di valore di scambio e non semplicemente di valore d’uso,  sui desideri, raffigurati nella forma dei grilli che fuoriescono dalla materia sensibile di cui il tavolo di legno è fatto, non appena viene rovesciato a testa in giù e pertanto diviene sensibilmente sovrasensibile.

Che vi sia in Marx un’anticipazione delle aporie del desiderio individuate da Lacan? Tra i bisogni autentici la cui soddisfazione dipende “dai valori d’uso” e quelli indotti dalle merci, dai “valori di scambio”, quindi dal denaro e pertanto sistematicamente reificati e frustrati? I concetti di estraniazione e alienazione del giovane Marx non tornano forse sotto altri aspetti proprio nella ricerca psicoanalitica?

Un percorso originale in questa direzione, di contaminazione tra l’analisi di Marx e la conoscenza dell’inconscio possiamo trovarlo nel interessante libro del filosofo francese Lyotard, Economia Libidinale,  benché più conosciuto per il suo discorso sul “post-moderno”, un tentativo di incontrare l’economia politica partendo dal “disordine” verso “l’ordine” fino a scoprire non il vero Marx, ma “quel desiderio chiamato Marx”.

La vita alienata

Il percorso per affrontare/superare l’alienazione, in Lacan, approda al sentirsi riconosciuti come soggetti del desiderio dal desiderio dell’Altro, supera l’immediatezza alienante della relazione tra cose, quello è lo spazio del godimento, si configura come desiderio di desiderio, cioè di una relazione umana, ed è proprio quella che viene a mancare nel rapporto di produzione capitalistico (necessariamente cosale, reificato, Marx) per Lacan corrisponde alla soddisfazione come  semplice appetito animale (bigierde) concupiscenza sensibile direbbe Hegel,[1] (non a caso sono le espressioni della fenomenologia dello spirito) intrinsecamente legata all’istinto, mentre nella dialettica per il riconoscimento tra servo e signore si realizza l’umanizzazione del soggetto.

[1] L.Althusser, leggere il Capitale e Per Marx, 1965, Mimesis.

[2] K.Marx, Il Capitale libro I cap. sez. 4, 1867, Editori Riuniti.

Lacan come abbiamo visto, conduce un percorso molto articolato ci fa  comprendere il simbolico dell’Altro come chiave per ricostruire il nostro io, un io che come già aveva evidenziato Freud: “non può essere padrone a casa sua” sottoposto com’è ad un triplice servaggio, dal pericolo del mondo esterno, dalla libido dell’Es e dal rigore del Super-Io; questo percorso lo fa addentrandosi ancor più nell’analisi dell’inconscio e agganciandosi ai contributi di Kojève con la sua interpretazione della fenomenologia di Hegel e poi di Sartre nei suoi vari lavori, insomma la nostra coscienza è sempre più ridefinita come coscienza di … Altro (di classe, dell’immaginario deformante, della soggettivazione) chiosava Rimbaud: “Je est un autore”, insomma la coscienza è la fuori, nel mondo.

Lacan pensa il soggetto in modo nuovo, riprendendo Sartre “siamo soli e senza cause” ma è proprio nella solitudine, in questa gettatezza (geworfeneith) dell’esser-ci (dasein) nel mondo secondo l’analitica esistenziale di Heidegger,[2] che si rivela, in noi, la mancanza dell’Altro, la sua iniziale inesistenza ci costringe a costituirci in relazione con l’Altro, il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro, un soggettivarsi ricostruendo una scala di valori per rapportarci all’Altro, (una psicoanalisi etica) senza illuderci che vi sia un Altro che possa salvarci dalla responsabilità delle nostre scelte, Dio non è un assicuratore, di fronte a lui siamo soli, proviamo “timore e tremore”, (Kierkegaard) si tratta di angoscia esistenziale e ontologica, come viene espressa nella metafora biblica di Abramo nei confronti del figlio Isacco, siamo posti di fronte ad un aut-aut, la decisone di adempiere o meno al sacrificio del figlio come chiesto da Dio, dovrà essere  compiuta in un isolamento assoluto.

Le aporie del desiderio e la figura di Antigone

Il volume primo di Recalcati titola 197 voci, raggruppate in 7 sezioni, il taglio molto particolareggiato, si dispiega in descrizioni dei riferimenti filosofici a cui Lacan si aggrappa e ulteriormente elabora o abbandona e interpretazioni di miti, opere letterarie, dipinti, esperienze delle sedute di analisi, descritti nei XXVIII corsi-seminari che tenne nelle università a Parigi ed altre conferenze e libri.

Questa delle aporie del desiderio è una delle voci più interessanti che sintetizzano l’originalità del pensiero di Lacan, né individua 4: la prima evidenzia la contraddizione tra il soggetto che si caratterizza propriamente come desiderio e il sentire questa singolarità insostituibile, indomabile, ingovernabile, impossibile da regolare e addomesticare, perché è il desiderio che mi possiede.

La seconda concerne il rapporto tra desiderio e parola, entrambi sono rivolti all’Altro, non c’è parola che non sia rivolta all’Altro, appello, preghiera, è la parola, anche la parola dell’Altro, che impedisce di schiacciarci sul godimento immediato degli animali, che ci impedisce di sprofondare in un abisso.

Per converso non c’è parola che possa esprimere completamente il desiderio. Sfugge al bisogno significante della domanda, rimane sempre un resto che mostra il desiderio come condizione assoluta, (ab-solutos sciolto da ogni legame) è la dimensione autistica dell’Uno di ritirarsi, sottrarsi, rifugiarsi nel sonno, il desiderio di dormire, che taglia i ponti con l’Altro.

Così si arriva alla terza aporia: L’autismo, è il desiderio a chiudersi in sé e si manifesta anche come continua fuga da un oggetto all’altro, puro dispendio, la versione nichilista del desiderio, desiderio del superfluo, di niente, perché non esiste un Oggetto in grado di colmare la mancanza d’essere.

Il suo rovescio positivo è l’apertura a ciò che trascende l’esistenza così come è. Il desiderio di perdersi de “la colonna dei ciechi” di Bruegel può rovesciarsi nella ricerca dell’altrove della vita del non ancora visto vissuto, non è ripetizione costante del medesimo, una vita piatta, banale, tende all’avvenire, al nuovo, ricerca di una vita avventurosa.

[1] G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, 1807, La Nuova Italia.

[2] M.Heidegger, Essere e Tempo, 1927, Longanesi.

Quarta e ultima aporia il soggetto che viene dall’Altro dimostra che non c’è desiderio capace di realizzare il soggetto come consistente di se stesso. Il soggetto è “condannato a non essere mai senza l’Altro. Senza l’altro il soggetto non è niente, ma per essere soggetto si deve separare dall’Altro. La sua dimensione limite si realizza quando il soggetto è aspirato dall’Altro, è in balia dell’altro, è la regressione a massa della psicologia fascista al leader carismatico. Questi paradossi si esplicano in termini psicoanalitici con il complesso di Edipo, quello di castrazione, gli stadi dello specchio, il tema ereditario e il nome del padre.

La figura dell’Antigone di Sofocle, diviene emblematica per declinare le aporie del desiderio nel rapporto con la dimensione collettiva, con la società, qui richiamo solo le due differenti e complementari interpretazioni di Hegel e di Lacan perché ci permettono di individuare il desiderio non solo come mancanza di un oggetto/godimento, ma proprio come interdizione simbolica della Cosa.

Tra Antigone e Creonte si scatena la lotta tra la legge notturna della famiglia e degli Dei e quella diurna della Polis, Creonte decreta in nome della legge dello stato la non sepoltura di Polinice perché ha combattuto nelle file del nemico, Antigone si oppone solitaria ad un intera comunità chiedendo l’onore della sepoltura per il fratello, sulla base di un fondamento più originario: il legame di fratellanza.

Hegel individua nel dissidio tragico lo scontro tra due assoluti, che invece debbono mantenere una opposizione dialettica, Antigone è cieca, non vede che la legge della Polis coincide con l’ordine etico, senza la legge della città ci sono solo violenza, bestialità e orrore, Antigone, secondo Hegel, sceglie la morte come esatto opposto di Creonte, è una solitudine lucidamente volontaria, priva di inconscio.

Lacan, invece, individua in Antigone la figura estrema del desiderio, un desiderio che non cerca più il rapporto dialettico con l’Altro ma mira dritto alla morte, il suo desiderio non intende essere riconosciuto dall’altro, sceglie di cedere su se stessa, sceglie la propria morte, desiderio puro, desiderio estremo. La decisone di Antigone è pura follia? Solo Ideologia? Oppure il suo viso in punte di morte è fulgore mentre guarda la Polis? Che sia la bellezza che ci protegge dallo sguardo di medusa che rende immutabile la realtà pietrificandola?

 

Feticismo

 

Feticismo è l’esempio estremo del desiderio come condizione assoluta, raggiungo il godimento sessuale solo quando nel mio partner è presente quel particolare oggetto, se il nevrotico privilegia la Domanda, tutti quanti abbiamo il feticismo all’orizzonte di ogni desiderio.

Lacan sostiene che ogni essere umano, nella scelta del partner, ha sempre a riferimento qualcosa di non umano, il colore Bruno dei capelli, gli occhi piccoli/grandi e scuri, queste sono caratteristiche astratte nelle quali non vi è nulla di umano.

La Domanda tende all’infinito, il desiderio è vincolato ad alcune condizioni, se la Domanda è domanda di un oggetto, una casa in comune, il desiderio ha come oggetto niente, cioè esplicita una mancanza, d’amore, di sicurezza, di un progetto, il vivere insieme.

Il rifiuto simbolico del cibo da parte dell’anoressico esplicita un desiderio centrato sul niente da mangiare.

Nel sogno i singoli oggetti non sono il desiderio consapevole di quel oggetto ma perché il desiderio in generale ha preso quella forma? Quel posto? Il desiderio è nuovamente trasformazione di meccanismi linguistici, un letto con baldacchino esplicita il desiderio di riparo.

 

Narcisismo, Immagine e Paranoia

L’analisi della figura narcisistica, attraverso la teoria dello specchio parte dalla constatazione della carenza biologica dell’essere umano.

L’uomo nasce prematuramente, alla nascita non possiamo né parlare né camminare, è un essere incompleto e privo di quel istinto naturale in dote agli animali, infatti senza la tecnica, mitologicamente portataci in dono da Prometeo, il genere umano non avrebbe potuto sopravvivere.

La tecnica è la capacità di creare un linguaggio simbolico, di agire concretamente opponendo il pollice alla altre dita, di scendere dagli alberi, di camminare eretti e sollevare lo sguardo oltre la savana, verso il cielo, prefigurare il futuro e interagire con la natura attraverso dei mezzi.

Nello specchiarci, da bambini, veniamo catturati da un immagine che non sappiamo essere nostra, è fuori di noi, questa “mimesi” non ci protegge, studi di etologia hanno dimostrato che gli animali che adottano una maschera, stessi colori per non essere identificati nell’ambiente, hanno la medesima probabilità di morire degli altri, lo fanno semplicemente per “legge naturale” però ci consente di fare cose che prima non potevamo fare, ci da una padronanza sul nostro corpo.

In questa immagine a me aliena io sono “intrappolato”, come un paralitico che si è trascinato davanti allo specchio, finalmente mi vedo completo e non solo frammentato, però mi vedo fisso, statico, è un immagine in cui io mi identifico, ma è un immagine cieca, qualcosa di diverso da me e sconosciuto: l’immaginario un qualcosa che non posso governare in alcun modo: L’Io!

Questo è il prezzo che ciascuno di noi paga al costituirsi dell’io: alla mia incompletezza, mancanza di corpo e sistema nervoso, rispondo identificandomi con un immagine alienante, io bambino vengo catturato dalle immagini esterne.

Domanda: se il narcisismo non esiste all’inizio della vita come fa a emergere? La risposta di Lacan è attraverso lo stadio, con più fasi, dello specchio!

In ogni circostanza della nostra vita, l’io ha bisogno di mantenere un’immagine del reale coerente e completa, da un lato un immagine alienate e falsa (Freud ci arrivò con l’allucinazione negativa, sotto ipnosi il paziente si spostava nella stanza vuota come se ci fossero stati i mobili invece che dirigersi direttamente alla meta indicatagli) pertanto nel rapporto paziente-analista ci si inganna reciprocamente ma sia per Freud, sia per Lacan, questo rapporto diventa basilare, così si arriva a vedere nel polo apposto il corpo: il corpo reale in frammenti … Dietro al fantasma della castrazione,  l’io (nell’inconscio, piano psicanalitico) deve continuamente ricostruire questo corpo frantumato, l’empirista scozzese David Hume, nel settecento, definiva ciò che chiamiamo io (cosciente, piano filosofico) un fascio di impressioni che pur cambiando continuamente nel corso della vita, vengono tenute insieme dall’abitudine, e ci consentono di riconoscere la nostra identità, il soggetto io.

Fintanto che la figura narcisistica si esprime nella esclusiva volontà di godimento, il soggetto afferma la morte di Dio, al di là del bene e del male, è la pratica nichilistica di De Sade, l’oltraggio della bellezza e dei corpi, ridotti a carne, a organo sessuale, il corpo viene parcellizzato, oltraggiato, seviziato, l’estrema volontà di godimento vuole raggiungere il centro incandescente della Cosa, l’Altro viene ridotto a puro strumento di godimento.

E’ nella paranoia che per Lacan, assistiamo ad una decomposizione del soggetto “la verità dell’io emerge nella follia, dove il mondo sembra dissolversi e la differenza tra sé e altro viene messa radicalmente in questione, perciò sono arrivato alla teoria che la conoscenza umana è nella sua essenza paranoica”.

Personalmente azzarderei un parallelismo con il dubbio cartesiano, non nel suo estendersi metodico, ma nel suo raggiungere una altezza iperbolica nella quale il soggetto diventa solipsistico, privo di realtà esterna, infatti per stabilire la indiscutibile certezza di un mondo esterno al soggetto pensante, Decartes,  reintrodurrà Dio come garanzia metafisica tra la res cogitans, il pensiero e la res extensa, la natura. Ovviamente il pensiero contemporaneo, sia nel concetto, sia nel subconscio, supera il rigido dualismo cartesiano delle sostanze, il soggetto si costituisce come abbiamo visto, da un vuoto interiore e dall’immediato confronto con una realtà esterna preesistente al soggetto, l’Altro, gli altri.

Porre attenzione all’immagine significa, concepire il linguaggio come un insieme di segni che non sono solo parole, ma atteggiamenti, posture, dolori improvvisi in determinati momenti del discorrere, sintomi e azioni intrappolate nel corpo, lapsus e pause improvvise, i collegamenti tra le parole usate possono far rilevare la trama della nevrosi [caso dell’uomo dei topi, spierlatte (giocatore) heiraten (sposare) e raten (rate) … Le parole diventano la materia stessa dei sintomi … Trama della vita. Nel discorso Lacan pone l’attenzione sul significante, il significante è un immagine acustica, il significato è un concetto mentale, la parola rate dell’uomo dei topi (ratten) non punta al significato topo, ma conduce ad altri significati come giocatore, sposare … Come l’enfasi sul denaro spesso conduce a sicurezza, stabilità, garanzia per il futuro, giochi di parole lo mostrano chiaramente quando ci viene chiesto di scriverne il più velocemente possibile e così vale per i gesti. Centrale nella ricerca di Lacan è l’attenzione all’immagine, qui emerge la reciproca influenza del e sul  surrealismo e della filosofia contemporanea, il caso Aimée, descritto nella tesi di laurea è emblematico.

Aimée aveva tentato di accoltellare l’attrice Huguette Duflos, perché rappresentava una donna che possedeva libertà e prestigio, cioè il genere di donna che lei avrebbe voluto essere, il suo ideale esteriorizzato, “un tipico caso di paranoia di auto-punizione”, cioè voleva colpire se stessa colpendo l’immagine di lei, perché non era diventata quel tipo di donna che avrebbe voluto essere. L’identità di Aimée era posta completamente fuori di lei.

Il paranoico si fissa sulla proiezione immaginaria, ipnoticamente catturato allo stadio dello specchio, Aimée è il volto trasfigurato del desiderio invidioso, più sente la minaccia di morte provenire dal suo interno, più la rivolgerà verso l’esterno, un singolo o il mondo, percepito come minaccioso e persecutorio.

L’immagine dell’Altro diventa il luogo della mia alienazione, espropriazione, causa della mia invidia, ma non per gli oggetti di proprietà dell’Altro, ma per la vita dell’altro.[1]

L’invidia per la vita dell’Altro, si trasforma in aggressività proprio perché non riuscirò mai a recuperare, unificare, lo sdoppiamento originario che è alla base dell’identità individuale, io sono quello che vedo allo specchio senza però potervi mai accedere e quando l’aggressività paranoica si fa violenza, l’oggetto colpito è sempre il ”più prossimo” il simile, il fratello, Caino che colpisce Abele.

Il concetto di personalità viene così a definirsi in relazione/opposizione a quello di paranoia, dalla personalità autoritaria e persecutoria, a quella democratica, alla base della rivalità omicida di Caino vi è l’identificazione erotica e rivaleggiante con l’Altro irraggiungibile di Narciso, una “illusione suicidaria”, ossessiva e delirante, alla ricerca della figura unica, l’illusione fatale di riassorbire la dualità, l’unico Io. Caino ha sempre il volto di Narciso.

Il simbolico

Nell’atteggiamento narcisistico non vi è solo la dimensione dell’immaginario ma anche del simbolico ci si identifica nel simbolico con un elemento significante, Bertrand Russell rimase sbalordito nel riconoscere da alcune fotografie, la maniera con la quale corteggiò sua moglie era  identico al modo che ebbe suo padre per corteggiare sua madre. Ci si identifica con un ideale, il che non vuol dire che sia esso perfetto o una identificazione consapevole, è identificazione inconscia, l’individuo ha incorporato un linguaggio che a udito fin da bambino. Possiamo così riconoscere nell’elemento ideale ciò che ci allontana dal mondo immaginario. l’immaginario è ciò che apprendiamo da altri: ho la testa piccola, non ho un gran fisico ma tutto sommato ho un corpo proporzionato, alle volte risulto simpatico e auto-ironico, altre saccente, distante e provocatorio, mi danno 10 anni in meno della mia età ….ecc. questa è l’immagine che il soggetto assume: I’io ideale. Il punto simbolico che ci da un posto, il punto da cui ci guardano. Invece l’ideale dell’io è chi penso mi stia guardando quando mi comporto in un certo modo. Quando vado veloce in auto, o mi alleno per correre e arrampicare bene, o studio con passione, o continuo a fare il Don Giovanni con fanciulle carine, oppure intervengo in una discussione politica … Perché mi comporto così? Chi penso mi stia guardando? Vi è un linguaggio simbolico che precede la nascita (Cartesio parla di passioni Prè-natali) e dire al bambino che si specchia che assomiglia al padre o ha gli occhi della madre significa metterlo in una discendenza, insistere nel dirgli che è un bambino cattivo finirà per farlo diventare un criminale o un santo, certo dipenderà da come il bambino intenderà le parole dei genitori.

Disagio della civiltà e Anti-Edipo

La struttura razionale del linguaggio non è solo il portato di interazioni “individuali” familiari, vi è una costituzione antropologica, di società, di civiltà. Per questo allargamento alla dimensione collettiva, di clan, nella costituzione del soggetto in rapporto al linguaggio (non fatto per il singolo individuo) importanti sono stati gli studi di Lévi Strauss, antropologo, di Marcel Mauss sociologo e del filosofo Bataille. La struttura portante della società, ciò che le tiene insieme, nelle differenti forme di potere, di modo storico di produzione ecc. È il linguaggio; non solo parlato e scritto, ma sopratutto simbolico nello scambio di doni, all’interno e tra generazioni, non solo di beni di proprietà. Assume importanza la nozione di dépense (dispendio) di Bataille, la tendenza degli umani ad agire al di là di ogni principio dell’utile e di conservazione, con buona pace di Bentham (fautore dell’utilitarismo economico) sono le forme improduttive: lusso, lutti, guerre, culti, spettacoli, attività sessuale perversa, è il godimento con il male, l’eccesso come dimensione ontologica della pulsione … Pulsione di morte.

Ciò consente anche una revisione del complesso di Edipo, non vi è solo la figura del padre che dice no all’incesto di entrambi, sia al figlio sia alla madre, cioè il tabù all’incesto come divieto del godimento mortale, c’è sempre anche un fallo mancante, manca alla madre perché non può averlo dal figlio e la madre dal figlio è vista come il fallo, un fallo mancante, un velo, la madre cerca qualcosa che è identico al bambino ma che egli non può dargli, il fallo per entrambi è sempre fuori portata, per cui il bambino diventa il significante per la madre che però si trova al di là di lui, il bambino cerca di essere il fallo per la madre, ma poi rinunciandovi il fallo diventerà il significato di una mancanza. Il fallo è un significante per entrambi i sessi, è il desiderio di ciò che manca.

Se nel Disagio della Civiltà (1929) Freud, fa emergere il collegamento tra la civilizzazione e la repressione degli istinti, la scuola di Francoforte individuerà nei Tabù fattori decisivi della struttura sociale per l’instaurarsi delle forme di dominio in ogni ambito di vita e non solo nelle condizioni di lavoro, condizioni che porteranno  al formarsi di personalità autoritarie, le quali individueranno nel razzismo e nell’anti-semitismo il nemico assoluto e contestualmente ad esso il formarsi nelle masse di una perversione del desiderio gregario che fa loro desiderare il fascismo.[2]

Di fronte a simili scenari di totale alienazione che si realizzano nel “tardo capitalismo” o “civiltà industriale avanzata”, per difendere gli ultimi spiragli di libertà non rimane che la scelta del Grande Rifiuto al sistema da parte degli esclusi, dei reietti, degli sfruttati, una visione filosofica e politica che cerca nelle nuove forme di emarginazione su scala mondiale, i nuovi soggetti rivoluzionari.

Una differente e ulteriore radicalizzazione di questa impostazione si avrà con l’Anti-Edipo (1972) di Deleuze e Guattari, i quali scorgeranno nelle contraddizioni schizofreniche del capitalismo il sorgere delle “macchine desideranti” in grado di opporsi e sovvertire la logica del Sorvegliare e punire[3] e la logica repressiva della famiglia, con le altre istituzioni ad essa collegate, come la proprietà privata e lo Stato.

Freud va criticato, la sua interpretazione del mito di Edipo, resta funzionale allo stato di cose presente.

 

 

 

I nomi del Padre

Ciò che il nome del padre è, conta meno di ciò che fa, che è nominare.

La prima figura è quella del padre-sublimatore, che ha la funzione di separare il bambino dalle spirali mortifere del godimento materno, aprendo così la via al desiderio più ampio del singolo oltre l’ambito familiare, nella vita del singolo sono regolarmente presenti i modelli degli altri individui, il soccorritore, il nemico, insomma “la psicologia individuale è al tempo stesso psicologia sociale”.

Questo percorso avviene di svezzamento e intrusione avviene con una serie di complessi, “il seno materno”, l’intruso “sorella/fratello”, fino al trauma della castrazione, cioè il padre nomina la legge: il tabù dell’incesto, ma in Lacan l’interdizione al godimento incestuoso assume valenza simbolica non c’è solo repressione e idealizzazione della figura paterna, la funzione del padre sublimazione impedisce il sorgere del padre- padrone, del padre-Duce, al padre dell’orda che vuole godere di tutte le donne e del padre onnipotente dei regimi totalitari, il padre della casa ultima, dell’odio razziale.

Altra figura posta in rilievo da Lacan è quella del “padre che porta la parola” che consente al soggetto di riconoscersi come figlio, al No della legge si istituisce il Si del desiderio.

Recalcati poi passa a descrivere altre figure del nome del padre, il padre come potenza e patto, la carenza del padre, il padre che non “smette mai di parlare”, il padre del “godimento” e quello del “sogno della sua morte”, il significato dei miti di Telemaco e quello di Abramo e Isacco sui quali mi soffermerò più avanti, fino all’inesistenza del rapporto con il padre ed altro ancora.

Per aver osato proporre la pluralizzazione del nome del padre, aver reinterpretato il complesso di Edipo Lacan verrà espulso dalla società francese di psicoanalisi e radiato dalla lista degli analisti, sarà Althusser ad offrirgli ospitalità alla scuola normale superiore per i suoi seminari.

Lacan fu espulso perché mise in discussione la discendenza genetica del padre come unico fondamento del concetto di responsabilità, al cui fondo vi è la trinità cristiana, mette a soqquadro non solo la psicoanalisi ma l’intera Civiltà occidentale.

Recalcati dedica belle pagine all’interpretazione della metafora di Abramo e Isacco, la descrizione della solitudine assoluta di Abramo ed il parallelo con i tre stadi dell’esistenza della filosofia di Kierkegaard, meritano di essere letti e non riassunti.

 Il merito di Lacan è di aver individuato percorso intermedi, tra il riconoscersi come figlio del padre divino, che implica vincolarti ad un Altro esorbitante, e misconoscere ogni discendenza, genetica e simbolica, in questo modo si può raggiungere quella singolarità insostituibile che si colora di responsabilità.

Nel pensiero maturo di Lacan la funzione del nome del padre è tutto ciò che permette di tenere insieme i tre registri: quello del reale, del simbolico e dell’immaginario. La pluralizzazione del nome del padre non permette di confonderlo con il puro padre biologico, lo sperma, oggi con l’inseminazione artificiale e le famiglia allargate, forse è più chiaro.

Nella relazione bimbo/madre vi è un terzo termine, il fallo, non l’organo sessuale, ma l’oggetto del desiderio, i giochetti deduttivi dei bambini è il tentativo di essere il fallo per la madre. Tutto ciò costituisce la rete simbolica della società, l’alienazione del soggetto si sposta dall’immagine al linguaggio, in esso il soggetto è abolito, nel soddisfacimento dei bisogni, ho sete, l’oggetto: l’acqua, conta meno del segno d’amore contenuto nel parlare e nel donare, la perdita è costituita dagli oggetti, si valorizza la Domanda.

Domanda di amore e complesso di Edipo

La Domanda è in ultima istanza una Domanda d’amore, pertanto non soddisfabile!

La risposta affermativa alla Domanda d’amore non ferma il continuo ripetersi della stessa, continuerà a chiederlo, “ma tu mi ami?” perché è impossibile dimostrare realmente il proprio amore una volta per tutte. La Domanda diventa così una spirale senza fine.

Per converso un “ossessivo” non riesce neppure, per Lacan, ad avere un vero rapporto sessuale, quando diventa esclusivamente rapporto sessuale, l’ossessivo dopo aver fatto l’amore allontana il partner, la donna, vuole restare solo, egli è solo alla ricerca di rapporti sessuali compulsivi, un godimento sessuale di tipo esclusivamente fallico, un egoismo che spesso si muta in aggressività.

Questo comportamento si spiega non tanto come manifestazione di dominio da parte dell’uomo, ma anzi con una certa inferiorità, il maschio è in difficoltà di fronte al carattere perturbante del sessualità femminile, che può godere molte volte ed anche fingere di godere, mentre per il maschio la prova dell’orgasmo raggiunto è evidente. Insomma agli occhi dell’uomo, la donna, eccede la misura, è irresistibile, eccezionale, ingorda, svuota il granaio, priva di castrazione, il suo nome è Pandora, la prima donna, e gli uomini provano a ridicolizzarle dal “sono donne” al “sono tutte puttane”, tipiche espressioni maschiliste, le donne costituiscono per noi maschietti sempre “l’ora della verità”.

Dall’analisi di atteggiamenti patologici, si può dedurre che non esiste, essenzialmente, un essere uomo e un essere donna, il sesso non si eredita come un gene, non ha una natura solo biologica, bisogna cioè “saper fare” l’uomo o la donna e vale per entrambi.

I due poli del fallimento del rapporto sessuale sono per il maschio il carattere feticistico, la riduzione dell’altro soggetto a oggetti piccoli, il seno, la bocca, gli occhi; per la femmina il suo desiderio privo di limite, maniacale, mai soddisfatta.

La contingenza del rapporto d’amore implica sempre l’incontro invece con due soggetti e la Domanda d’amore proprio perché infinita chiede sempre un acora che è Encore un Encorps, chiede di incarnarsi, il rapporto sessuale sarà fallimento se pretenderà di unificare i due soggetti e la nostra stessa duplicità costitutiva, ma se saprà riconosce l’impossibilità di essere Uno con l’Altro allora la molla d’amore si esprimerà non in una coscienza infelici ma nella tendenza a raggiungere l’amore e il godimento sessuale.

Nel complesso di Edipo il bambino si chiede: che cosa vuole lei da me? Se il bambino non se lo chiede è perché la madre è sempre presente, non c’è spazio perché se lo possa chiedere. In condizioni normali egli si confronta con i movimenti e i capricci della madre: operazione fallica.

Il desiderio della madre si trova al di là del bambino. Il bambino è situato nel desiderio ma non lo riempie completamente. Il fallo per Lacan è qualcosa di eternamente fuori dalla portata del bambino, al di là della sua capacità di incarnarlo.

Interessanti sono le interpretazioni che Lacan ci offre sul Telemaco di Omero e sullo Stephen Telemaco nell’Ulisse di Joyce, entrambe figure emblematiche di anti-Edipo.

Nel racconto omerico, il padre non è di ostacolo al figlio nel godimento della madre, Odisseo parte per una guerra che non è la sua, una guerra assurda, perdendosi in mare, per impedire che il vomere dell’aratro tagli la testa di suo figlio, parte per salvare la vita del neonato Telemaco, così cede al terribile ricatto.

Per Ulisse il ritorno alla amata Itaca implica una perdita di godimento ancora più radicale: perde l’immortalità, Odisseo accetta la finitezza della condizione umana per tornare alla sua isola e per ricongiungersi con Penelope.

Telemaco non affronta il padre in un duello mortale, guarda il mare e ne attende il ritorno, la sua domanda è domanda di padre non di parricidio, domanda di legge in contrasto al godimento smodato dei Proci.

Il Telemaco di Joyce non attende il padre, vuole essere un figlio senza padri, anche se si chiede: con assillo: chi ha scelto la mia faccia? Continua ad essere coinvolto nella problematica della filiazione, dell’origine.

Dove ci conduce la strada del disconoscimento dei padri?

Anche rinnegandolo si finisce per rimanere ad esso radicato, il suo rifiuto non ci libera dall’eredità simbolica, l’eccessiva critica, la volgare rottamazione oggi così di moda, l’odio verso i padri, come alcune forme della rivolta giovanile del 68, finiscono per condurci ad un nuovo Padre-Padrone, alla violenza dell’azione terroristica, o della carriera ad ogni costo per il denaro e per il potere, l’azione rivoluzionaria dell’origine contro il potere dominante si rovescia nell’assoggettarsi ad un nuovo potere che ci sovrasta, la P38 da strumento per l’azione rivoluzionaria diviene potenza assoggettante, il desiderio che rifiutava una vita intesa come uno spavento senza fine, invocherà una fine spaventosa.

Il significante ed il complesso di castrazione

Lacan rivaluta il complesso di castrazione rivaluta come esito positivo del complesso di Edipo e non solo per i successivi traumi a cui siamo destinati nel percorso di formazione in quanto soggetto. cioè il bambino rinunciando a diventare il fallo per la madre, il fallo diventerà una significazione di ciò che manca. Per il ragazzo maschio il fallo sarà accettato come un avere basato su un precedente non avere. Per la ragazza, l’accettazione della mancanza solo se è basata sull’abbandono dell’originaria identificazione fallica con la madre. L’avere è maschile, l’essere il fallo dal lato della donna come significante si individua nella tendenza alla maschera la caratteristica della femminilità, spesso ridotta a cosmesi.

Il fallo significante (maschile o femminile) per Lacan è simbolo di desiderio. Se una donna sogna di avere un fallo e però nello stesso tempo di desideralo, mostra ad un uomo afflitto da impotenza (l’impotente vorrebbe vedere la sua amata fare l’amore con un altro) che il fallo è un significante e così l’uomo risolve la sua impotenza. Il fallo inoltre rappresenta ciò che perdiamo entrando nel mondo del linguaggio, il messaggio finale è molto diverso da quello iniziale, è come il telefono senza fili, la parola ci separa da ciò che vogliamo, il messaggio verrà sempre meno per il fatto stesso che parliamo. Il fallo esprime anche qui il processo di deformazione.

Casi clinici emblematici

Il linguaggio inconscio, come abbiamo visto, ha una sua struttura razionale differente da quella del conscio, dico leone per intendere uomo coraggioso, ho usato una metafora, un paziente urtava continuamente la testa alzandosi dal letto, il sintomo sparì quando lo collegò ad facciamo quotidianamente, inevitabilmente, con gli oggetti che incontriamo, la realtà è un composto di immaginario, un registro speculare a noi esterno e un simbolico in quanto la maggior parte delle cose che ci circondano hanno un significato, alle volte lo perdono, altre volte lo acquisiscono.

L’io è costituito da immagini privilegiate il compito dell’analista è di dissolverle. Quando il paziente dice io, l’analista deve diffidare, alcuni esempi.

Isteria: Dora, paziente di Freud, si pone la domanda: che cosa è una donna? Corteggiata dal sig. K  la cui moglie aveva una storia con suo padre, che però era impotente, allora si chiede: cosa è la femminilità di una donna, come può farsi amare da un uomo, oltre la dimensione sessuale? Dora si lamenta della relazione del padre però è ansiosa che essa continui e ripete con il sig.K la stessa relazione asessuata che ha suo padre con la sig.a K, Dora si identifica con il sig.K che la desidera ma per portare avanti la sua ricerca per capire cosa un uomo desidera da una donna.

Ossessione: per l’ossessivo la domanda è sono vivo o sono morto? Egli trascorre la vita in attesa, “aspettando Godot” non agisce, la sua vita è soffocata da rituali, abitudini, regole, se si deve agire è meglio lo faccia un altro, evita qualsiasi autentica e vitale lotta con un altro essere umano.

Tipico esempio di rinuncia è spingere l’amata nelle braccia dei loro migliori amici. Freud lo collega ad una soluzione inconscia con il problema del padre, il figlio non si batte per risolvere i problemi, immagina che il padre sia già morto, finisce di comportarsi come se lui fosse morto proprio per evitare il confronto con la morte, il risultato è paradossale: nel tentativo reiterato di ingannare la morte finisce irrimediabilmente per mortificare la vita.

Psicosi: nello psicotico è assente il nome del padre, rimozione e diniego pertanto questo elemento scacciato non può ritornare nel simbolico ma ritorna nel reale: allucinazioni. I temi trinitari e religioso non a caso sono molto presenti nei deliri psicotici, nelle fasi iniziali il soggetto si confronta con un buco, un vuoto, la sua sensazione è di “fine del mondo” mancando il significante, manca anche il significato … Un delirio dopotutto da un significato al mondo (sento una congiura aliena, il rumore strano che sento viene da una trasmittente segreta) il soggetto psicotico deve dare senso ad ogni cosa che lo disturba e lo fa con la ragione e quando si arriva alla follia diventa un rigoroso esercizio di logica: se amo qualcuno voglio incorporarlo, lo mangio, nella nevrosi la logica si fa confusa e pasticciata, “mi sento pesante, ho spesso mal di stomaco”, assume la forma di un sintomo.

Ad ogni modo, al di là dei mie motivi, c’è ben altro da scoprire leggendo i due testi proposti, ulteriori interpretazioni psicoanalitiche, metafore e allegorie avvincenti come “le scarpe di Van Gogh”, l’estetica del vuoto, le forme di godimento, “il gesto di Empedocle” ed altre che ci obbligano a metterci in discussione come “l’apertura al femminile” e come abbia già visto in “per un uomo una donna è l’ora della verità” …. spesso temiamo di scoprirlo.

Buone letture.

Rivoli gennaio 2016   Elvio Balboni.

 

 

 

 

 

 

 

 

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