ALLA SCOPERTA DEI CENTRI COMMERCIALI

di Chicco Bayma

PARADISI PER CHI CONSUMA. MA PER CHI CI LAVORA?

Nei giorni immediatamente prima di Natale, sulla cronaca torinese di “La Stampa” e “La Repubblica ” ha assunto una qualche rilevanza la decisione del centro commerciale di Grugliasco  “Le Gru”  di prolungare fino alle 24 l’orario di apertura dei negozi nel periodo compreso tra il 18 ed il 23 dicembre.

Non solo. Il 19 dicembre si è svolto uno sciopero nazionale, , indetto da CGIL, CISL e Uil,  con manifestazione a Milano per richiedere il rinnovo del contratto di lavoro dei dipendenti delle grandi catene di distribuzione aderenti alla Federdistribuzione (quasi tutti i grandi marchi; tra gli altri Auchan, Carrefour, Esselunga, Rinascente, IKEA) ed alla Distribuzione Cooperativa (Ipercoop e Novacoop).

Diritti dei lavoratori da coniugare con i diritti dei consumatori (si noti che difficilmente si nominano i cittadini, ridotti al rango, appunto di chi consuma), in conflitto tra loro, libertà delle imprese e ruolo delle Amministrazioni locali, sono stati i temi al centro degli articoli apparsi sui giornali.

La presenza di centri commerciali, nella nostra zona, è assai rilevante. Rilevanza che si può sintetizzare in un numero: se sommiamo i lavoratori de “Le Gru” di Grugliasco, con quelli di IKEA, Ipercoop, e Carrefour di Collegno parliamo di più di 3000 lavoratori tra addetti alla grande distribuzione (i supermercati veri e propri), i commessi dei negozi presenti nelle gallerie commerciali, i lavoratori della logistica e degli altri servizi (ad es: la vigilanza). Senza conteggiare altre strutture più piccole quali le Coop di Collegno e Rivoli, “Panorama” di Collegno, il Centro “Le Serre “ di Grugliasco.

Tanti lavoratori, tanti contratti diversi (ci torneremo) unificati da una condizione di sfruttamento, bassi salari e orari spesso impossibili.

Ho deciso, quindi di approfondire la questione cercando di capire cosa concretamente succede in questi “paradisi del consumo”. E, per farlo, ho trovato naturale innanzitutto assumere informazioni dal Sindacato che sento più vicino per cultura politica e per condivisione di tante battaglie passate e presenti. La CGIL.

Le riflessioni che seguono, quindi, pur essendo di totale responsabilità di chi scrive, nascono da un confronto con tre funzionari della FILCAMS (la categoria della CGIL che segue i lavoratori del commercio) di Torino, giovani, competenti e appassionati, che ho incontrato e dai quali ho assunto numerose interessanti informazioni.

Andiamo con ordine. Limitandoci, per ora, ai lavoratori degli ipermercati, Essi lavorano, come detto, per catene di grande distribuzione che aderiscono a due diverse associazioni di categoria: la “Federdistribuzione” e la “Distribuzione Cooperativa”. Due associazioni di categoria diverse da quelle che rappresentano i proprietari dei piccoli esercizi commerciali (Confcommercio e Confesercenti).

Il perché è abbastanza chiaro: diverse sono le esigenze dei grandi gruppi da quelli dei piccoli negozi, in termini soprattutto di orari e di “flessibilità” per la forza lavoro. Mentre infatti il piccolo negoziante, spesso condivide le sorti dei suoi dipendenti in termini di orari (non certo di reddito ..), così non è, ovviamente per la grande distribuzione. Per i primi, spesso, l’apertura festiva, o comunque oltre gli orari canonici, significa anche un sacrificio personale, da fare eventualmente soprattutto per non lasciare campo libero ai diretti concorrenti; per i secondi significa provare ad accaparrarsi nuove fette di mercato.

Anche se la corsa alle aperture forsennate si sta trasformando in un paradosso: alla fine, tutti i soggetti in campo ampliano gli orari o di propria iniziativa, o per non lasciare campo libero ai concorrenti, con il risultato che la corsa aIl’apertura prolungata, poiché, appunto, generalizzata, si annulla a vicenda senza produrre più di tanto maggiori guadagni, che vanno comunque decurtati dai maggiori costi indotti (personale, energia, ecc.). Così, vien da pensare, se una limitazione degli orari di apertura ci fosse, forse non ci perderebbe nessuno.

L’impressione, di fronte a quello che è successo al settore del commercio (ovviamente, non solo in Italia)  è che in qualche modo si sia realizzato quello che aveva preconizzato Karl Marx: la potenza del capitalismo, la sua voracità, la sua tendenziale sovrapproduzione rispetto alla capacità di consumo sono così forti che le inevitabili crisi possono essere superate solo se la stessa logica capitalista può man mano espandersi in altri paesi e, soprattutto, in altri settori caratterizzati da una forma di produzione diversa e storicamente antecedente al capitalismo stesso. Ebbene, la tendenza in atto (non da ieri) nel commercio è proprio questa. Il superamento della piccola bottega di proprietà personale, tipica delle forme di produzione precapitalistiche, con strutture caratteristiche del capitalismo: centralizzazione della proprietà, proletarizzazione dei lavoratori, standardizzazione dei processi produttivi.

In sostanza, anche se nel commercio di produttivo c’è ben poco, perché si tratta più propriamente di distribuzione, ci pare di vedere qualche similitudine con ciò che è successo alle forme precapitalistiche della manifattura: il passaggio dalle piccole botteghe alle grandi fabbriche. Con una differenza fondamentale: che la proletarizzazione dei lavoratori non ha però portato alla creazione di una classe sola, generale, ma a tanti diversi soggetti che è difficile, se non impossibile, unire attorno a obiettivi comuni di mobilitazione. Troppo diverse infatti sono le condizioni di lavoro, le retribuzioni, gli interlocutori.

UN CONTRATTO A PERDERE

Eppure il Sindacato ci prova. Il 19 dicembre scorso, come detto, è stato proclamato uno sciopero nazionale dei lavoratori delle grandi strutture di vendita con manifestazione nazionale a Milano per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro scaduto ormai da due anni. Uno sciopero che sembra riuscito: in Provincia di Torino i dati (forniti dalle Organizzazioni sindacali) parlano di un adesione all’incirca del 50% dei lavoratori.

Infatti, mi dicono i miei interlocutori, le organizzazioni datoriali vorrebbero sì rinnovare il contratto, ma alle loro condizioni: A fronte delle immancabili “difficoltà di mercato” vorrebbero ridimensionare pesantemente alcune conquiste dei lavoratori ottenute negli ultimi anni: maggiorazioni della retribuzione sul lavoro domenicale o serale, permessi retribuiti, scatti d’anzianità, trattamento di fine rapporto, ad esempio. E, non poteva mancare, chiedendo anche una maggiore dose di “flessibilità” ….

Tutto questo, naturalmente, non basta: le stesse grandi catene di distribuzione hanno disdetto il contratto integrativo e non vogliono rinnovarlo. Ci ha provato per prima IKEA, ma, per fortuna, le lotte sindacali hanno portato la stessa IKEA a tornare sui propri passi. Adesso, tocca ad Auchan, Carrerefour, Esselunga, Metro. In un settore, peraltro, come il commercio, dove i contratti di secondo livello già sono un’eccezione e non la norma….

Ci viene allora la curiosità di conoscere quali sono i “privilegi “dei quali godono questi lavoratori: privilegi che, secondo i vertici della grande distribuzione, dovrebbero cessare di esistere.

Stiamo parlando di persone assunte, in gran parte, con contratti part time. Part time involontari, naturalmente. Il perché di questa scelta, apparentemente poco comprensibile, è invece assai chiara: in tal modo, cioè con la disponibilità di molte persone con orari di lavoro corti, è possibile soddisfare le esigenze di copertura dei posti di lavoro degli ipermercati in un arco temporale molto lungo, riuscendo così a garantire al meglio il funzionamento della struttura che, come abbiamo visto, prevede aperture prolungate sia negli orari che in termini di giornate mensili. Molto più difficile sarebbe farlo avendo un numero minore di persone assunte a tempo pieno.

Ma, per quanto riguarda la “flessibilità”, il part time evidentemente non basta agli imprenditori del consumo: in teoria, ma solo in teoria, chi è assunto con il part time, avrebbe il diritto di svolgere le sue funzioni lavorative in un orario settimanale fissato preventivamente e non modificabile arbitrariamente dal proprio datore di lavoro, a meno che il lavoratore medesimo non dichiari esplicitamente, e per iscritto, di essere disponibile a fare anche, sui richiesta, orari diversi.

Sono le cosiddette “clausole flessibili” che ogni neo assunto è “invitato” a firmare al momento della propria assunzione. In tal modo, con un preavviso di 48 ore, ogni lavoratore che, ad esempio, avrebbe nel contratto un part time al mattino, può essere obbligato a lavorare un pomeriggio, per tornare magari al mattino il giorno seguente e nei giorni a seguire, perchè no, ad effettuare il turno serale.

In tal modo, un lavoratore part time non può nemmeno pensare di arrotondare il suo stipendio con un secondo lavoro, perché non sarebbe in grado di garantire un orario certo. Ne’ godere di quelle opportunità che la vita contemporanea offre: iscriversi, ad esempio, ad un corso di fotografia, o di lingua straniera, o per perfezionare uno sport. Non parliamo poi di poter dedicarsi con una certa frequenza e regolarità a seguire gli impegni di una normale vita famigliare, magari caratterizzata dalla presenza di figli piccoli o di anziani da accudire.

A meno che, naturalmente, non dichiari di voler recedere dalle clausole flessibili. Cosa possibile, in teoria, ma forse sconsigliata per evitare di essere visti di cattivo occhio dalla dirigenza…

Il “bello” di tutto ciò è che questi disagi, che per la controparte costituirebbe una flessibilità ancora insufficiente, sono sopportati per un salario non propriamente da nababbi: per un part time 4° livello (il più diffuso come cassieri e commessi) a 20/24 ore settimanali, si parla di 700/800 € mensili netti (tolta Irpef e contribuzione sociale) lavorando però un paio di domeniche al mese.

Eppure, periodicamente, si legge sui giornali, o si sente alla televisione, di periodici allarmi lanciati da chi si accorge che con l’attuale sistema previdenziale, i giovani andranno in quiescenza a 75 anni con una pensione da fame…. E come potrebbe essere altrimenti con retribuzioni del genere?

LA COOP SEI TU! O NO?

Forse però, penso, non è così alla Coop. Per la mia generazione, infatti, la Coop non è solo un centro di distribuzione di merci: essa fa della solidarietà, della giustizia e della tutela dei diritti una sua ragione fondante. La ragione fondante della cooperazione. Una parte importante della storia del movimento operaio. So bene che i tempi sono cambiati moltissimo, che la Coop si è “modernizzata”, e che la ragione del profitto, purtroppo, ha cambiato il senso della cooperazione. E però, non mi rassegno a pensare che non esista ancora, almeno in parte una “diversità” della Coop nei confronti delle altre grandi catene di distribuzione.

La situazione, quindi, non può essere eguale…. Non lo era, dicono i miei interlocutori: in effetti i lavoratori hanno maggiori diritti, condizioni in parte più favorevoli, ed esiste ancora un forte senso di appartenenza. Però sono condizioni che via via stanno sfumando: la Coop infatti afferma che esiste un gap di competitività nei confronti degli altri concorrenti, che occorre colmare

In sintesi, le condizioni di mercato imporrebbero la necessità di avere lo stesso costo del lavoro degli altri. Per questo la Coop, tramite le associazioni datoriali ha richiesto esplicitamente di uniformare alcuni istituti contrattuali al mondo del commercio non cooperativo (divisore convenzionale mensile per ottenere la paga oraria, maggiorazioni straordinarie, supplementari, notturne e festive, trattamento carenza malattia). Purtroppo, dimostrando di non tenere più ad una “diversità” cooperativa che finora aveva avuto importanza condivisa. Ed i lavoratori dovranno adeguarsi. Naturalmente, verso il basso.

Aveva in effetti destato un po’ di scalpore l’attacco che Susanna Camusso, Segretaria Generale della CGIL (non certo un’estremista) aveva lanciato verso la Coop in occasione dello sciopero del 19 dicembre : «Dicono “la Coop sei tu”, ma chi è questo tu. Dicono che siamo soci, ma soci di che cosa, che l`unico fine è il profitto? Ripensino allo slogan».

Quello che ancora differenzia la Coop dagli altri grandi catene è il rispetto, almeno simbolico di alcune date importanti per il Paese, per i lavoratori e per la sinistra: difficile, se non impossibile, trovare una Coop aperta il 25 aprile o il 1° maggio. Sembra poco, ma non è da sottovalutare.

Certo, appariva un po’ di cattivo gusto il grande cartello all’entrata dei supermercati Coop del torinese nel quale si spiegava che le coop sarebbero state chiuse i giorni di Natale e Santo Stefano “perché crediamo che il tempo sia un bene prezioso da condividere con la propria famiglia”…ed anche (bontà loro…) “come segno concreto di riconoscimento ai nostri lavoratori che con la loro attività concorrono al raggiungimento  di importanti obiettivi….E’ questo dunque un ulteriore segnale di attenzione verso i nostri lavoratori in coerenza con gli impegni che abbiamo assunto con l’adozione delle politiche di welfare”….C’è da augurarsi sia solo uno scivolone che non si ripeta.

UN CONTROLLO OGNI 14 ANNI.

In questo quadro è durissima per le organizzazioni sindacali provare a tutela e i lavoratori: non solo siamo di fronte a soggetti ricattabili, ma soprattutto è assai complicato coinvolgere lavoratori con orari e contratti così diversi. Il centro commerciale, ormai, mi dicono i sindacalisti della CGIL, è come un aeroporto: coesistono moltissimi soggetti con contratti ed orari i più diversi: non solo i dipendenti della grande distribuzione, ma i lavoratori dei negozi, dei bari e dei punti di ristoro, gli addetti ai magazzini, le guardie giurate. Ognuno con una propria controparte.

Nei luoghi di lavoro “tradizionali”, fabbriche e uffici, aperti in orari fissi, anche quando magari le lavorazioni a ciclo continuo non prevedono soste nelle attività lavorative (siano esse fonderie, o ospedali, ad esempio) con quattro ore di presenza (due ore per turno) i Sindacati possono tenere assemblee che, almeno potenzialmente, possono coinvolgere tutti (o quasi) i lavoratori. In un centro commerciale, i diversi orari dei dipendenti, fanno sì che stando un’intera giornata si riesce a coinvolgere al massimo 1/3 dei lavoratori, tenendo magari tante assemblee, ma frequentemente con non più di 10 persone.

Senza contare che nelle strutture di vendita prestano servizio anche lavoratori di imprese, che magari a livello nazionale contano 2000 dipendenti, ma che in ogni centro commerciale sono presenti con 2 o 3 addetti.

Discorso a parte meritano i dipendenti dei negozi, dei bar e delle altre attività (dentisti, centri estetici, parrucchieri). Attività che sono costrette, dal contratto di affitto dei locali stipulato con i proprietari delle strutture, ad avere gli stessi orari di apertura dell’ipermercato. Con ovvie conseguenze sulle condizioni di lavoro dei loro dipendenti.

Se si entra in confidenza con questi lavoratori, si scopre, ad esempio, che molti fanno un turno di riposo ogni 15 giorni, o magari che, soprattutto nei periodi di maggior affluenza dei consumatori, sono costretti a turni di 12 ore o, ancora, che sono assunti come soci d’impresa o collaboratori a progetto, e non come dipendenti.

E’ ben vero che se a seguito di una verifica effettuata da parte degli ispettori preposti si accertasse che non sono rispettati i diritti minimi dei lavoratori, per i datori di lavoro scatterebbero multe salatissime e, addirittura, questi ultimi sarebbero obbligati ad assumere con un contratto da lavoratore dipendente i falsi collaboratori a progetto o soci d’impresa.  Ma si tratta di una speranza assai esigua.

Infatti, occorre tener presente alcuni dati che meglio chiariscono quale è la concreta situazione. Prima di tutto, partiamo dal numero di imprese che risultano attive in Provincia di Torino: sono, secondo i dati INPS, 58.223. Tutte, teoricamente, passibili di controllo.

Ora, titolati ad effettuare tali controlli sono gli ispettori di tre diversi enti: INPS, Ministero del lavoro, INAIL. Ognuno, ovviamente maggiormente interessato alle proprie competenze, ma tenuti in ogni caso ad un controllo complessivo ed a trasmettere ai propri colleghi eventuali ipotesi di violazione di norme secondo le rispettive competenze.

Le ispezioni che vengono effettuate, sono assai complicate e possono essere molto lunghe: alcune durano anche anni. Infatti, non si tratta solo, come si potrebbe pensare, di un sopralluogo nei posti di lavoro per verificare di persona la situazione. Quello è solo il primo passo: si tratta di acquisire documentazione, magari riferita a più anni, studiarla, elaborare dati, sentire i soggetti interessati, verificare l’eventuale violazione di norme e contratti magari effettuando calcoli piuttosto complessi.

Tutto questo è ulteriormente ostacolato dalla selva di contratti diversi, della quale abbiamo già parlato: soprattutto quando i servizi, per così dire, strumentali, alle attività dei centri commerciali (logistica, vigilanza, pulizia) sono affidate a cooperative. Cooperative frequentemente di facciata, magari con presidenti prestanome, che dopo qualche tempo chiudono per poi riaprire un po’ di settimane dopo.

Ora, il numero degli Ispettori, complessivamente, è di non più di 110/120 (40 INPS, circa 50 del Ministero del lavoro, circa 15 INAIL).

Le ispezioni vengono di norma effettuate in coppia, sia perché spesso le ispezioni, come detto, sono assai complicate, sia per potere rendere credibile un’eventuale testimonianza da rendere in caso di segnalazioni o denunce verbali.

Come già detto, la durata di ogni ispezione è assai variabile ma, mediamente, ogni coppia di ispettori non riesce ad effettuare più di 70 ispezioni annue, per un totale massimo di 4.200.

Quindi, un’azienda che, in Provincia di Torino, compie irregolarità in termini contributivi, o di rispetto dei diritti dei lavoratori (a meno che, naturalmente, non sia oggetto di qualche segnalazione), o viola norme antinfortunistiche, rischia di subire un controllo mediamente ogni 14 anni…

IN questo quadro frequentemente il Sindacato riesce solo ad aprire vertenze individuali, per provare a tutelare il singolo lavoratore: Non è poco, ma è molto meno di quello che servirebbe. A ciò si aggiunga che ogni Sindacato può avere un minimo di agibilità solo nel caso in cui possa contare almeno su un delegato.

UN FUTURO PER NIENTE ROSEO

A queste condizioni difficili, si aggiunge anche una preoccupazione di prospettiva: non è per nulla chiaro quale sarà il futuro dei centri commerciali e quindi, di conseguenza, degli attuali lavoratori. Il modello del grande supermercato, infatti, sta mostrando la corda, e prima o poi si teme qualche chiusura o pesante ridimensionamento .

In verità, qualche segnale già si è visto: Auchan ha tagliato, l’anno scorso, 1500 posti di lavoro in Italia mentre Carrefour ha chiuso numerosi punti vendita.

Il problema, dice il Presidente e AD di Auchan Italia, Patrick Espasa, sono le difficoltà del gruppo: un giro d’affari «ridotto da 3,2 miliardi di euro dell’anno 2010 a circa 2,6 miliardi dell’anno 2014 e, nel corso degli ultimi anni, l’azienda ha realizzato risultati di esercizio ordinario in progressivo deterioramento fino a raggiungere nel 2014 circa 112 milioni di euro di perdite».

Le cause sono strutturali e difficilmente contrastabili.

Intanto la proliferazione dei centri commerciali stessi: basti pensare, per quanto riguarda la nostra zona, a cosa è successo negli ultimi 25 anni. Non esistevano 25 anni fa ne’ “Le Gru”, ne’ l’Ipercoop o il Carrefour di Collegno. Senza citare cosa è successo, più complessivamente, nell’area metropolitana torinese.

Tutto ciò con un aumento della popolazione non certo proporzionale al proliferare delle strutture. Si aggiunga a questo una crisi che, dal 2008, ha colpito il nostro Paese, che non accenna a risolversi determinando, tra l’altro, ovviamente, una drastica diminuzione dei consumi.

Inoltre, a colpire il tradizionale modello del centro commerciale costruito da una grande “piastra” nella quale è possibile acquistare di tutto (dagli alimentari all’elettrodomestico) circondata da negozi specializzati e magari (non sempre ..) di qualità, è stato il proliferare di grandi magazzini specializzati: oltre all’IKEA, le strutture specializzate in elettronica, o elettrodomestici, o ancora in bricolage. Il “consumatore” è diventato più attento e difficilmente entrerà in un centro commerciale per acquistare di tutto senza confrontare prezzi e qualità di prodotti simili, magari verificati, appunto, nelle strutture specializzate.

Inoltre, abbiamo assistito in questi ultimi anni al boom del commercio su internet, che ha dato un altro colpo rilevante al commercio tradizionale. Nel 2012 un Rapporto dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm-School of Management del Politecnico di Milano ha calcolato che il fatturato complessivo delle aziende italiane off-line che utilizzano il web per vendere i propri prodotti e/o servizi (Aziende che hanno una struttura fisica reale e non sviluppano il loro business esclusivamente sul web, come i club di gioco on-line) è di circa 10 miliardi di euro. I settori più importanti sono risultati il turismo (46%), l’abbigliamento (11%), l’elettronica-informatica(10%) e le assicurazioni on-line(10%).[7]

Si aggiunga che dal 2004 al 2012 il fatturato dell’e-commerce in Italia ha conosciuto un incremento medio del 39% annuo. Nonostante ciò, l’Italia risulta posizionata nettamente indietro rispetto agli altri mercati avanzati. Per quanto riguarda l’Europa, ad esempio, il valore dell’e-commerce in Italia è pari a circa un decimo di quello britannico. In prospettiva, quindi, presumibilmente, l’e–commerce crescerà ancora, sottraendo ulteriori fette di mercato al commercio tradizionale.

Infine, non è da sottovalutare il fatto che la già citata crisi, anche fosse superata (ma cosi non è) ha comunque probabilmente prodotto modifiche profonde nell’atteggiamento complessivo verso gli acquisti, almeno in parti significative della popolazione, inducendo ad un consumo più oculato ed intelligente.

Insomma, il declino dei grandi centri commerciali sembra, almeno apparentemente, irreversibile. Non solo in Italia ma in tutto il mondo occidentale.

E tutto questo rischia di aprire un’altra gigantesca questione: l’apertura di queste strutture ha portato ad un grande consumo di suolo (spesso su aree agricole, magari di buona qualità, perché sono le aree meno costose) e a fabbricati che, se non più utilizzati per il loro scopo originale, nessuno ha idea di come riconvertire.

Negli USA, da alcuni anni non si costruiscono più centri commerciali, ed anzi molti sono stati chiusi e parte di essi demoliti.

In sostanza l’idea neoliberista secondo la quale per rilanciare l’economia occorre eliminare ogni vincolo e laccio, comprimendo fino a dove è possibile i diritti dei lavoratori, e liberalizzando gli orari di vendita, è fallita. Proprio con riferimento a quest’ultima questione, mi dicono, gli orari di apertura più lunghi, hanno fatto sì che aumentasse il numero degli scontrini (cioè dei clienti attratti), ma il valore di ognuno di essi, e quindi del fatturato complessivo delle strutture, è diminuito.

Alcuni dati dimostrano quanto affermato: i punti vendita della grande distribuzione hanno toccato il massimo nel 2011, arrivando ad un totale, in tutt’Italia, di 29.366, per poi scendere a 27.668 nel 2014. L’utile netto complessivo è passato dall’1,4 % del 2006 ad un – 0,4% nel 2014.

Non solo: la guerra degli orari ha comportato, come già detto, un aumento dei costi di gestione delle stesse strutture, e quindi, conseguentemente, i prezzi non sono diminuiti. Alla faccia della difesa del mitico “consumatore” …

Quindi, la leggendaria liberalizzazione, contenuta nel “Salva Italia “di Monti e del Governo dei “Professori” (lo ricordate?) non ha prodotto effetti. Ne’ in termini di prezzi, ne’ di fatturato. Insomma, un capolavoro.

C’ERANO UNA VOLTA I SINDACI DALLA PARTE DEI LAVORATORI

Viene da chiedersi, ed in effetti lo chiedo, se le amministrazioni di Centro Sinistra della zona, in un quadro del genere, si sono spese, e si sono ricordate da quale parte debbono stare.

Non possiamo dimenticare infatti di essere in quella che era considerata  ”l’Emilia Romagna del torinese”, la mitica zona ovest, la “zona rossa” dove il Partito Comunista sfiorava, ed a volte superava, da solo il 50 % dei voti. E dove Sindaci come Bertotti, Manzi, Lorenzoni frequentemente scendevano a fianco dei lavoratori in lotta, partecipando ai picchetti davanti ai cancelli delle fabbriche od organizzando solidarietà concreta con gli operai che occupavano le fabbriche.

Una zona dove il Partito Democratico non sembra scosso, almeno a livello di percentuale di volti validi, dall’ondata di anti politica che crea così tante preoccupazioni a livello nazionale.

Un Partito Democratico che, nonostante i suoi scontri interni, le sue divisione ed a volte la sua inadeguatezza, la fragilità organizzativa (poche centinaia di iscritti) non ha mai rivali quando si vota per le elezioni comunali, dove continua a vincere a man bassa.

Insomma: se fingiamo di non vedere il calo di votanti, il PD potrebbe essere considerato l’erede del PCI in termini di consenso elettorale (non più, lo ripetiamo, in termini di consenso reale nella società, di egemonia culturale). Ma se si guarda alle vicende concrete, ed in particolare, per quanto ci riguarda, alle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori dei centri commerciali, quello che colpisce è il silenzio assordante delle Amministrazioni locali: o, quando invece le stesse Amministrazioni prendono la parola, il fatto che non lo facciano avendo a cuore la difesa dei diritti di chi lavora. Cosa assai impressionante visto che, come ho già evidenziato sopra, stiamo parlando di più di 3.000 lavoratori concentrati tra Grugliasco e Collegno.

Emblematica, a questo proposito, è la vicenda che poco prima di Natale ha interessato “Le Gru” che mi sembra utile approfondire.

Va intanto premesso che il Governo Monti con il cosiddetto decreto “SalvaItalia” del 2011, ha liberalizzato del tutto l’orario degli esercizi commerciali. Infatti, l’art. 31 del Decreto legge 201/2011 (successivamente convertito in legge), ha modificato il Decreto Legge 223/2206 (una delle famose “lenzuolate” di Bersani), eliminando ogni vincolo alla libertà di orario delle attività commerciali, tanto che non possono esistere impedimenti  e limitazioni alcune in termini di orari, appunto di apertura e chiusura, obbligo di chiusure festive e domenicali, nonché della mezza giornata di chiusura infrasettimanale (qualcuno ricorda ancora gli alimentari chiusi il mercoledì pomeriggio?).

Proprio in base a questa norma, che dovrebbe tutelare la “libertà di concorrenza”, nonché i “consumatori”, gli orari dei centri commerciali si sono nel tempo dilatati a dismisura.

In tale quadro, come già detto, la direzione de “Le Gru” ha deciso che, in occasione delle feste natalizie il centro commerciale doveva essere aperto, nei giorni compresi dal 18 al 23 dicembre, fino alle 24.

Ovvie le proteste sindacali: una decisione del genere, unilaterale e non contrattata con i lavoratori, non poteva che suscitare rabbia nei dipendenti costretti, proprio nei giorni che per la grande maggioranza dei cittadini sono occasione di festa e di ritrovi famigliari e tra amici, ad orari massacranti.

Turni che, se diventano massacranti, appunto, per i lavoratori delle grandi catene di distribuzione (in questo caso: Carrefour), sono insostenibili per i dipendenti dei piccoli esercizi presenti nel centro i quali, spesso, non hanno la possibilità di turnare. Per non parlare di quella parte di lavoratori (meglio: lavoratrici) , delle ditte incaricate della pulizia dei locali, costretti ad uscire dal lavoro all’alba.

Ma tant’è: la Direzione è stata irremovibile. E le amministrazioni locali cos’hanno fatto? Gli eredi dei Sindaci rossi degli anni passati, forse pensando non fosse elegante apparire “demodè”, si sono divisi in due categorie: coloro che hanno taciuto, forse   ritenendo che i confini territoriali li salvassero dalla necessità di assumere una posizione (altro che internazionalismo…), e chi invece, non potendo esimersi, come il Sindaco di Grugliasco si è appellato chiedendo un accordo,  un “tavolo” di concertazione, magari a livello di Città metropolitana.

Ma, a fronte dell’ostinazione da parte di Carrefour, nel proseguire per la propria strada, la polemica del primo cittadino di Grugliasco sembra essersi indirizzata …. verso la CGIL.

Quest’ultima, infatti, aveva trovato un solo modo per tutelare i lavoratori e le lavoratrici che rappresenta: quello di proclamare due ore di sciopero per tutti i giorni compresi dal 18 al 23 dicembre, dalle ore 22 alle ore 24. In questo modo, almeno, chi non desiderava lavorare, anche l’anti vigilia di Natale, fino alle 24, o perché non poteva, magari in quanto single e con bambini piccoli, o anziani da assistere, o perché semplicemente voleva starsene un po’ a casa, avrebbe avuto la copertura dello sciopero per assentarsi dal lavoro. Intendiamoci: rimettendoci comunque il corrispettivo economico di due ore di lavoro.

Ebbene di fronte a questa scelta, il Sindaco di Grugliasco ha dichiarato a “La Stampa” del 17 dicembre che la scelta della Cgil “non aiuta a raggiungere l’obiettivo di un tavolo di concertazione…” ed aggiungeva “non vorrei che questa scelta trasformi in salita il percorso appena iniziato…”

Non si capisce quale sarebbe questo “percorso appena iniziato”. A meno che non si intenda ciò che lo stesso Sindaco aveva affermato di voler proporre: un ordine del giorno da presentare al Consiglio metropolitano (erede del Consiglio provinciale) per chiedere un tavolo di concertazione tra tutti gli attori in campo per concordare un coordinamento degli orari delle grandi strutture di vendita in tutta l’area metropolitana. Ed in effetti, il Consiglio metropolitano, nella sua seduta del 15 dicembre scorso,  all’unanimità, ha approvato tale documento.

Documento che, correttamente, cita  una “sollecitazione pervenuta dalle organizzazioni sindacali preoccupate per gli effetti sui lavoratori e in particolare per quelli operanti in punti vendita con minor presenza di manodopera” e si spinge fino a ritenere opportuno “porre un freno a una competizione che si scarica pesantemente su alcune fasce di lavoratori”, ma poi, quando si tratta di assumere una qualche decisione si limita ad impegnare il Sindaco della Città metropolitana ad attivare un “tavolo istituzionale…..per condividere modalità di gestione delle giornate di apertura e degli orari contemperando le ragioni connesse allo sviluppo economico con la tutela dei lavoratori.”

Ci sarebbe da chiedersi quali sono le “ragioni connesse allo sviluppo economico”. A meno che non si pensi che di tale sviluppo facciano parte azioni che incentivano forme di consumo compulsivo: consumo compulsivo che certamente non è un valore di sinistra e che, comunque, non porta nulla in termini di sviluppo del territorio e di ricchezza diffusa.

Vien da chiedersi se la trasformazione del Partito Democratico da partito di Centrosinistra in “Partito della Nazione”, dai contorni indistinti, non sia già in atto, e che a testimonianza di ciò non stiano solo gli atti di governo di Matteo Renzi ed i suoi accordi con Alfano o con Verdini, ma anche una cultura che orma si sta diffondendo nei quadri intermedi e negli amministratori locali del PD, che non sentono più la necessità, l’istinto politico, il desiderio, di schierarsi senza esitazione con il più debole e con chi lavora, ma cerca di apparire come sopra le parti, con un  occhio sempre più attento alle “esigenze del mercato”.

In aggiunta a questo, per la verità, si è mosso anche il Consiglio regionale, su iniziativa di alcuni Consiglieri del PD, due dei quali (Boeti e Accossato), ex Sindaci della nostra zona. In tale sede si è approvato un ordine del giorno (n. 578, seduta del 29 dicembre), più coraggioso, almeno nelle premesse. Si parla infatti di timori dei lavoratori, costi sociali delle aperture notturne, sciopero indetto da “una organizzazione sindacale” (chissà perché si ha timore di nominare la CGIL…), anche se poi nella parte in cui l’ordine del giorno stesso si esprime, rimane un po’ vago. Si limita, infatti, ad impegnare la Giunta regionale “per quanto di propria competenza, a definire con le associazioni di categoria un percorso di compatibilità tra tempi di vita e di lavoro a favore degli operatori del settore con il coinvolgimento delle istituzioni locali”.

Ma, anche in un atto come questo, lo ripeto, più coraggioso di quello approvato dal Consiglio metropolitano, di natura prettamente politica e non vincolante ne’ prescrittivo (non si tratta di leggi, o di deliberazioni), manca una qualsivoglia espressione di solidarietà incondizionata nei confronti dei più deboli e di chi, in un partito che si autodefinisce di Centrosinistra, dovrebbe essere il nucleo forte del proprio radicamento sociale: i lavoratori, appunto.

In ogni caso, non risulta che, in data odierna, a tali ordini del giorno approvati, siano seguiti atti concreti. Insomma, forse il Sindaco di Grugliasco ha ragione nel dire che il percorso è appena iniziato. E chissà quando i lavoratori dei centri commerciali ne avranno qualche beneficio.

 

SINISTRA: SE CI SEI BATTI UN COLPO

L’importante pare, è l’apparire moderni. Un’ossessione che impedisce di vedere quanto stia concretamente succedendo nel mondo reale.

Magari, questo atteggiamento si spiega anche facendo i conti di quanto si è incassato con gli oneri di urbanizzazione e con quanto ogni anno si introita in termini di tasse e tributi locali. Risorse economiche che, frequentemente, sono indispensabili per far quadrare un bilancio comunale sempre più magro.

Anche a costo di vendere non dico l’anima: ma un pezzo importante, fondamentale, della propria storia e della propria identità, questo sì.

Forse pensando di potersi giustificare con i numerosi posti di lavoro che le mega strutture commerciali garantirebbero. Senza interrogarsi sulla qualità di quel lavoro e sui prezzi che la comunità comunque paga, in termini di consumo del suolo e qualità ambientale.

Insomma, tornando al quesito che abbiamo posto la risposta sembra implicita: la CGIL, ma più ampiamente i sindacati e soprattutto, quel che più conta, i lavoratori, non sentono vicino il tradizionale mondo della Sinistra: ne le amministrazioni locali, ne’ il partito erede di una tradizione gloriosa ma fattasi via via più sbiadita ed inconsistente. Per il resto, purtroppo, ben poco è rimasto di organizzato a sinistra del PD.

I lavoratori si sentono, e sono, soli. Soli, e con poca solidarietà tra loro perché, come già detto, con padroni diversi, diversi contratti, orari diversi e perciò difficilmente unificabili in vertenze collettive.

Forse, solo la Chiesa cattolica (tanto più la Chiesa di Papa Francesco) con la sua pastorale contro le diseguaglianze ed, in particolare, contro il lavoro domenicale e festivo, che impedisce alle famiglie di riunirsi per celebrare i riti religiosi e per stare insieme, esprime, almeno a parole, una solidarietà senza se e senza ma, che molti apprezzano.

Il mio viaggio conoscitivo è terminato, eppure sento che è solo iniziato. Sono infatti più le domande che mi pongo, le questioni che vorrei approfondire, rispetto alle risposte che ho ottenuto o alle cose che ho compreso.

Ho però una certezza.

La certezza è che i tentativi, ancora precari, di far nascere una Sinistra nuova in Italia non potranno avere successo alcuno se si limiteranno a accordi tra quel che rimane di piccole e ormai concluse esperienze del passato. Essa potrà nascere, e si svilupperà, se riuscirà ad immergersi, umilmente, nella vita concreta.

Soprattutto dovrà misurarsi con questioni come queste (sarò un po’ vetero ma mi viene da citare Lenin “La realtà è testarda”) e cercare di capire come essere utile ai lavoratori ed alle lavoratrici, per sostenerli davvero nel migliorare le loro concretissime condizioni di vita e di lavoro.

4 commenti

  • Chiedo scusa, fatta l’analisi, il tema si sposta sul cosa fare in concreto. Chiudere i centri commerciali ? Non credo. Tornare indietro sulle scelte della liberalizzazione dell’orario ? Anche qui, la vedo grigia. Non avrebbe più senso una politica locale che favorisca le piccole start up commerciali, permetta loro l’accesso al credito? Non sarebbe più utile fare da sponda a chi, nel rispetto dell’ambiente, del produttore, del consumatore, può garantire filiere commerciali sane sotto tutti i punti di vista? A me piuttosto che fare la guerra a Carrefour (guerra già persa prima ancora di iniziare) piacerebbe offrire nuovi sbocchi a chi ha voglia di crearsi un futuro, anche e soprattutto in un un terziario tutto sommato sempre vitale.

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  • Ovviamente non era “distruzione”, ma “distribuzione”. Correttore automatico di Word o lapsus freudiano?

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  • La prima riflessione: sono rimasto colpito dal numero di più di tremila lavoratori che a vario titolo gravitano attorno alla grande distruzione della nostra zona. Vero: sono molto frazionati, nessuno di loro può, partendo dalla propria situazione individuale, sentirsi immediatamente in comunità con tutti gli altri, e questo frazionamento credo pesi non poco nel confronto sindacale
    Seconda riflessione: non a caso quindi è così difficile ottenere risultati concreti per le condizioni di lavoro. Divide et impera. Perché sono davvero tante le professioni che devono prestare lavoro su turni articolati sull’intera giornata, su tutti i giorni della settimana e dell’anno. Fate voi l’elenco, ma tutte quante, almeno così mi pare, sembrano più tutelate da contratti accettabili, turni di lavoro, intervalli e riposi settimanali compresi. Probabilmente proprio perché possono contare su una maggiore “comunanza” lavorativa.
    Terza riflessione: a differenza di Sante non ho fatto esperienze di acquisti notturni, non sono in grado di capire quanta gente ne sia coinvolta. Personalmente resto della generazione che se alle dieci di sera si accorgono di non aver preso il latte per il giorno dopo, si danno del pirla e la colazione la fanno senza, ma non vado certo a comprarlo a mezzanotte. Ma so bene che per qualcuno, volente o nolente, non funziona più così. Ma resto comunque sempre dell’idea che queste diverse abitudini, più o meno diffuse e spontanee che siano, non possono diventare pretesto per pretendere prestazioni assurde. E qualche ragionamento sottovoce sulla follia del consumismo mi viene ancora di farlo
    Quarta, e ultima, riflessione: ha ragione Chicco, altri tempi, altri Sindaci. E un’altra Sinistra. Sono l’ultimo a soffrire di nostalgia, ma mi sembra che, con molti limiti e difetti, fossero non solo più vicini, per coscienza politica, a chi lavorava, ma si sforzavano di avere, proprio sulla base del sentire politico, un’idea di città, di comune, più coerente, più unitaria. Si sono sempre fatti ponti d’oro per attirare insediamenti produttivi e commerciali, ma c’era di più il fine di inserirli in un’idea, un progetto, da subito attento a chiunque ne fosse coinvolto, semplice cittadino o lavoratore che fosse. E si facevano meno comunicati per attaccare sindacati e preannunciare fantomatici percorsi condivisi.

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  • Ho letto come sempre con grande interesse. Confesso un limite: leggere la realtà attraverso l categorie di Marx e Lenin mi è difficile. Un po’ perché non le conosco a fondo, un po’ perché sono più interessato a comprendere il presente con le categorie del presente. Che si poggeranno anche nel passato, ma non hanno più lo stesso significato che avevano allora. Non amo i centri commerciali e trovo la loro politica oraria folle. Anche se, e questo mi fa pensare, al di là dei numeri complessivi forniti dagli istituti di statistica e dai sindacati, fatevi un giro in un qualunque carrefour la domenica o di notte (mi è capitato due volte): c’era tanta gente. Molta gente. Insomma, con le aperture senza limiti, si cattura un pubblico o si crea un’ esigenza di consumo? Quanti sono quelli che hanno orari Identici a quelli di venti anni fa? Quanti vogliono fare la spesa la domenica perché in settimana non ne hanno più voglia, quanti quelli che vanno la sera, anche molto tardi, perché hanno ritmi di vita nuovi? Sono solo domande. Ultima questione: il piccolo commercio. Il suo fallimento nasce in gran parte dalla nascita del centro commerciale, ma anche (secondo me soprattutto) dall’incapacità di mutare un’abitudine: apri il negozio e la gente entra. Non è più così. Serve fantasia. E molti, in verità la usano. Sono tantissimi i giovani che aprono attività di piccolo commercio nuove nello spirito e nella capacità di attirare pubblico, magari facendo anche del piccolo e-commerce. Voglio dire, sarà anche sempre colpa di Renzi, del PD, della Coop, ma varrebbe la pena ricordare che nessuno in passato è mai riuscito a dare delle direttive economiche credibili al paese. Ci si è sempre arrangiati. E allora non c’era il PD, ma ben altri partiti, assai più forti e potenzialmente capaci di fare riforme. Riforme che non hanno fatto. Nemmeno nel commercio.

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