Scheda di lettura de “Il colpo di stato di banche e governi” di Luciano Gallino (Einaudi 2013 pp 332).

di Riccardo Barbero

 

Secondo la ministra Boschi chi parla di una svolta autoritaria a proposito della riforma costituzionale proposta dal governo delle larghe intese presieduto da Renzi soffre di allucinazioni; cosa direbbe allora dell’ultima fatica di Luciano Gallino che ha per sottotitolo “l’attacco alla democrazia in Europa”?

Di questo libro, più ancora che di altri recenti scritti, impressiona la mole imponente di documentazione portata a sostegno di un’analisi approfondita e, per alcuni aspetti, squisitamente tecnica dei processi di degenerazione dell’attività bancaria e finanziaria che hanno condotto alla grave crisi attuale.

Una crisi che, secondo l’autore, viene scaricata sui cittadini con misure autoritarie.

colpo-di-stato-di-banche-e-governiGallino sostiene che questa crisi viene da lontano e cioè dalla fine degli anni 70 nella quale si preannunciava, con il raggiungimento di un limite alla produzione di tipo fordista, una stagnazione economica.

I governi americano ed europei  hanno reagito alla stagnazione promuovendo le attività finanziarie  e favorendo così l’accumulazione di ingenti capitali gestiti da banche istituzionali e da banche ombra che hanno creato una enorme massa monetaria totalmente svincolata dai contesti produttivi  di beni e servizi reali.

Le disuguaglianze economiche e sociali, che oggi sono sotto gli occhi di tutti (e che più nessuno nega), sono a un  tempo le cause della crisi (riduzione dei consumi, della produzione, dell’occupazione e del reddito) e anche le sue conseguenze, in una spirale negativa che nessuno sembra al momento in grado di arrestare.

Secondo Gallino, infatti, è in atto da più di 20 anni una feroce lotta di classe contro i lavoratori e i ceti popolari: in questo contesto gli stati e i loro governi si sono schierati dalla parte della finanza e, quando la bolla speculativa finanziaria immobiliare è esplosa nel 2008, hanno trasformato la crisi da bancaria-finanziaria a crisi del debito sovrano, dei bilanci pubblici.

Secondo l’autore è falsa la tesi, largamente diffusa, che l’origine della crisi sia tutta americana: “ i governanti della UE hanno agito come attori finanziari, mentre le banche – inclusa BCE – agivano come attori politici di primo piano.” (p. 160)

In sostanza i governanti europei sapevano della crisi bancaria e l’hanno aggravata con leggi sbagliate.   Esemplare è, da questo punto di vista, il comportamento del governo tedesco: già nel 2003 con l’allora cancelliere Schroeder (SPD) il governo fronteggiò una situazione nella quale alcune banche lamentavano 300 miliardi di crediti “avariati” favorendo per la prima volta la creazione di due bad banks per scorporare i debiti inesigibili della Dresdner bank (un tempo pilastro finanziario del nazismo) e quelli della HypoVereinsbank di Monaco successivamente acquisita da Unicredit).

Schroeder, prima, e Merkel, poi, invece di valutare la situazione delle due banche come la conseguenza di una politica dissennata e speculativa di ampliamento del credito (cioè, in buona sostanza, di creazione di nuova moneta dal nulla), hanno invece sostenuto la cartolarizzazione dei crediti “disponendo che le società di scopo (i cosiddetti Siv e assimilati), create per eseguire tale operazione  e poi rivendere i titoli strutturati, fossero equiparate alle banche dal punto di vista fiscale. Un vantaggio fiscale non da poco, giacchè per i crediti a lunga scadenza, quali i mutui, le banche pagavano sugli interessi originati da questi ultimi imposte minori che non sugli interessi ottenuti dai depositi. Codesto vantaggio veniva ora esteso alle società di scopo, sebbene la finalità di queste ultime consistesse non già nel trattenere a lungo, bensì nel vendere al più presto possibile agli investitori i derivati ricavati ciascuno dall’agglomerazione di migliaia di titoli di credito di vario genere.” ( p. 164)

Il governo della grande coalizione presieduto da Angela Merkel diede un nuovo impulso al processo di cartolarizzazione  così come era indicato dal patto programmatico sottoscritto da CDU, CSU e SPD:” Le innovazioni di prodotto finanziario e le nuove vie di distribuzione dei prodotti finanziari debbono venire fortemente appoggiate (…) tra queste rientrano l’introduzione di fondi di investimento immobiliare e l’ampliamento del mercato delle cartolarizzazioni “.

Invece di regolare e limitare queste attività finanziarie, come oggi molti richiedono anche se inascoltati, il patto di cui sopra sosteneva l’opposto: “ leggi esistenti, prescrizioni e altre forme di regolazione sono da sottoporre  a verifica per stabilire se raggiungono il loro scopo a basso costo o se sono ancora necessarie.”

Su questa base  il governo Merkel ha operato dal 2005 al 2009, favorendo la finanza guasta e malata anche oltre l’esplosione della crisi finanziaria del 2008.

“Nel periodo 2003-06, ad esempio, il volume delle cartolarizzazioni emesse in Germania è aumentato da 3 a oltre 42 miliardi di euro” (pag 165).

Il legame malato tra politica e potere finanziario in Germania è testimoniato anche dall’azione delle landesbanken: in queste banche che vantano una grande dimensione, pur facendo riferimento a singoli lander, i politici locali, i membri dell’esecutivo e del parlamento locale e i dirigenti dei maggiori partiti hanno e hanno avuto un peso rilevante nell’indirizzare le attività finanziarie.

La prima di queste banche a trovarsi sull’orlo del fallimento nel 2007 fu la Bayerische con 7,3 miliardi di euro di crediti inesigibili: venne salvata dal governo bavarese con 10 miliardi di euro ai quali si aggiunsero 30 miliardi di garanzia del governo federale; la seconda in ordine di tempo fu la banca del Baden-Wurttemberg che denunciò perdite per oltre 4 miliardi di euro e fu salvata dal governo locale con 5 miliardi di euro e 20 miliardi di garanzia federale.

Sono solo due esempi tedeschi ( i primi in ordine di tempo) tra gli altri; la situazione negli altri paesi europei è stata simile.

Scrive Gallino: “Secondo un rapporto della UE di fine 2010, tra ottobre 2008 e ottobre 2010 la Commissione stessa ha approvato 4600 miliardi di euro di aiuti di stato in favore delle istituzioni finanziarie da parte di paesi UE, equivalenti al 37% del PIL dell’Unione.” ( pag. 173)

Questi provvedimenti sono stati naturalmente presi senza che l’opinione pubblica fosse sufficientemente informata e senza che essa venisse chiamata in qualche modo ad esprimere il proprio punto di vista .

Citando Hanna Arendt (“ la democrazia consiste nella partecipazione attiva alle decisioni concernenti i beni pubblici”), Gallino sottolinea che l’ampio e diffuso processo di privatizzazione dell’economia e del welfare ha finito per svuotare il modello sociale europeo e insieme il processo democratico.

In quanto alla nota tesi secondo la quale l’austerità oggi sarebbe necessaria perché nel passato i ceti popolari avrebbero vissuto al di sopra delle proprie possibilità e del proprio contributo alla costruzione del PIL, Gallino cita e commenta il rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) del 2008: “ mentre il costo dei programmi di soccorso finanziario [delle banche] saranno sopportati da tutti [cioè dal settore pubblico] i benefici del precedente periodo di espansione sono stati suddivisi in modo diseguale. Tra i primi anni novanta e la metà degli anni duemila , il reddito totale delle famiglie ad alto reddito è cresciuto più rapidamente di quanto non sia avvenuto per le loro controparti a basso reddito. In 51 paesi su 73 per i quali sono disponibili i dati, la quota dei salari sul reddito totale è declinata negli ultimi due decenni”

La stessa commissione europea ha confermato che nella UE a 15 membri la quota salari sul PIL è diminuita di 10 punti percentuali tra il 1975 e il 2006 (cioè ben prima della crisi finanziaria del 2008).

Nel rapporto OIL citato da Gallino si mettono in evidenza tre aspetti importanti: la tendenza dei lavoratori, a fronte della riduzione dei salari, ad indebitarsi in modo crescente per la casa e per i  consumi, la crescita a dismisura degli stipendi dei manager (quasi raddoppiati tra il 2003 e il 2007), la minore progressività delle imposte nella maggioranza dei paesi sia sulle imprese che sugli alti redditi personali.

Sono altri quindi i ceti e le classi sociali che hanno vissuto ben al di sopra del loro contributo al PIL.

Nel X° capitolo del testo, Gallino, dopo aver richiamato i criteri fondanti del pensiero liberista e i suoi epigoni americani, si pone una domanda cruciale: “ Perché le sinistre hanno fatto proprie le idee del neoliberalismo?”

L’autore ricorda come negli anni 60 ci sia stata una spinta a ‘scientifizzare’ l’economia politica iniettandole consistenti dosi di matematica, in base all’assunto che una disciplina cha faccia largo uso della matematica debba essere considerata una scienza.

Da un punto di vista epistemologico affermare che la matematica sia una scienza è poco, perché non si tiene conto del grande e mai concluso dibattito esistente tra i matematici a proposito degli oggetti matematici: da sempre,  infatti, ci si chiede se questi oggetti preesistono alla matematica oppure se essi siano il prodotto dello stesso pensiero matematico.

L’economia politica è, invece, sicuramente un prodotto del pensiero sociale dell’uomo.

Citando la sociologa americana Johanna Bockman,  Gallino racconta di come dagli anni 60 in poi economisti del blocco sovietico e di quello occidentale dialogassero sugli strumenti di regolazione  dell’economia. I primi simulavano il mercato con modelli matematici per dare efficacia alla pianificazione statale; i secondi erano alla ricerca di modelli econometrici per massimizzare l’efficacia del mercato.

“ In quelle idee, alcuni hanno visto la realizzazione nell’età del postfordismo di un nuovo ‘comunismo del capitale’, al quale aveva aperto la via la dissoluzione dello stato”. (pag 265)

In sostanza sia nel modello sovietico, sia in quello iperliberista la logica “scientifica” dell’economia s’impone sulla società in base a una presunta oggettività fornita dallo strumento matematico.

Ma per realizzare questo progetto in entrambi i modelli è decisivo l’utilizzo dello stato (di cui viene dissolta solo la dimensione sociale) e delle sue istituzioni : questo aspetto non è messo in luce da Gallino che pure in altri passi del libro parla di un uso neokeynesiano  dello stato per finanziare le banche.

Eppure bisognerebbe chiedersi a sinistra, in particolare dopo il crollo dell’URSS e la nascita della Russia degli oligarchi, se lo stato sia uno strumento neutro che possa essere utilizzato sia per la pianificazione centralizzata che per sostenere la finanziarizzazione spinta del capitale oppure se non sia uno strumento organicamente interno al capitalismo, sia esso di mercato o di stato.

Per Gallino il neoliberalismo è “lo stadio supremo dell’egemonia delle classi dominanti”; da “leninista” e “gramsciano” si chiede cosa sarebbe necessario allora per contrastare questa situazione e si risponde (a pag 267) “ci vorrebbe una rivoluzione”

Da cosa cominciare in questo processo rivoluzionario? Qui l’elenco, tratto da Harvey (“L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza”  2011),  è piuttosto lungo:

  • le concezioni mentali
  • il rapporto con la natura
  • la vita quotidiana e i comportamenti riproduttivi
  • i rapporti sociali
  • le tecnologie e le forme organizzative
  • i processi lavorativi
  • la conquista e la trasformazione radicale delle istituzioni

Occorre quindi un nuovo modello di società.

Per sé Gallino si riserva il compito di partecipare a una battaglia contro l’egemonia della ideologia neoliberista “…per costruire qualcosa di meglio a favore dei più deboli” (pag 268)

Dopo l’approfondita parte analitica, l’autore passa ad una parte costruttiva, di proposta.

La premessa è che “ è l’occupazione che genera sviluppo, non il contrario” (pag 271)

Per realizzare questo obiettivo sono possibili quattro strade:

  • nuove invenzioni (che ovviamente non possono essere previste e tanto meno programmate, ma richiederebbero finanziamenti alla ricerca e sviluppo che, invece, nel nostro paese sono stati ridotti);
  • aumento della spesa pubblica attraverso la costruzione di infrastrutture o di armamenti (come Tav, Expo, F 35) commissionati ai privati;
  • creazione di posti di lavoro direttamente da parte dello stato con la partecipazione di enti pubblici e privati;
  • politiche fiscali verso imprese (per stimolare le assunzioni) e verso i privati (per rilanciare i consumi come nel caso degli 80 euro di Renzi).

La seconda e la quarta strada sono quelle scelte dai governi delle larghe intese con i risultati noti.

Gallino, argomentando, opta per la terza strada (job guarantee).

Scrive: “Qualsiasi tentativo di progettare oggi una politica di pieno impiego dovrebbe muovere dal riconoscimento che la grave crisi globale che stiamo attraversando è al tempo stesso una crisi finanziaria, produttiva, politico-sociale ed ecologica.” (pag 289)

Quindi “l’occupazione creata in modo diretto deve essere finalizzata a cambiare il modello produttivo” (ivi).

Ribadendo che la disoccupazione è un male peggiore del debito pubblico e che il lavoro è un diritto primario, Gallino  esemplifica l’intervento diretto dello stato  ricordando i programmi del New Deal di Roosevelt, ma avverte che bisognerebbe orientare “ i flussi di manodopera sia verso settori ad alta intensità di lavoro e di immediata utilità sociale, sia verso professioni che le macchine, per motivi tecnici o per ragioni di costo, difficilmente potranno sostituire.“ (pag. 291)

 Le risorse potrebbero essere trovate attraverso obbligazioni pubbliche accettate per pagare le imposte, la conversione di ammortizzatori sociali in salari o integrazioni salariali, fondi europei, interventi delle casse depositi e prestiti, casse di risparmio, banche pubbliche come le Landesbanken tedesche, imprenditoria sociale, investimenti dei fondi pensione, tassa patrimoniale di scopo (1% oltre i 500 mila euro), prestito nazionale.

Infine bisognerebbe riportare la finanza al servizio dell’economia reale, correggendo i difetti strutturali del sistema bancario dell’UE che è troppo grande, troppo complesso e, per oltre la metà, operante nell’ombra.

Infatti nel 2011 gli attivi finanziari nell’eurozona, escludendo UK, erano pari a tre volte il PIL della zona medesima, mentre negli USA nello stesso anno erano inferiori al 100% del PIL nazionale.

Se si aggiungesse, però, anche la parte in ombra dell’attività finanziaria si arriverebbe a 6 volte il PIL europeo.

I 18 megagruppi finanziari europei controllano migliaia di società in tutto il mondo, non solo finanziarie al punto che “nessuno sa quanto denaro circoli realmente nella UE e quanto sia depositato in qualche angolo dell’eurofinanza” (pag 301).

“Too big to fail” dà un enorme potere alla finanza sulla politica e sulle istituzioni: è quindi necessario, secondo Gallino scomporre i grandi gruppi bancari in unità più piccole e limitare-regolamentare il sistema ombra.

A questo proposito esistono già ipotesi di riforma del sistema finanziario in UK, Francia e Germania, mentre non ce n’è nessuna, ovviamente, in Italia.

L’ipotesi di riforma inglese, in particolare, “ si limita alla creazione di uno ‘steccato’ (ring fence) legale e organizzativo il quale separi entro una banca, o entro una società che controlla delle banche, le attività commerciali di deposito e prestito dalle attività di investimento svolte per conto proprio.” (pag 306)

Nel frattempo la BCE intende aumentare la sorveglianza sulle prime 200 banche dell’eurozona e obbligarle ad aumentare il capitale per ridurre la leva bancaria  e rendere così gli istituti di credito più solidi.

“Joe Nocera (giornalista del NYT) …ha compendiato lo scopo di una riforma finanziaria nella battuta ‘bisogna rendere nuovamente noiosa l’attività bancaria’” (pag 317)

Per Gallino gli interventi dovrebbero essere più radicali:

rendere drastica la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento;

  • vietare la collocazione fuori bilancio di qualsiasi forma di attivo o di passivo per impedire la creazione di veicoli sponsorizzati;
  • regolare i derivati obbligano ad effettuare transazioni solo su piattaforme regolamentate; divieto di produrre e negoziare derivati senza che una delle controparti sia in possesso del sottostante; divieto di produrre i CDS (certificati di protezione del credito) che permettono di scommettere sui guai finanziari di terzi; divieto di produrre derivati che favoriscano l’aumento dei prezzi dei generi alimentari di base o le pratiche ambientale disastrose (come il fracking);
  • ridurre le dimensioni della finanza ombra e regolarne l’attività;
  • vietare la cartolarizzazione dei prestiti erogati (CDO) e limitare quella che li trasforma in semplici titoli commerciali;
  • limitare drasticamente il potere delle agenzie di valutazione, eliminando il conflitto di interesse che le lega alle società finanziarie;
  • eliminare o delimitare fortemente il potere delle banche private di creare denaro; eliminare la possibilità di concedere prestiti non coperti da depositi o da capitale proprio.

In buona sostanza occorre nazionalizzare il denaro (non le banche), partendo dal concetto che la moneta è un bene comune e che il potere monetario dello stato  deve essere garantito rendendolo indipendente dal governo e dal parlamento.

Bisogna “riportare la finanza al servizio dell’economia reale”: a questo proposito uno studio inglese ricorda che “le banche non soltanto creano denaro dal nulla”, ma “svolgono pure un ruolo decisivo nel selezionare gli scopi ai quali i crediti che concedono sono destinati” (pag 327).

Chi può esercitare un tale controllo? Certamente non un ente centrale. Lo studio inglese cita invece il caso delle Sparkassen tedesche (casse di risparmio locali) che sono più di 450 e coprono il 70% del settore (mentre nel UK le piccole banche locali pesano per appena l’1%).

“I loro dirigenti e funzionari conoscono tutti nella loro zona  a cominciare dai titolari delle piccole e medie imprese. Sono quindi perfettamente in grado di stabilire, documenti del richiedente alla mano, se il credito richiesto è destinato ad un investimento produttivo oppure ad una transazione speculativa” (pag 328).

A questo proposito può essere interessante conoscere i dati relativi alle imprese piemontesi rilasciati al 1° luglio di quest’anno dall’ABI.

Nel 2013 le aziende piemontesi hanno “risparmiato” 17,7 miliardi di euro (+8,1% rispetto al 2012) tenendoli in conti di deposito e altri 15 miliardi di euro collocandoli in investimenti finanziari (+8,3% rispetto al 2012).  Tra questi ultimi sono diminuiti rispetto all’anno precedente i Buoni del tesoro (-2,7%), le obbligazioni bancarie (-12,7%) e le altre obbligazioni (-9,3%); sono invece aumentati le azioni (+19%) e i fondi (+19,6%).

Questi dati sono particolarmente preoccupanti se messi a confronto con quelli sulla disoccupazione nell’area piemontese: i disoccupati sono, infatti, aumentati del 230% rispetto al 2007; i giovani (15-24 anni) erano disoccupati nella misura del 31,9% nel 2012; nel 2013 la percentuale è salita al 40,2% (nella sola provincia di Torino oltre il 46%). Infine la cassa integrazione nel 2013 è aumentata del 356% rispetto al 2008.

Non solo quindi è opportuno limitare e regolamentare l’attività finanziaria; non solo occorre ridimensionare la grandezza delle banche per evitare il ricatto del “too big to fail” (troppo grandi per fallire) non solo bisogna riportare l’attività finanziaria al servizio dell’economia reale, ma è necessario anche costruire banche legate al territorio e alle sue esigenze occupazionali, economiche e creditizie.

Al lettore ammirato per l’analisi approfondita di Gallino e per le sue proposte radicali non resta che porsi l’ovvia domanda: quale forza politica in Europa è oggi in grado di praticare efficacemente queste proposte ?

Ma forse basta leggere la citazione che Gallino  pone tra le altre sotto il titolo del suo libro: è una frase di Tietmeyer, all’epoca presidente della Bundesbank, al forum di Davos del 1996.

Diceva Tietmeyer: “ A volte ho l’impressione che la maggior parte dei politici non abbia ancora capito quanto essi siano già oggi sotto il controllo dei mercati finanziari, e siano persino dominati da questi”.

RB,luglio.2014

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