La crisi dell’Unione Europea e la ricerca di un’alternativa per l’Europa.

di Riccardo Barbero.

 

Le recenti elezioni politiche in Irlanda (EIRE)  hanno visto una sonora sconfitta dei partiti di governo: il Fine Gael e il Labour Party avevano complessivamente 99 seggi (venti oltre la maggioranza necessaria per governare) e ora si ritrovano con soli 55 seggi nel nuovo parlamento eletto, impossibilitati a governare ancora.

Si tratta dell’ennesima sconfitta di un governo che abbia attuato la politica di austerità voluta dalla commissione europea per fronteggiare la crisi iniziata nel 2008: è successo dapprima in Grecia, poi in Portogallo e in Spagna.  Ora si ripete in Irlanda.

Queste sconfitte elettorali, che di per se stesse non garantiscono purtroppo un cambiamento di  prospettiva della direzione economica, come si è visto in Grecia, sono un segnale evidente del fallimento della politica europea.

Quest’ultima si è basata e continua a basarsi su due posizioni di principio: il monetarismo nella definizione delle regole di gestione dell’economia e il liberismo per quanto riguarda il rapporto tra stato e mercato.

Secondo i monetaristi l’inflazione è sempre e comunque un fatto monetario e perciò è sempre controllabile attraverso l’azione delle banche centrali: per questo la BCE di Mario Draghi continua a immettere enormi quantità di denaro (quantitative easing) nella speranza (evidentemente infondata visti i dati reali) di riportare l’inflazione a un livello considerato ottimale per promuovere la crescita del PIL e per ridurre il peso del debito pubblico.

Eppure lo stesso Milton Friedmann, che del monetarismo moderno è  stato il teorico principale, disse in un un’intervista al Financial Times nel 2003 “l’uso della quantità di moneta come obiettivo non è stato un successo……non sono sicuro che oggi la incoraggerei con la stessa forza con cui l’ho fatto in passato.”

Il liberismo ritiene che il mercato debba essere lasciato libero di agire e che gli stati debbano solo provvedere a sostenerlo favorendone la crescita e lo sviluppo: secondo von Hayek – teorico del liberismo moderno – il potere dello Stato deve essere perciò ridotto al minimo per evitare ingerenze lesive della libertà del cittadino e la costituzione di caste-gruppi oligarchici al potere.

Per questo in tutta Europa la spesa pubblica è stata ridotta, con effetti nefasti sul welfare, e gli stati sono stati incoraggiati a disfarsi del loro patrimonio procedendo ad assurde privatizzazioni che hanno favorito solo i gruppi oligarchici al potere, appunto.

I risultati di queste due posizioni di principio – l’economia non è e non sarà mai, infatti, una scienza “esatta” come la fisica, semmai una componente rilevante delle discipline sociali – sono sotto gli occhi di tutti: un’enorme finanziarizzazione dell’economia e una crescita rapidissima della disuguaglianza sociale di reddito, di patrimonio e di diritti.

Si tratta, come scriveva Gallino, di un’esplicita lotta di classe condotta dalle classi dominanti contro i lavoratori e le altre classi popolari.

Inoltre l’Unione Europea si distingue anche per una maggiore ottusità nel perseguire questa politica di classe rispetto alle scelte più moderate messe in atto dagli USA di Obama.

Per questo la crisi “picchia più duro“ in Europa che negli Stati Uniti e alimenta a livello internazionale una depressione di lunga durata insieme ad altri fattori, come la guerra del petrolio che contrappone l’Arabia Saudita (il principale produttore) agli USA e al Canada, da un lato, per mettere fuori mercato lo shale oil e, dall’altro, all’IRAN all’interno di un conflitto crescente per la leadership dell’area mediorientale.

All’interno della UE l’Italia è in prima linea nel sostenere questa politica economica contro i lavoratori, forse più per il provincialismo della nostra classe politica che per un fondato convincimento ideologico: sono stati i nostri parlamentari ad aver messo in Costituzione il pareggio di bilancio con una maggioranza così ampia da evitare il referendum confermativo, mentre i conservatori dell’UK se ne sono ben guardati; sono stati tutti i nostri governi degli ultimi  anni (di centro destra, tecnici, di centro sinistra, del partito della nazione) a rifiutare il bail out delle nostre banche più deboli (tirarle fuori dai guai con il sostegno esterno dello stato, come hanno fatto Obama e la Merkel) per ridursi ora al loro bail in (salvataggio interno a spese dei correntisti); sono i nostri governi di tutti i tipi e a tutti i livelli (nazionali, regionali e comunali) che hanno gestito e gestiscono una politica di riduzione della spesa pubblica (patto di stabilità interna) e di cartolarizzazione (cioè svendita) dei beni pubblici.

Come sappiamo e vediamo tutti i giorni sui mezzi di comunicazione, la globalizzazione dell’economia, la sua crisi che dura ormai da otto anni senza che emergano concrete vie d’uscita, le difficoltà crescenti dei paesi cosiddetti emergenti, il tentativo fallimentare delle nazioni europee (Francia e UK in primo luogo) e degli USA di abbattere i regimi nazionalisti in Medio Oriente e nel nord Africa per inserire quei paesi nel mercato globale, le guerre che quei tentativi hanno scatenato e stanno per scatenare hanno ulteriormente incrementato i flussi migratori dal Medio Oriente verso l’Europa.

Quello dell’immigrazione è, dunque, un altro importante fattore di crisi dell’UE: l’Europa registra un forte invecchiamento della popolazione dovuto sia al prolungamento della vita media, sia alla caduta demografica; essa avrebbe quindi bisogno di incrementare la sua forza lavoro soprattutto in quei paesi come la Germania e l’Italia che hanno ancora un peso significativo dell’industria.

L’immigrazione, seppur controllata e qualificata, avrebbe quindi un ruolo positivo per la vecchia Europa, ma la quantità e la qualità dell’immigrazione attuale invece di rispondere positivamente a un bisogno reale del capitalismo fa esplodere fenomeni di intolleranza e di razzismo e crea problemi gravi di gestione dei flussi, evidenziati dai muri edificati ad est (Ungheria, Macedonia)  e dalle iniziative di rapina verso i migranti a nord (Svezia, Olanda, Danimarca).

Le recenti elezioni in alcuni lander tedeschi hanno confermato la difficoltà a gestire una politica dell’immigrazione anche nel paese economicamente più forte dell’UE: ha avuto un buon successo, infatti, il nuovo partito della destra (AfD), mentre CDU, SPD e Grunen hanno ottenuto risultati alterni, ma complessivamente inferiori alla precedente tornata elettorale; anche la Linke ha registrato una netta sconfitta.

Un terzo fattore di indebolimento dell’Unione Europea è determinato dalla crisi politica che investe non solo le istituzioni europee, ma ancor più quelle dei singoli stati: si è già detto dei risultati elettorali che in molti paesi hanno premiato partiti o movimenti che hanno espresso critiche non solo alla politica economica della UE, ma anche alle tradizionali forze politiche e alla loro gestione delle istituzioni rappresentative. Inoltre bisogna aggiungere che spesso queste critiche si accompagnano anche alla presenza di un forte astensionismo elettorale da parte di cittadini che hanno perso ogni fiducia nella democrazia rappresentativa.

La situazione europea è il prototipo della crisi della democrazia liberale  e delle risposte sbagliate che sono state date a questa crisi.

Henry Steele Commager , uno storico liberale americano, ha scritto già nella seconda metà del XX secolo con un tono al tempo stesso trionfale e autocritico: “Abbiamo praticamente inventato ogni grande istituzione politica che possediamo e da allora ci siamo fermati. Abbiamo inventato il partito politico, la democrazia e il governo rappresentativo. Abbiamo inventato la prima magistratura indipendente della storia…abbiamo inventato il controllo giudiziario. Abbiamo inventato la superiorità del potere civile su quello  militare. Abbiamo inventato la libertà di religione, la libertà di parola, la carta dei diritti. Bene potremmo continuare all’infinito…Una bella eredità. Ma da allora [dal XVIII sec. ndr] che cosa abbiamo inventato di importante, paragonabile?”

Dopo la fine dei trent’anni gloriosi (1945 – 75) e con l’avvento delle politiche monetariste e liberiste in economia, le oligarchie al potere hanno risposto ai segnali di crisi della democrazia liberale soprattutto in termini di governabilità o di governance, cioè di rafforzamento del centro decisionale istituzionale in stretto rapporto alle esigenze dei grandi poteri economici.

All’interno di questo processo i partiti si sono progressivamente trasformati, abbandonando il loro ruolo pedagogico verso i cittadini e la loro presenza nella società per diventare esclusivamente macchine elettorali che puntano al governo.

Anche oggi persino all’interno dell’area che da sinistra si oppone alle politiche liberiste si sentono espressioni che sottolineano il ruolo di governo: “siamo una sinistra di governo”, “ci candidiamo per il governo” quasi che questo sia l’unico e il principale compito di una forza politica.

Invece la crisi della democrazia liberale è principalmente una crisi di rappresentanza: le sue istituzioni non sono più sentite, soprattutto dalla parte più debole della società, come strumenti efficaci per rappresentare i bisogni, le aspettative e le speranze di chi vive o vorrebbe vivere dignitosamente del proprio lavoro.

In un libro (“Corso urgente di politica per gente decente”), per altro prolisso e ridondante fin dal titolo, uno degli ideologi di Podemos (Juan Carlos Monedero) scrive giustamente che lo stato nazionale è ormai troppo piccolo per riuscire a contrastare il potere delle grandi centrali economiche e finanziarie globalizzate  e, al tempo stesso, troppo grande per occuparsi realmente ed efficacemente dei territori e delle condizioni di vita di coloro che li abitano.

Vi sono grandi stati nazionali europei sottoposti a forti spinte centrifughe (Spagna, Belgio e Regno Unito); vi sono reazioni nazionalistiche e fasciste a questo stato di crisi (Ungheria, Polonia, ovest Ucraina); vi sono addirittura proposte preborghesi e precapitalistiche  nei paesi islamici (califfato).

La crisi degli stati nazionali trascina con sé anche le forme federative e genericamente associative che si sono sviluppate dopo la seconda  guerra mondiale, come appunto l’Unione Europea e l’ONU.

Di fronte a questi gravi fattori di crisi dell’unità europea emergono nel dibattito generale tre tipi di posizioni.

La tendenza che più apertamente si manifesta è quella di un ritorno all’Europa delle nazioni: è il senso dello scetticismo anglosassone che alimenta la schiera dei fautori della cosiddetta Brexit, ma è anche la posizione di alcuni regimi autoritari dell’est come in Ungheria e in Polonia.

Per questi paesi il fattore scatenante è la questione della gestione dei migranti e il timore dei ceti meno abbienti di vedersi indeboliti sul mercato del lavoro e nel welfare dalla presenza di un numero rilevante di stranieri. Questi stati inoltre si sentono meno vincolati perché non appartengono all’area euro e di fronte alla crisi economica si considerano meglio tutelati da una moneta nazionale.

In particolare nei paesi dell’est anche una parte del potere economico nazionale, che si è formato dal 1989 e che non è ancora entrato pienamente nei processi di globalizzazione economica, è spinta ad assumere posizioni di difesa nazionale rispetto alla politica sia economica, sia migratoria dell’UE.

Nel Regno Unito, invece, le posizioni antieuropee dell’Inghilterra rischiano di alimentare ulteriormente il processo disgregativo nazionale (che vede già un forte indipendentismo scozzese) e di non rispondere agli interessi della City londinese.

Una seconda tendenza meno appariscente, ma più consistente perché legata alle grandi centrali economiche e finanziarie internazionali, è stata espressa dai  governi francese e tedesco e dal governatore della BCE: essa punta a un potenziamento della attuale struttura di governo e di comando della UE, attraverso l’unificazione dei ministeri economici. Non è casuale che siano questi due paesi, che da sempre sono stati il motore politico ed economico del processo di unificazione europea, a esprimere questa posizione. Ma anche per questo aspetto non mancano le contraddizioni: sia Merkel e sia soprattutto Hollande devono fare i conti con un quadro politico interno dove si esprimono tendenze populiste di estrema destra. Inoltre nei paesi minori che fanno parte dell’area dell’euro, come si è detto all’inizio, alcuni governi allineati sulla politica della commissione europea sono stati pesantemente sconfitti alle recenti elezioni.

Una terza tendenza che si è espressa nel nostro paese, forse più che altrove, è quella di un rilancio idealistico dell’Unione Europea: l’hanno sostenuta esplicitamente sia la presidente della Camera Laura Boldrini, sia Eugenio Scalfari, ma probabilmente è diffusa nel nostro ceto politico-intellettuale. Il riferimento, che questi e altri commentatori hanno fatto ai padri fondatori e al manifesto di Ventotene, naturalmente rispettabile,  risulta un po’ retorico e si presta a una strumentalizzazione in favore della seconda tendenza: non casualmente Renzi si è recato sulla tomba di Spinelli e ha promesso di trasformare il carcere abbandonato in un centro di studi europei.

E’ del tutto evidente, però, che il manifesto di Ventotene non può essere preso in considerazione se non attualizzandolo rispetto alle mutate condizioni del presente sia dal punto di vista politico, sia a maggior ragione tenendo conto del processo di globalizzazione economica.

Per altro Renzi, mentre porta i fiori sulla tomba di Spinelli, non perde occasione per criticare le posizioni della commissione europea e per rivendicare l’autonomia del governo italiano che avrebbe fatto più di altri ( e probabilmente è purtroppo vero) per realizzare la rigida politica liberista voluta da Bruxelles, dimostrando in realtà di non avere proprio alcuna autonomia.

Il presidente del consiglio italiano alza la voce sfruttando l’attuale debolezza politica di Merkel e Hollande e le tendenze reazionarie che si esprimono a est, ma lo fa strumentalmente, senza avere alcun disegno alternativo, solo per cercare di ottenere qualche autorizzazione a violare i patti di bilancio e a procedere a qualche distribuzione elettoralistica in Italia.

La tendenza “idealistica” è però presente anche alla sinistra del PD seppur con toni e accenti diversi: per esempio nel recente convegno “Cosmopolitica” che si è svolto all’EUR di Roma per lanciare l’avvio del percorso di costruzione di un nuovo partito di sinistra in Italia, alcuni intervenuti nel dibattito sull’Europa hanno fatto riferimento al manifesto europeista di Spinelli oppure hanno sollecitato le diverse forze di sinistra europee presenti (Gauche di Melenchon in Francia, Syriza in Grecia, Bloco de esquerda in Portogallo, gli indipendentisti catalani di sinistra) a una strategia più nettamente unitaria a livello europeo. Lo stesso Cofferati, pur rivendicando a sè il pragmatismo dei riformisti ( sostenendo che occorra non uscire dall’euro, ma rivendicare la riscrittura dei trattati), ha comunque chiesto ai sindacati e ai partiti di sinistra di fare un salto politico e organizzativo in avanti in una dimensione europea, per rilanciare l’Europa.

La prima, forse perfida, impressione è che chi cita oggi Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi in realtà non abbia letto il Manifesto che essi hanno scritto nel 1941 con Eugenio Colorni e meno ancora che sia al corrente del dibattito europeista di quegli anni tra gli antifascisti italiani : Silvio Trentin, Duccio Galimberti, gli esponenti valdesi e valdostani della Resistenza che scrissero la Dichiarazione di Chivasso del 1943.

Il Manifesto di Ventotene forse anche perché fu il primo testo “europeista” e  perché fu scritto in una situazione di isolamento carcerario focalizza la propria critica sul nazionalismo espresso dagli stati (dalla Germania e dall’Italia in particolare) e propone di superarlo con la costruzione di una federazione europea. Esso, però, non dice nulla sulla struttura degli stati federati e  nel delineare i compiti del “partito rivoluzionario” sottolinea l’aspetto centralistico ed elitario dell’organizzazione e afferma in conclusione: “attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia”.

Tutti gli altri antifascisti citati in precedenza muovono da una posizione nettamente federalista e autonomista interna al nuovo stato italiano per collocarlo in un’ottica europea: Silvio Trentin propone una struttura federale con larghe autonomie territoriali e persino con una doppia moneta, una per uso interno e una per gli scambi internazionali. Egli scrive nel suo “Abbozzo di un piano costituzionale per la rivoluzione federalista” dettato nel 1944 al figlio Bruno: “ L’Italia è una repubblica federale e rivendica, in questa sua qualità, la dignità e il titolo di membro fondatore della Repubblica europea”.

Galimberti nel suo “Progetto di costituzione confederale europea ed interna” scritto nel 1942-43 con Antonino Rèpaci arriva addirittura a proporre il divieto di costituzione dei partiti considerati espressione e al tempo stesso fautori dello stato centralistico.

Gustavo Zagrebelsky nel commentare questa sorprendente posizione diametralmente opposta a quella di Spinelli scrive: “…l’ostilità nei confronti dei partiti politici accomunava i due autori [Galimberti e Rèpaci ndr] del Progetto a Trentin e a Olivetti. La ragione consiste in questo: i partiti per come si erano andati formando nella storia d’Italia, esprimevano una logica politica centralistica e, in un certo senso, dal centro ribadivano la sovranità dello Stato, contraddicendo la logica federalista. (…) Soprattutto tali progetti federalistici si basavano su una diversa concezione della rappresentanza. Ciò è particolarmente evidente nel testo di Trentin, dove tutta l’architettura costituzionale è impiantata su quelli che egli denominava i “centri di vita collettivi” che, dal basso verso l’alto, inglobano le energie e le attività individuali nelle diverse sfere di esperienza sociale. Tale impostazione trova riscontro nel progetto di Adriano Olivetti, dove tutto è incentrato sulla vita delle “comunità” le quali, a partire da quelle legate al territorio dove si svolgono le attività concrete della vita, vanno via via a costruire organismi sempre più vasti, allargando l’ambito d’azione di quelli meno vasti, integrandone l’attività e l’esperienza. In questo quadro, ascrivibile a visioni organiche della vita collettiva, non c’è evidentemente posto per i partiti: non per ragioni contingenti legate ai difetti e alle deviazioni che già allora potevano essere – ed erano – viste e denunciate, ma per ragioni di principio. Di questa concezione della “unità federale, inconciliabile con la presenza dei partiti come strutture politiche centralizzate è testimonianza ‘Democrazia senza partiti’ di Adriano Olivetti”.

Infine nella Carta di Chivasso scritta da Emile Chanoux, Ernest Page, Osvaldo Coisson, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel e Mario Alberto Collier, denunciando l’oppressione politica, la rovina economica e la distruzione della cultura locale delle vallate alpine determinate dal malgoverno accentratore fascista secondo il “motto brutale e fanfarone di ‘Roma doma’”, si afferma che “il federalismo è il quadro più adatto …..e rappresenta la soluzione dei problemi delle piccole nazionalità e minori gruppi etnici….garantendo nel futuro assetto europeo l’avvento di una pace stabile e duratura.”

E’ evidente in tutte queste posizioni europeiste, a esclusione di quella per lo meno iniziale di Spinelli, che fu successivamente forse rielaborata in termini sensibilmente diversi, una visione democratica federalista non solo a livello europeo, ma anche all’interno della situazione italiana.

L’Italia e gli altri stati europei percorsero, invece, tutt’altra strada nel dopoguerra per una serie di motivi (che non occorre qui analizzare) e soprattutto a causa della guerra fredda tra i due blocchi.

Oggi, nel momento in cui registriamo la crisi acuta dell’Unione Europea per come essa è stata edificata a partire dalla ricostruzione degli stati nazionali, bisogna accompagnare la critica al centralismo antidemocratico della Commissione di Bruxelles con la ripresa di un’analisi critica dell’organizzazione interna degli stati nazionali e di quello italiano in particolare.

Per noi in Italia questo è tanto più urgente di fronte alle modifiche costituzionali introdotte dal governo Renzi: un notevole rafforzamento del potere esecutivo a discapito di quello legislativo, un sistema elettorale “ultramaggioritario” e  una ripresa di centralismo statale a discapito delle autonomie locali.

Le ragioni di una ripresa della proposta federalista democratica in Europa e all’interno dei singoli stati sono molteplici e non riguardano solo il campo strettamente politico, ma anche quello culturale, sociale, economico e ambientale.

Occorre oggi, infatti, una “coscienza di luogo” come titola Giacomo Beccattini il suo ultimo recente libro, sia per valorizzare il patrimonio culturale del territorio in cui si vive, sia per difenderne l’equilibrio ambientale, sia ancora per rafforzarne le radici economiche e sociali.

Nella sua specificità la bassa Val di Susa è un esempio di affermazione di coscienza di luogo: nella lotta contro la TAV  si contrappongono, infatti, gli abitanti con le loro radici culturali, storiche e socioeconomiche, da un lato, e i disegni centralistici di un utilizzo del territorio finalizzato a presunti interessi superiori, dall’altro.

Affermava in un suo ultimo scritto Vittorio Rieser: “La coscienza del proletariato non si forma solo attraverso l’esperienza della propria condizione, ma anche attraverso le esperienze di lotta – e, su ambedue questi livelli, interviene l’interazione con le organizzazioni del proletariato stesso. In assenza o debolezza di questa interazione, l’elaborazione a partire dall’esperienza di condizione e di lotta rimane al livello di senso comune, cioè di elaborazione spontanea ed approssimativa, e non di coscienza di classe, cioè di elaborazione più sistematica e politica.”

Analogamente si potrebbe dire della coscienza di luogo: quello che oggi sembra mancare alle tante situazioni di territori che cercano di contrastare la distruzione dell’ambiente naturale, culturale, sociale ed economico (si pensi al problema della trivellazione dei nostri mari) non è  certo né l’analisi della situazione concreta, né la volontà e la capacità di lotta, quanto piuttosto un’elaborazione politica della loro condizione all’interno di una prospettiva di più ampio respiro.

Certamente coscienza di classe e coscienza di luogo s’intrecciano secondo modalità che vanno investigate caso per caso, ma ovunque si nota una contrapposizione crescente tra gli interessi di classe e di luogo e quelli di un capitalismo globalizzato e finanziarizzato che pratica una sorta di deterritorializzazione totale.

Ciò che sembra nettamente venir meno rispetto alle analisi e alle teorie politiche del passato è l’idea che esista una centralità sociale di per sé data dalla collocazione all’interno dei rapporti di produzione (come la centralità della classe operaia nell’epoca fordista): oggi l’egemonia politica all’interno di un blocco sociale che si esprime a difesa del territorio è costruibile infatti solo sui reali comportamenti di lotta e sulla capacità di organizzazione sociale e politica.

La ripresa di una battaglia federalista in Italia  e in Europa è oggi tanto più attuale non solo perché si tratta di opporsi al capitalismo globalizzato e finanziarizzato, ma anche perché lo richiede la difesa ormai urgentissima dell’ambiente e le scelte produttive in agricoltura.

Scrive Carlo Petrini a proposito dell’agricoltura massiva industrializzata sostenuta dalla chimica di sintesi: “Come se riproponendo in campagna i modelli della fabbrica si potesse davvero creare un ambiente isolato dal “qui ed ora”, simile a quello delle fabbriche. Ma l’agricoltura dialoga con la natura e in natura solo la diversificazione protegge dal rischio. Questo lo sanno bene e lo praticano le agricolture tradizionali che hanno sempre visto nella variabilità delle produzioni l’unica forma possibile di assicurazione contro l’imprevisto”.

Considerazioni analoghe si possono fare a proposito della cura sociale e sanitaria delle persone che non può prescindere dalla situazione specifica di ogni territorio e non può essere modellizzata su standard volti esclusivamente alla minimizzazione dei costi pubblici e alla massimizzazione dei profitti privati.

La stessa industria è destinata a svilupparsi secondo due filiere molto diverse: una  costruita sulla forte concentrazione di capitale e sulla globalizzazione dei processi produttivi (esattamente come  l’agricoltura industrializzata) finalizzati al mercato mondiale massificato e l’altra fondata sulle produzioni territorializzate perché costruite su competenze e conoscenze radicate sul territorio e perché finalizzate a mercati locali e/o di nicchia.

L’innovazione tecnologica (fabbrica 4.0) investe e investirà ancora di più entrambe le filiere, ma mentre nella prima sarà soprattutto orientata dal capitale a risparmiare lavoro e a svalutarlo, nella seconda potrà essere utilizzata in termini diversi se si svilupperà una mobilitazione sociale e politica adeguata: da questo punto di vista la struttura produttiva di un paese manifatturiero come l’Italia che vede nettamente prevalere piccole e medie unità produttive potrebbe essere un fattore positivo.

Nel momento in cui ci si accinge a dare avvio alla campagna per i referendum contro le modifiche della Costituzione e contro la nuova legge elettorale, c’è un’evidente ragione in più per riproporre al confronto politico italiano ed europeo una visione federalista e autonomista delle istituzioni democratiche.

La crisi della democrazia liberale, degli stati e dei partiti mette in evidenza un deficit impressionante di rappresentanza dei lavoratori e dei ceti popolari: l’insofferenza rispetto al ceto politico, il forte astensionismo elettorale,  la mancata partecipazione alla vita dei partiti e dei sindacati sollecitano un profondo ripensamento delle forme di rappresentanza elaborate dal movimento operaio nella direzione della ricostruzione di istituzioni di democrazia sui territori fondate sulla critica della democrazia delegata attraverso modalità di controllo sui rappresentanti (vincolo di mandato, forme miste di rappresentanza) e sull’affermazione di forme di democrazia diretta.

21.03.16          Riccardo Barbero

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