Riforma Costituzionale/Elettorale e PD

la-vera-seconda-repubblica-2306Presentiamo qui una breve sintesi del Capitolo Quattro del saggio recentemente uscito “La vera Seconda Repubblica” a firma di Nadia Urbinati (politologa, docente di Teoria Politica presso la Columbia University, neo-eletta Presidente di Libertà e Giustizia) e David Ragazzoni (suo collaboratore alla Columbia University). Un saggio che offre una lucidissima ricostruzione del lungo percorso che ha portato alla introduzione della Legge Elettorale (Italicum) ed alla revisione della Costituzione (sottoposta al prossimo referendum di Ottobre), un combinato riformista visto dai due autori come la vera e completa attuazione della Seconda Repubblica. Nell’invitare alla sua lettura integrale abbiamo ritenuto interessante proporre la sintesi della sua parte conclusiva non solo perché utile a capire il quadro politico complessivo che ha consentito, e prodotto, queste riforme, ma anche perché offre importanti elementi di riflessione sulla recente evoluzione del maggiore partito della sinistra italiana e, di conseguenza, in generale sulla “forma partito” ai nostri giorni.

Da “La vera Seconda Repubblica”

di Nadia Urbinati e David Ragazzoni

Sintesi del conclusivo Capitolo 4

 

  • Nel momento in cui la nuova Costituzione, con il combinato della nuova Legge Elettorale, stabilisce un rapporto diretto tra voto e Governo, rendendo in gran parte marginale il ruolo del Parlamento, diventa ovviamente centrale il ruolo dell’Esecutivo, del primo Ministro, del partito che lo esprime.
  • In termini tecnici classici si può dire che il sistema politico italiano passa dal modello “pluripartitico” ad uno di “governo di partito o di Gabinetto”.
  • Per meglio comprendere i risvolti di questa evoluzione non basta quindi riflettere sull’architettura istituzionale e sui meccanismi elettorali perché, come ovvia conseguenza, diventa centrale il sistema dei partiti che concorreranno per un Esecutivo così rafforzato.
  • La pluralità di partiti è sempre stata garanzia di reciproca limitazione e di freno contro l’eccesso di monopolizzazione da parte di una sola componente. In effetti una corretta lettura degli ultimi decenni consente di cogliere che il perfezionamento del percorso di modifica costituzionale si è reso sempre più possibile man mano che il pluralismo partitico italiano perdeva consistenza e si assottigliava.
  • Quanto si è verificato in Italia, fatta la tara ad alcune innegabili specificità, è peraltro in linea con il più ampio quadro delle democrazie occidentali: la perdita di credibilità, e di consensi, dei partiti di massa “classici” ha accentuato il ruolo del leader ponendolo al centro delle meccaniche di partito e della stessa battaglia elettorale.
  • In Italia questo aspetto, evidente fin dal loro sorgere per i nuovi partiti nati dalle ceneri di quelli precedenti (ad es. Forza Italia e Lega), si è materializzato compiutamente nel campo della sinistra italiana con il fallimento del Governo Prodi nel 2008 e con la fine dell’esperienza collegiale dell’Ulivo.
  • Il successivo formarsi, seppure contraddittorio, di un sistema bipolare, DS/PD – Forza Italia/PDL – basato per l’appunto sulla nuova centralità della leadership, è stata la base per avviare e, referendum consentendo, definire una revisione del sistema elettorale mirata al rafforzamento dell’Esecutivo e del ruolo del Primo Ministro (modello Westminster inglese).
  • E’ però possibile sostenere che, per il maggior partito della sinistra italiana, il transito verso questa nuova configurazione è stato più articolato completandosi solo nel 2013; vale quindi la pena di meglio capire i passaggi attraverso i quali si è definita questa evoluzione, che si è snodata, sostanzialmente, in tre fasi; il PD infatti:
  1. nasce nel 2007 come “partito leggero” a vocazione maggioritaria come risposta al tramonto dei “partiti pesanti”
  2. dal 2009, con il passaggio da Veltroni a Bersani, sembra riacquisire una fisionomia di “partito collettivo” , di comunità, presentata come alternativa al leaderismo spinto del centro-destra
  3. dal 2013 e dalla vittoria alle primarie di Renzi si riappropria della vocazione maggioritaria e accentua il ruolo del leader fino ad essere il motore dei processi di riforma della legge elettorale e costituzionale nel senso del forte rafforzamento dell’Esecutivo e del premier
  • Un processo durato quindi circa dieci anni e che ha indubitabilmente prodotto, in un quadro partitico sempre più in via di liquefazione, un partito che poggia quasi esclusivamente sull’attivismo del suo leader ma che si è innegabilmente molto indebolito nella sua struttura.
  • Questa situazione, nel suo tradursi in legge elettorale e nuovo assetto costituzionale, implica la sua estensione in un premierato forte con un partito debole (fenomeno perlomeno particolare visto che il corrispondente modello Westminster assegna al Primo Ministro un ruolo centrale, ma lo bilancia con il potente contrappeso del partito di appartenenza, che può persino, quando circostanze lo richiedano, portare alle sue dimissioni) diventando così più simile al modello francese gollista (De Gaulle non apparteneva in modo organico a nessun partito “storico”). Un modello analogo a quello definito in alcuni studi come “monarchia repubblicana”.
  • Va detto però che la personalizzazione del PD, per quanto risultante da un processo quasi decennale, articolato, come visto in precedenza, su fasi diverse, era già potenzialmente presente non solo nelle caratteristiche statutarie decise alla sua fondazione, ma nelle dinamiche stesse che hanno portato alla sua nascita.
  • Il discorso tenuto nel Giugno 2007 da Veltroni, primo Segretario PD, al congresso di fondazione, prefigurava in modo netto un partito, svincolato da ogni precedente ideologia, che punta in modo trasversale e con natura maggioritaria, in un sistema che si presume compiutamente bipartitico, a conquistare il più ampio consenso elettorale. I cittadini sono visti, in questa ottica come semplici “elettori-consumatori” attenti a scegliere al mercato del voto l’offerta politica migliore
  • Nello stesso discorso già echeggia un esplicito richiamo al rafforzamento dell’esecutivo là dove Veltroni definisce la democrazia come “ascolto, condivisione, ma alla fine decisione”, e là dove immagina un Parlamento che controlli, indirizzi, ma non pretenda di essere esso stesso governo assembleare
  • Difficile non cogliere, nel discorso che battezza la fondazione del PD, un disegno oggi portato a compimento dalle riforme renziane
  • Per restare nell’ambito della forma partito che il PD intende darsi diventa centrale la modalità per la scelta del segretario. Coerentemente con il percorso strategico che fin dal suo nascere intende perseguire, tra le due opzioni storiche fin lì seguite, a sinistra il “centralismo democratico” – a destra(centro) l’accordo fra le diverse anime (correnti), per il neonato PD la scelta è resa quasi obbligata dalla fine dell’unità ideologica del vecchio PCI mandata definitivamente in soffitta dalla svolta della Bolognina. Viene infatti scelto un metodo che le utilizza entrambe: una consultazione nella Direzione nazionale, che individua D’Alema, ma anche una elezione fra gli iscritti, che promuove Veltroni.
  • A dimostrazione dell’avvenuta trasformazione in un partito in cui prevale l’aspetto elettoralistico, ed in cui, unificando al suo interno persone di diversa ispirazione, l’unità viene di fatto garantita più che da un comune sentire da comuni regole e procedure, non a caso è Veltroni che diventa il primo segretario del PD
  • Immediatamente dopo il congresso fondativo del Lingotto le ispirazioni strategiche e la nuova concezione di partito “elettoralistico” si formalizzano nello statuto PD del Febbraio 2008. Uno statuto che fissa in modo evidente questa nuova concezione di partito più di elettori che di iscritti, più di votanti che di militanti, un partito ovviamente non più “di classe” ma indistintamente “di tutti”:
  • l’Art. 1 è dedicato ai “Principi della democrazia interna” e parte dalla premessa che il PD è un partito (federale) costituito da elettori ed iscritti (comma 1)
  • ma già al comma 2 si dice che: il PD affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni su indirizzo politico, elezioni delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali. Gli iscritti, citati nel comma 1 scompaiono nel comma 2
  • l’Art. 2 chiarisce poi cosa si debba intendere per iscritti e per elettori: gli iscritti PD sono cittadini (italiani, europei residenti, di altri paesi con permesso di soggiorno) che si registrano nella apposita “anagrafe degli iscritti” oltre che nell’ “Albo pubblico degli elettori”, per essere elettori PD agli stessi cittadini è sufficiente l’iscrizione all’Albo
  • i successivi commi 4 e 5 dell’Art. 2 normano diritti e doveri di ambedue le figure, le quali sono del tutto equiparate per la partecipazione ai momenti decisionali fondamentali, ed in particolare per l’elezione diretta dei Segretari ed Assemblee nazionali e dei livelli territoriali inferiori
  • il successivo Art. 18 comma 2 precisa che alle “primarie” (il metodo adottato per la scelta dei candidati alle cariche istituzionali) possono partecipare gli elettori già registrati nell’Albo ed anche tutti quelli che lo richiedano al momento del voto
  • Emerge chiaramente l’idea di un partito “sciolto” nella società, un borderless party (partito privo di confini) teoricamente componibile da tutti gli elettori italiani. Se è evidente che l’’iscrizione ad un partito rappresenta una adesione ragionata, motivata da idealità e convinzioni sentite, quella di registrarsi come elettore al momento del voto stesso può essere facilmente determinata da motivazioni temporanee e provvisorie.
  • Un altro passaggio che conferma la scelta di un profilo “borderless” è quella della scelta del Segretario nazionale. L’Art. 9, a questo dedicato, in accordo con l’Art. 18, non cita le primarie come metodo per la scelta, affidata alla Assemblea nazionale.
  • E qui sorge un problema di ambiguità: l’Art. 3 comma 1 stabilisce che il Segretario nazionale è proposto dal partito come candidato all’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri, senza specificare quando questa proposta debba essere avanzata
  • Può così succedere che Veltroni, Bersani e Renzi vengano eletti Segretari mentre è già in carica un Governo, ma che Veltroni e Renzi, una volta diventati Segretari, facciano valere da subito la legittimità ad essere indicati come candidati alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (destabilizzando i Governi in carica) e che Bersani al contrario scelga di attendere la normale scadenza elettorale privilegiando quindi in una prima fase la leadership interna
  • Questa situazione mette a nudo la natura personalistica della democrazia interna al PD, un partito che ha, consapevolmente (?), scelta di rendersi vulnerabile al temperamento del proprio Segretario
  • Dato di fatto che si incastra perfettamente con il processo, ad oggi inarrestabile, di liquefazione dei partiti e del loro sciogliersi nel corpo indistinto dell’elettorato puntando tutto sulla personalità attrattiva del leader, e quindi assumendo la forma di partito personale. Ed infine, con il disposto congiunto delle due riforme, elettorale e costituzionale, trasferendo questa visione della democrazia nell’intera architettura istituzionale (nascita della vera Seconda Repubblica)

 

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