Direi di no Desideri di migliori libertà di Enrico Donaggio (Feltrinelli – Giugno 2016) – Invito alla lettura integrale, accompagnato da qualche riflessione, a cura di Elvio Balboni

9788807105197_quartaViviamo in un mondo politico, la pietà scaraventata a mare, la vita è un riflesso, la morte una maschera, ogni banca una cattedrale.

Viviamo in un mondo politico, l’unico a portata di mano è bene ordinato, non ha responsabili tocca crederci e ci crediamo.

Viviamo in un mondo politico, appena svegli ci trasciniamo, cerchiamo l’uscita più comoda, poi restiamo dove stiamo.

Mondo politico,  Bob Dylan (traduzione di Francesco De Gregori)

L’autore ha la capacità di sorprendere, non si tratta di un corposo saggio filosofico, quello che si potrebbe attendere dal docente di filosofia dell’università di Torino, invece nessuna pesantezza, neppure una nota a piè di pagina, la lettura scorre, ci prende, ci porta via una giornata, restituita con un più di leggerezza e consistenza nell’affrontare la nostra vita quotidiana.

Lo stupore si attenua per chi ha avuto modo di seguire qualche suo corso, Donaggio non si limita alla tradizionale lezione frontale, coinvolge gli studenti con relazioni, le sue lezioni si svolgono in orari frequentabili anche da lavoratori-studenti, promuove seminari interdisciplinari con altri docenti, stimola la lettura degli scritti più interessanti e forse meno conosciuti dei “maestri del pensiero”.

Forte è la provocazione, resa esplicita nella domanda: Desidera ancora qualcosa?  Che dà il titolo alla quarta ed ultima parte del libro, insomma una domanda che cela un grido d’allarme: ci riteniamo così felici e soddisfatti al punto da non provare più desideri autentici? Oppure i nostri desideri sono diventati così mediocri da poter essere soddisfatti senza particolare dispendio?

L’autore avverte il pericolo della scomparsa di un tipo di uomo poliedrico, irretito dentro un’unica dimensione, quella economica, che produce felicità sempre più effimere.

Centocinquanta pagine che mettono le nostre opinioni consolidate spalle al muro, che fanno risuonare il rock di I can’t get no satisfaction affiancato ad una forte  “passione per il reale”, espressione ripresa dal filosofo francese Alain Badiou, per lasciarsi alle spalle la contrapposizione tra passione e ragione, e per mettere in tensione il polo dell’utopia e quello del disincanto.

Che fare? Re-agire! Reagire contro i tempi dello scoramento e dell’apatia, della delusione e dell’impotenza, della servitù volontaria e dell’assoggettamento, del nuovo furore dei crociati di tutte le religioni e dell’illimitata avidità di ricchezza e di potere.

Risentire almeno il desiderio di dire NO, no al pensiero unico, riassaporare il gusto della critica per non  “inchinarsi davanti al fatto, per non accettare quello che esiste come il proprio ideale” ribellarsi alla realtà non più contestabile della globalizzazione liberista espressa dall’acronimo femminile TINA (there is not alternative) non c’è alternativa anche se non è il migliore dei mondi possibili.

Tina ci accompagna nel viaggio di una vita povera di legami sociali, trascorsa come divertissement, da una distrazione all’altra, dai centri commerciali alle notti della movida, dalle pagine virtuali di Facebook colme di selfie narcisisti, ai giochi compulsivi dei nuovi cacciatori con Pokemon go.

Ma come è avvenuto tutto ciò? Cosa è successo? A quale seduzione abbiamo ceduto?

E’ accaduto qualcosa di sbalorditivo, che continuamente torna a ripetersi non solo in occasione deglienrico-donaggio1-300x200 EXPO’ ma tutte le volte che il consumatore medio, entrato in un moderno super-mercato del pianeta, percorre quelle gallerie dove trova una quantità infinita di merci, esposte dietro alle moderne lastre di vetro inaugurate nella Parigi dei passages di metà ottocento, dove l’oscuro oggetto del desiderio diventa letteralmente trasparente, a portata di mano, anche per quelle tasche che non possono permettersi di acquistarlo.

Per lo più l’esodo avviene di domenica, ormai consacrata al pellegrinaggio nei nuovi templi con sacerdoti mondani, i commessi, sempre disponibili e sottopagati; altri acquirenti, soprattutto i giovani inclini al software, acquistano on-line e a breve riceveranno la merce che verrà recapitata da un drone, sempre da Amazon.

(La sola Walmart, transnazionale super-market statunitense, conta 11.000 sedi in 15 nazioni, oltre due milioni di dipendenti e un fatturato di circa 450 miliardi di dollari, cioè superiore al PIL di oltre 150 paesi)

L’evento che diede inizio a tutto questo,  avvenne a Londra, al Crystal Palace, il palazzo di cristallo costruito per l’esposizione universale del 1851, e lì ripetuta nel 1862, destando una impressione enorme allo sguardo profondo e psicologico di Dostoevskij: “lì si raduna una folla sterminata e trionfante, giunta da ogni parte del globo, attratta da qualcosa di sbalorditivo, da una forza irresistibile … tante piccole statuette, nuovi falsi dei che sostituiscono il dio Baal (l’antico dio fenicio della fertilità) e come un unico gregge essi si rannicchiano e rimpiccioliscono e al moderno Baal, il dio sostituto, si inchinano” (Baal, Note invernali di impressioni estive,1863).

Questi falsi dei, queste piccole statuette, sono le moderne merci della società industriale, del consumismo e dell’opulenza, la loro forza irresistibile viene descritta da Marx come “feticcio, cosa imbrogliatissima, fatta di materia sensibilmente sovrasensibile, piena di sottigliezze metafisiche” singola merce che costituisce la cellula elementare della moderna ricchezza “la ricchezza si presenta nella società capitalistica come una immane raccolta di merci” (celebre incipit del Capitale, 1867)

Il pensiero critico e maturo del rivoluzionario di Treviri e la cultura “conservatrice” del grande romanziere russo, si uniscono nella denuncia del bagliore accecante dei nuovi idoli, capaci di richiamare nella sconfinata e colossale London (capitale mondiale allora ed anche oggi con i suoi 250 grattacieli e la Borsa) un incalcolabile numero di persone giunte da ogni parte del mondo, riunite in un unico ideale in cui tutti vivono soddisfatti, tutti quanti si sforzano di convincersi di essere soddisfatti ed effettivamente felici … e li si son fermati, tutto è fermo, tutto è come deve esseresoggiogati da un unico pensierolì si sta realizzando qualcosa di definitivo”.

Note, queste di Dostoevskij, che esprimono concetti come “fine della storia e l’ultimo uomo”, banalizzati nel best seller di Francis Fukuyama, apparso dopo il 1989, dopo il crollo del comunismo reale, che fa una apologia del migliore dei mondi possibili, quello moderno del capitalismo globale, “non possiamo raffigurarci un mondo che sia essenzialmente diverso da quello attuale” , abitato dall’ homo democraticus, sostanzialmente privo di memoria e speranza, soddisfatto quel tanto che basta per assopire qualsiasi virtù timotica, che non attua nessuna denuncia delle disuguaglianze e delle contraddizioni, né immaginazione, né ribellione, che al massimo tenta di limitare i “danni collaterali”.

I contrasti laceranti della società, gli uni accanto agli altri, è come se appartenessero ad un passato remoto, come se non continuassero a ripetersi nelle moderne megalopoli, da Città del Messico a Mumbai, da Rio de Janeiro a Dubai, milioni di cloni di quei “negri bianchi” ammassati nel formicaio in quei quartieri terribili della city di metà ottocento, homeless che continuano a vagabondare negli slums e nelle favelas di oggi “una moltitudini, ubriaca, senza allegria, cupa e silenziosa … avida di preda, che si getta con cinismo sul primo che capitain una London dall’aria pregna di carbon fossile, con il Tamigi inquinato, in un apparente disordine che in sostanza è invece l’ordine borghese”.

A Dubai, simbolo della sfida tecnologica, situata in un luogo invivibile con temperature da più 50 gradi a meno 40, dove sorge il grattacielo più alto del mondo, il 90% dei residenti sono lavoratori stranieri per la maggior parte ridotti in schiavitù; ed anche in città con disparità certamente meno accentuate e vistose, come la nostra Torino, le nuove povertà, insieme alle quasi povertà, sfiorano il 10% degli abitanti (dati Caritas) e la speranza di vita si differenzia tra i residenti della periferia con quelli del centro con un meno 7 anni (fonte istat).

Così un secolo e mezzo dopo la “schiavitù nera e quella salariale” (ovvero l’ordine borghese, o ordo-liberalismo, o neo-liberismo, o “nuova ragione del mondo”) continua a mietere le sue vittime, fra le tante:

  • due turni consecutivi di 8 ore alla Foxon cinese, oltre un milione di dipendenti, per assemblare i componenti Apple, luci accecanti per tenerli svegli, reti di protezione fuori dalle finestre per limitare i non pochi casi di suicidio;
  • piuttosto che le condizioni massacranti di vita e lavoro dei minatori in Senegal per estrarre il colton indispensabile per cellulari e computer;
  • piuttosto che la brutale repressione dei minatori in sciopero nella miniera di platino a Marikana – Johannesburg, là dove, il 16 agosto 2012, la polizia spara ai minatori partecipanti ad una manifestazione causando 34 morti, all’indomani di questo eccidio la multinazionale inglese Lonmin concederà 75 euro di aumento mensili anziché i 500 richiesti, così i minatori superstiti, in cambio di un lavoro massacrante, riscuoteranno una paga di 575 euro al mese.

Le altre forme che assume il lavoro sono: delocalizzazione, riduzione del salario reale e del reddito delle piccole impresa, imprese tascabili, partite IVA, realtà formalmente autonome ma spesso soggette a condizioni capestro, prive di leggi che regolamentino la sub-fornitura e i tempi di pagamento: dilaga così, inevitabilmente, la corruzione e l’evasione fiscale.

Piuttosto che contratti a termine, a chiamata, tutte realtà con minori diritti, minori tutele e scarse risorse finanziarie.

E’ così arrivato “il quinto stato”  dove “l’imprenditore di se stesso” anziché realizzarsi si scopre in altre forme sottomesso, dove i pochissimi personaggi che arrivano al successo si contano con le dita di poche mani, e sono quasi tutti figli delle élites.

Le disuguaglianze di reddito e patrimoni sono tornate ad essere quelle di inizio novecento, a tutti i livelli, in ogni luogo del pianeta:

  • il due/terzi della popolazione mondiale possiede il 3% della ricchezza totale, mentre l’8% ne possiede più del 80%, in questo solo dato si incarna la società dell’opulenza;
  • il 40% della popolazione mondiale vive con un solo dollaro al giorno, mentre lo 0,7% più ricco, circa 35 milioni di persone, si accaparra il 41% della ricchezza totale cioè 99 trilioni di dollari (dati centro studi Credit Suisse al 2012).

Una  realtà sociale in stridente antitesi con il primo articolo della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” della rivoluzione francese:  “le distinzioni sociali non possono che fondarsi sull’utilità comune” Parigi 1789.

Donaggio non si dilunga sui dati sopra riportati ed i riferimenti alle innumerevoli metafore sono stringati, percorre a volo radente gli aspetti più vivi dei grandi pensatori, i quali, come abbiamo visto, avevano ben presente le condizione materiali di vita della classe operaia e del popolo, parte dalla necessità di ridefinire i concetti di “critica” e di “libero pensiero” .

Nel primo capitolo dal titolo “Pietà per i mostri” , invita a non separare l’indispensabile coerenza critica dalla necessaria pietas nei confronti di coloro che praticano, o subiscono, le ideologie dominanti, perché così facendo si cadrebbe nell’errore più grave: una divisione manichea tra bene e male, ma al tempo stesso sollecita a non limitarsi al “tutti hanno il diritto alle proprie opinioni” che rivela una tolleranza ipocrita dietro la quale si celano conformismo e indifferenza.

Critica è senza dubbio l’espressione più usata da Karl Marx, dai primi scritti sulla filosofia del diritto di Hegel, a La Sacra famiglia, scritta con Engels, ha come sottotitolo Critica della critica critica,  nel 1859 pubblica Per la critica dell’economia politica, alla sua opera più famosa, Das Capital,   nel sottotitolo specifica nuovamente Critica dell’economia politica.

Donaggio, riprende gli scritti giovanili di Marx “il suo pathos essenziale è l’indignazione, il suo compito essenziale è la denuncia”“la critica non è la passione del cervello, è il cervello della passione” e come primo step, pone l’accento sulla critica che il Moro rivolge alla religione, il “presupposto di ogni critica”, essa rivela che il mondo in cui viviamo è un mondo capovolto, nel quale sono le cose che dominano gli uomini, è il capitale che li comanda, non si tratta di un mondo naturale, è un mondo politico, con le sue relazioni sociali e istituzionali e la storicità dei suoi modi di produzione.

La religione da un lato è la coscienza capovolta di questo mondo, gli uomini vivono a testa in giù con dentro idee false, falsi idoli e dogmi superstiziosi, promesse di salvezza nell’al di là per compensare una vita di sacrifici e sopportazioni, per altro verso è “religione della vita quotidiana” dove i concetti di alienazione e feticismo rivelano una sottomissione non più a Dio, ma agli stessi oggetti creati dalla mano dell’uomo, le moderne statuette sostituti del dio Baal.

Non basta cambiare le coscienze, esse sono il riflesso di un mondo capovolto che genera il bisogno di oppio, che produce le religioni.

Ciò che conta è cambiare il mondo, non solo interpretarlo come fino ad ora hanno fatto i filosofi, occorre una forza materiale che susciti la partecipazione delle masse, una passione per il reale capace di far agire le armi della critica con la stessa potenza della critica delle armi, in modo tale che la critica delle armi sia l’ultima delle possibili scelte, un pensiero radicale memore che “la radice per l’uomo è l’uomo stesso”.

Secondo step: il libero pensiero, l’emancipazione kantiana, la fuoriuscita dallo stato di minorità che l’uomo deve imputare a se stesso, senza la guida di un altro, autorità o tradizione,  sono ciò che si deve intendere per Illuminismo:  pensare con la propria testa, tenere la schiena dritta.

Terzo step: il rifiuto a considerare il reale come ciò che appare nella sua struttura immediata e quotidiana, ossia il “remoto segreto”che sta ben sotto la superficie dei fatti se, come insegna Freud vogliamo capire il disagio della civiltà andare oltre il determinismo economico, non illudendoci più né con il “sol dell’avvenire” né con “le magnifiche e progressive sorti” poiché “la storia non lavora più per noi”,  consapevolezza già colta da Pasolini nella bellissima poesia le ceneri di Gramsci e nella critica all’idea di progresso raffigurata nell’angelo della storia di Walter Benjamin.

Il secondo capitolo Da lontano nessuno è normale rovescia la nota frase dello psichiatra Basaglia “visto da vicino nessuno è normale”,  che potete trovare scritta sul muro salendo la scala di ingresso del Caffè Basaglia, circolo ARCI di Torino, luogo di interessanti occasioni culturali e conviviali.

La distanza dagli accadimenti fu necessaria per l’avvio della riflessione filosofica.

Oggi è ancora possibile osservare il naufragio, metafora del tumulto storico, dalla terra ferma sulla quale poggiano i piedi ben saldi (episteme) di Lucrezio, forte della filosofia di Epicuro? Non siamo ormai tutti dentro la stessa barca? Esposti alle intemperie in mare aperto come esplicita Pascal?

Nel pianeta non vi sono più luoghi incontaminati, irraggiungibili, sconosciuti, immuni da altri accadimenti, tutti siamo coinvolti in tutto ed è sempre più difficile raggiungere un porto sicuro dove fermarsi per riparare la nave.

Possiamo limitarci a interpretare il mondo senza porci l’obiettivo di cambiarlo?

Non corriamo così il pericolo che il mondo continui a cambiare senza di noi? Senza la presenza in esso della specie umana? Proprio perché minacciata dallo stesso progresso tecnico che abbiamo raggiunto?

E per converso una simile lontananza non ci preclude una comprensione autentica degli accadimenti, meno esangue, relegandoci nella torre d’avorio del distacco intellettuale?

La lettura di questa seconda parte fa sorgere un flusso continuo di domande, non vi  anticipo i contenuti, vi lascio alla piacevole lettura.

La domanda che sottende la terza parte del libro la sindrome di Montecristo, recita: ci sentiamo prigionieri?

Tutti viviamo come se ci trovassimo rinchiusi dentro ad una unica fortezza, prigione e gabbia, le cui pareti  sono però diventate fluide e avvolgenti consentendo una prigionia confortante, metafora di una società nella quale più trascorre il tempo della nostra presenza in essa, più diventa difficile scorgere una via di fuga.

Il racconto cui si fa riferimento e da cui trae spunto è “Il conte di Montecristo” , però non quello originario di Dumas, ma il successivo scritto dal medesimo tittolo rivisitato da Italo Calvino, in esso  Edmond Dantes e l’abate Faria escogitano differenti ed opposte strategie di evasione, contrapponendo l’uno razionalità esasperata, l’altro prassi ostinata, due vie di uscita alternative ma nel contempo tra esse coessenziali, un intrigante rapporto per riuscire a lasciarsi alle spalle la fortezza di IF, sita nella baia di Marsiglia, a poca distanza da quelle meravigliose Calanques, luoghi di una arrampicata plasir immersi nella splendida natura mediterranea.

Questa voglia di riscatto, di libertà, di ricchezza di vita, simbolo di una società priva di muri e ricca di tesori nascosti e di nuove opportunità, finirà per rovesciarsi nel fallimento del socialismo reale, nel progressivo spegnersi della spinta propulsiva fino al suo inevitabile crollo: “è questa l’ossessione di chi si è considerato di sinistra, … dalla presa della Bastiglia alla caduta del muro di Berlino.”

Nel breve racconto di George Steiner “Il correttore” si svolge un intenso dialogo tra alcuni compagni italiani, prima nel P.C.I. poi espulsi perché accusati di troskismo e anarchismo, capaci però di cogliere l’essenza nefasta e suicida del socialismo reale.

Padre Carlo, l’unico prete tra i compagni della cellula e Tullio, il correttore di bozze dalla cura maniacale per correggere gli errori, detto il Professore; entrambi non si arrendono alle “dure repliche della storia” straordinarie lotte degli oppressi, di sconfitte riscattate dalla rivoluzione, di tante vite spese per il nobile ideale: “liberi tutti, qui ed ora“ si sia poi rovesciato in tragedia per milioni di persone.

Come è potuto accadere? Perché?

Carlo si aggrappa al messaggio di Cristo, al senso delle sconfitte legato al millenarismo, al futuro riscatto, alla redenzione, una escatologia cristiana e proletaria, la nuova Gerusalemme sempre posticipata “nell’indomani, dopo l’indomani di domani”.

Tullio lo interrompe tagliente: “sai che cos’è realmente il socialismo? E’ impazienza. Impazienza. Ecco cosa è il socialismo, la furia dell’adesso”.

Volere la liberazione dell’uomo e la realizzazione del socialismo ad ogni costo, pensare l’utopia come perfezione, impone una sorta di assurda ortopedia: pretendere di raddrizzare quel legno storto che è l’uomo con la violenza.

Per anni non si seppe che nella Cina di Mao per superare la produzione dell’acciaio inglese i passeri divennero i nuovi nemici di classe:  con l’obiettivo di incrementare il raccolto agricolo per sfamare i lavoratori dell’industria furono infatti sterminati milioni di passeri, ma così facendo si diede spazio al riprodursi di altri animali ed insetti ancor più nocivi per il raccolto ed in pochi anni circa trenta milioni di cinesi morirono di carestia.

Queste argomentazioni di “Direi di no,” si rivolgono contro tutte le forme di asservimento e di sfruttamento e contro le scorciatoie che eliminano le libertà, mettono in guardia dai dogmi che si celano sotto le vesti del missionario o del rivoluzionario di professione, entrambi  auto-proclamati liberatori di noi tutti in realtà coltivano la morale del gregge.

L’espressione Direi di no, me ne ha immediatamente ricordata un’altra, “i would prefer not to”  avrei preferenza di no.

Questo è il modo, secondo alcuni critici, un po’ manierato e laconico, di Bartleby (Bartleby lo scrivano di Herman Melville, lo scrittore conosciuto per il celebre romanzo “Moby Dick”) di declinare tutti gli inviti a lui rivolti dall’avvocato per il quale lavora, lavori d’ufficio che non si scostano “dall’usuale pratica di un copista e dal comune buon senso”.

Si tratta solo un formale manierismo? O piuttosto, come sostengono altre interpretazioni, un mite, ma risoluto e irrevocabile NO? Oppure ancora nasconde un energia potenziale che si esprime con maggior forza nel silenzio anziché nella parola o nella scrittura?

Per Bartleby  pare non esistere più alcuna possibilità di salvezza, appena dietro al suo luogo di lavoro, come dietro ”l’ufficio” di ciascuno, non vi è che l’immagine di un deserto, solitudine, atomismo e desolazione, sono gli effetti dell’utilitarismo economico che prosciuga e dissolve i legami sociali da ogni linfa vitale.

Questa inerzia, questo riserbo, è ciò che l’ideologia della crescita economica illimitata considera il male del mondo, la non immediata disponibilità, le pause, l’ozio, la vita senza scopo produttivo, il pensiero che riposa silenziosamente in noi.

Il rifiuto di Bartleby è un amara decisione, esprime la volontà di preservare la nostra irriducibile individualità dall’uniformità dei deserti, che incontra appena fuori dal suo ufficio, dall’ufficio di ciascuno di noi, una società che si rivela sempre più insensata, nella quale finiamo per condurre una vita appiattita sulla dimensione economica, abitudinaria, banale, ripetitiva, piatta, inconsistente.

E’ nei confronti di questa non-vita che Ismahel in Moby Dick sceglie, per netta opposizione, una vita avventurosa, imbarcandosi sulla Pequod alla scoperta del globo terracqueo per scacciare lo spleen (noia, malinconia, umor nero).

Invece per l’anima sofferente dello scrivano Bartleby non rimane che il ritiro dal mondo e dalla vita, con imperturbabile dignità.

La sesta ed ultima delle sei lezioni previste per l’università di Harvard di Italo Calvino, le Lezioni americane non poté tenerla per l’improvvisa morte, il titolo previsto era Consistenzasappiamo che avrebbe fatto riferimento a Bartleby.

E’ la mancanza di consistenza che accomuna i reiterati “avrei preferenza di no di Bartleby e il direi di no a questa situazione per migliori libertà di Donaggio.

Italo Calvino propone, nel ciclo delle Lezioni Americane, propone soprattutto due opzioni culturali: leggerezza e consistenza, la prima e l’ultima delle sei riflessioni magistrali.

La leggerezza del volo di Perseo contro l’insostenibile peso dell’esistenza, la capacità di non guardare Medusa in modo diretto ma solo nel riflesso dello scudo, altrimenti ne rimarremmo pietrificati, così come succede a coloro che idolatrano gli dei, rappresenta la premessa per un altro approccio al mondo: “devo invece cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica”.

Non farsi schiacciare dal peso della materia, questa è la preoccupazione di Lucrezio, gli atomi invisibili di Epicuro dissolvono la compattezza del mondo, e le loro declinazioni libere e casuali consentono al Marx della tesi di laurea, di preferirlo al rigido determinismo di Democrito.

Si tratta di una leggerezza gaia e pensosa, che si associa con la precisione e la determinazione, e non con la vaghezza e l’abbandono al mero caso, allo stesso modo della scelta del percorso da seguire e della rapidità del gesto che compie l’alpinista per sottrarsi alla forza di gravità.

Donaggio nel libro non fa alcun esplicito riferimento a Bartleby o alle “Lezioni americane” di Calvino, ma sono evidenti le affinità accompagnate da qualche divergenza, ritroviamo infatti nel suo argomentare un atteggiamento più risoluto nella negazione ed una forte critica all’ideologia neo-liberista estesa alle politiche di austerità, all’inclusione dei pareggi di bilancio nella costituzione, alle forze politiche di sinistra per la loro subalternità alle idee dominanti, sia nella versione social-democratica ridotta alla gestione dell’esistente, sia in quella radicale che però si limita di fatto alla testimonianza, alla rendita di posizione.

Insomma per entrambe si può dire:  “di rosso soltanto l’ombra”.

La differenza sostanziale, con l’atteggiamento dello scrivano Barteby, poggia però soprattutto sulla consapevolezza della necessità di passare da una presa di posizione del singolo, irrinunciabile nella sua libertà e individualità, alla costruzione di una presa di posizione collettiva se posso dirla con il filosofo  esistenzialista Albert Camus: “mi rivolto, dunque siamo”.

Saremo capaci di affiancare leggerezza e consistenza alla posizione critica di Direi di no perché diventi, come auspicato da Donaggio, un “primo gesto di autostima” al quale potranno così seguire dei SI in grado di farci superare quella condizione malinconica dovuta alla perdita del “sogno di una cosa” , evitando in tal modo di ricadere sia nella furia dell’adesso sia nell’attesa messianica della terra promessa?

Rivoli, settembre 2016.                                                                                 Elvio Balboni

 

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