Incontro con l’autore – “Direi di no” il libro del filosofo Enrico Donaggio

cvx8mbnwcaa5wp4Mercoledì sera 9 novembre, 40 persone riempiono la saletta del secondo piano del circolo Aurora a Collegno, la storica “casa del popolo” della zona ovest di Torino, la zona rossa degli anni 70.

Si discute con attenzione e passione, davvero molti sono stati gli interventi-domanda del tutto attinenti al tema: “Direi di no” il libro del filosofo Enrico Donaggio, nonostante il referendum costituzionale sia ormai prossimo e soprattutto sia rimasta impressa a tutti i presenti l’inaspettata e preoccupante vittoria di Trump alle presidenziali statunitensi.

Sul tavolo sono a disposizione alcune copie di un intervista all’autore, un articolo di presentazione del libro del sottoscritto ed alcuni libri disponibili per l’acquisto, grazie alla disponibilità di Fulvia, “amico libro” in Alpignano.

Donaggio, con un poco di timidezza, esplicita che lo scritto di sole 150 pagine è in realtà il frutto del lavoro di alcuni anni, il suo primo libro che non indaga il pensiero di altri filosofi noti, come Karl Löwith e Hanna Arendt o la preparazione di antologie degli scritti di Marx ed Engels o dei francofortesi, si tratta di una sentita riflessione sui mutamenti in corso nella società ed anche sulle nuove esperienze che si cerca faticosamente di esperire per contrastare l’assurdo di questo mondo.

Come è nel suo stile parte subito mettendo a fuoco il cuore del problema che ci troviamo ad affrontare “viviamo una vita spezzata” da un lato ci sentiamo insoddisfatti, inappagati da una esistenza inconsistente e alienata, vorremmo uscire da questa situazione che percepiamo come una prigione, proviamo anche voglia di ribellione e rabbia ma le vie di fuga percorse non conducono ad una vita diversa, fatta di  migliori libertà, anzi ci limitiamo, nel migliore dei casi, a evasioni temporanee, anche faticose e avventurose come week-end dedicati al ciclismo o all’alpinismo; in molti altri casi passiamo semplicemente da una distrazione all’altra, dalle notti bianche al rimanere per ore incollati davanti allo schermo della TV o a quello dell’ultima versione dello Smart-phone, dalle cene al parlare solo più di ricette e cibo.

Nella società dell’opulenza, per molti di noi, anche se sempre meno, le pareti della prigione se non dorate si rivelano morbide, attraenti, confortevoli, perché in fondo poi così male non è, fin che dura, ci sentiamo felici nel consumo, nella brama acquisitiva, al punto che pur non ricordando ciò che abbiamo nell’armadio, siamo già alla spasmodica ricerca dell’ultima novità da acquistare.

Diciamo di no, a questo stile di vita, ma continuiamo a fare di sì!

Sappiamo che non dovremmo accettarlo, ma continuiamo a comportarci nello stesso modo.

Presi tra due fuochi: il passato e il futuro, tra il non più e il non ancora, viviamo schiacciati sul presente, un presente che non passa mai, così nell’attesa di un non so ché continuiamo a consumare ed a accumulare oggetti.

Così una delle più belle metafore rivisitate nel suo libro, fuga dalla fortezza di IF sita nel golfo di Marsiglia dal racconto di Italo Calvino “il conte di Montecristo” risulta depotenziata, come  evaporata per mancanza dei soggetti, non ci sono più i due personaggi che ostinatamente vogliono fuggire, né il razionalista Dantes, né il pragmatico Faria, tutti ci lamentiamo, ma nessuno vuole davvero avventurarsi nella fuga vera, rischiosa; più passa il tempo di permanenza in questa moderna prigione, più non vogliamo veramente uscirne, neppure più ci proviamo, semmai prevale una sindrome opposta non più quella di Montecristo, ma di TINA, “there is not alternative” a questa globalizzazione, “il capitalismo è il nostro destino” così si sottolinea in un intervento, riprendendo Heidegger, vogliono farci credere che resistere non serve più a nulla.

Esce invece rafforzata l’altra splendida metafora riportata nel libro di Donaggio, “il dio Baal” il racconto di Dostoevskij sul palazzo di Cristallo a Londra, dove si svolsero le prime esposizioni universali, oggi più di allora continuiamo a inchinarci alle moderne statuette, le merci esposte nei grandi magazzini; attuali più che mai sono le parole del romanziere russo: “ci vuole una grande forza di spirito, (per resistere al loro fascino, al loro erotismo) per non accettare l’esistente come il proprio ideale” per non cedere all’ideologia dominate che afferma la fine della storia, cioè che questo, seppur non il migliore dei mondi, è l’unico mondo possibile.

Si fanno strada due atteggiamenti, avverte Donaggio, da un lato si tende a liquidare questa vita scissa come mera ipocrisia, sarebbe meglio insomma smettere di criticare e di resistere, accettare questa felicità edonista bruciata istante dopo istante; dall’altro lato un rifiuto ad assumersi le proprie responsabilità, troppo impegnativo essere liberi, meglio vivere una vita tranquilla al servizio di altri, una servitù volontaria, per riprendere Étienne de la Boétie, maestro di Montaigne, come evidenziato in un altro intervento/domanda rilevando questi atteggiamenti nei luoghi di lavoro, anziché contestarne la frustrazione e lo spreco burocratico di risorse e opportunità ci si limita a fare il dovuto.

Le conseguenze sono la scomparsa di una coscienza morale ed il progressivo appannarsi di una speranza che nel passato si era attizzata con la mobilitazione e le lotte, tanto da chiedersi se le manifestazioni attuali facciano ancora paura al potere.

Al potere fa invece paura chi osa mettere in dubbio il totem del mercato, l’infinita crescita del PIL, la centralità delle scelte ambientaliste, perché si continua a snobbare “l’economia circolare”?

Altra domanda, anziché considerarla una utopia concreta, come coloro che discutono sull’opportunità non di uscire dall’Europa, ma dalla moneta unica ipotizzando due fasce di scambio monetario o monete locali che affianchino l’euro, fino a deriderli come anti-progressisti, addirittura non meritevoli di fare politica, così Renzi nei confronti della sindaca di Roma Raggi per la sua opposizione alle olimpiadi, oppure trattando i cittadini non come persone mature ma come dei minorenni, degli infantili, il manuale per gli attivisti di forza Italia per le campagne elettorali “Gli elettori vanno trattati come bambini di 8 anni”.

Il no di Donaggio non è un no assoluto, è il no che riaccende la “passione critica” non è una stranezza inutile e nociva, ormai fuori tempo massimo, è anzi l’arma più potente che abbiamo a disposizione.

Nel libro si percorre, step by step, i vari significati del no, da quello identitario del figlio nei confronti del genitore, il no che dice io, dal io al noi, fino a dire anche di sì e a fare di sì.

Il no sta alla base del concetto di critica, la critica alla religione da un lato può diventare ancora più mostruosa come nel caso dell’atteggiamento sprezzante dell’agente Rustin Cohle in “true detective” nei confronti dei fedeli, oppure essere il punto di partenza per un progressivo percorso di emancipazione come il rischiaramento della ragione in Kant e di liberazione dall’alienazione in Marx.

Liberazione da tutte le forme di ingiustizia e oppressione anche quelle più brutali dei campi di concentramento, attuando tutte le possibili forme di resistenza come ci ricorda l’espressione di Primo Levi: “compagni io sono l’ultimo”.

Ma quali strade sono oggi percorribili? Dopo i fallimenti dei socialismi reali, le sconfitte del movimento operaio, la fine dell’illusione che la storia lavorasse per noi, la scomparsa della politica nella forma del partito e una democrazia che mostra tutti i suoi limiti?

Non si intravvedono neppure più gli intellettuali che affiancavano la classe operai ed i soggetti delle lotte, altre domande: come ricostruiamo la coscienza critica? Le rivolte sono state tentate solo da coloro che non avevano nulla da perdere? È più difficile dire di no che di sì?

Non è neppure facile dire di sì a concrete prassi che contrastano le vecchie e nuove forme di sfruttamento e alienazione, risponde Donaggio, ci vuole determinazione e altri scopi per superare la mera ricerca del profitto, ad esempio salvando la fabbrica dalla chiusura con l’autogestione, si sono già realizzate molte esperienze di questo tipo, riuscendo a stare sul mercato, creando nuove relazioni fra tutti i lavoratori e i tecnici, con dirigenti che in certe situazioni possono tranquillamente ruotare, stupisce in senso negativo la diffidenza e la sordità ancora troppo diffusa tra le organizzazioni sindacali.

Molte altre esperienze sono in corso, nelle micro imprese e nelle università, dalle cooperative sociali alla collaborazione tra “imprenditori di se stessi” per non sprofondare in forme di autosfruttamento ancora più pesante, insomma ripartire da una nuova centralità del lavoro, per affermare una dignità che continua ad essere calpestata dai Jobs-act delle varie nazioni, col permanere di innumerevoli contratti a tempo determinato, con minori diritti e salario,così che il medesimo lavoro viene svolto a fianco di un compagno però assunto a tempo indeterminato con salario superiore e più diritti.

Esperienze nuove che Donaggio chiama “comuni di umanità” nuove forme di condivisione, prassi che per essere realizzate non hanno bisogno di aspettare la linea dal leader del partito o del sindacato, non ha più senso riproporre l’intellettuale organico, un modello pastorale, il messia che da il Verbo e il gregge che segue, il leader della rivolta e il “militonto” che porta la borraccia; pensare con la prora testa e agire collettivamente.

La lancetta dell’orologio segna quasi la mezzanotte, alcuni avevano invitato l’autore a scrivere altri libri, ad affrontare altri argomenti, come la necessità di ripensare e costruire anche strumenti di aggregazione politica, coordinare le esperienze comunitarie e di movimento, possiamo fare è meno dei partiti? Certo non più il modello novecentesco ma dobbiamo accettare il singolo leader demagogico? Anche perché il Leviatano, lo stato nazionale, seppur depotenziato dalla globalizzazione gestita dalle multinazionali e da istituti non eletti, come FMI, WTO, banca mondiale, continua a rappresentare la principale forma di potere, del resto queste istituzioni non sono state volute dagli stessi Stati nazionali?

Altri appuntamenti verranno preparati, le tre associazioni culturali si impegnano in tale direzione.

Donaggio chiude la serata indicando la necessità di un autentica rivoluzione culturale per la politica e per la sinistra in particolare: “è molto più importante la memoria è il ruolo del passato che la generica raffigurazione di un futuro utopico per riattizzare la scintilla della speranza” è ormai tardi e non si addentra nel merito della citazione di Walter Benjamin, della critica alle magnifiche e progressive sorti, ad una idea di progresso, che svuota sistematicamente la capacità di incidere nell’oggi, è “il sol dell’avvenire”, il rinviare continuamente “all’indomani di domani”, la rivoluzione oggi no, domani neppure, ma dopodomani sicuramente, l’eterno rinvio del riformismo.

Non si tratta neppure della nostalgia per l’ora X della presa del palazzo d’inverno, (per molti antagonisti scatterebbe solo dopo aver consumato l’aperi-cena) ma la capacità di cogliere nella storia l’attimo del pericolo, per farlo scaturire dal passato, rileggendo la storia contropelo, la chance rivoluzionaria per il cambiamento nell’adesso, attingere dal nerbo delle lotte degli oppressi e nelle vicissitudini dei vinti, raccogliere il testimone che ci hanno consegnato le generazioni passate, chiedendo a noi di agire per il loro riscatto e la loro redenzione,  anche perché neppure i morti saranno al sicuro dal nemico se questo continua a vincere, le idee dominante tendono a farceli dimenticare, chi oggi tra i politici ricorda e propone come moderni eroi i caduti della resistenza antifascista?

Questo è il cuore, delle 18 tesi sulla storia di Walter Benjamin, il suo lascito mentre tentava di varcare il confine tra Francia e Spagna nel settembre del 1940, tentando di raggiungere l’America per salvarsi dal nazismo e dalla guerra.

La tesi 9, quella centrale, raffigura l’angelo della storia con lo sguardo rivolto al passato, vede il negativo, le devastazioni, i morti, vorrebbe fermarsi e riconnettere i frantumi ma non può, c’è una bufera che gli impedisce di chiudere le ali e lo spinge inesorabilmente nel futuro, a cui egli rivolge le spalle, mentre cresce il cumulo di macerie che noi chiamiamo “progresso”.

È la prima potente critica alla fede nel progresso, fatta da un pensatore di sinistra, un progresso inteso come una legge storica naturale, automatico, necessario, universale, indefinito; un  pensatore eccezionale che si toglierà la vita la notte prima della possibile salvezza, pur di non correre il rischio di essere riportato nei campi di concentramento.

Queste ultime sintetiche considerazioni, sulla potente arma della memoria storica del passato, che ho cercato di tratteggiare, grazie anche alla fortunata partecipazione ad un seminario congiunto su Benjamin tenuto insieme da Donaggio e dal professor Cuozzo, possono rappresentare il tema di un prossimo appuntamento.

Rivoli 14/11/2016 E.B.

 

 

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